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La grande scalata alla vetta del death metal tecnico

13 giugno 2019

Due giovani musicisti si trovano chiusi all’interno di un umido bivacco, mentre fuori la tempesta infuria da oltre tre giorni. Inoltre le provviste scarseggiano, facendo presagire una tragedia nella difficoltosa scalata che avevano programmato. Paul e Sean sono in silenzio da troppo tempo, ma ad un certo punto i loro sguardi si incrociano; un attimo dopo, la tensione nell’aria inizia a sciogliere il ghiaccio formatosi sulle robuste pareti della tenda, e i due si avvicinano: occorre riscaldarsi ad ogni costo. E nasce Focus dei Cynic.

Il death metal tecnico all’inizio degli anni Novanta, in Nord America e non solo, doveva essere come la scalata verso la vetta di una grossa montagna. Una volta gettate le basi non ci fu più nulla da fare: ognuno bramava di uscire dagli accampamenti intermedi mentre gli altri riposavano, così da poter affrontare in solitaria gli ultimi cinquecento metri di dislivello in balia delle slavine, dei seracchi e di friabili speroni di roccia.

È così che il giovane Chuck decide di partire segretamente, dicendo agli altri che sta andando a fare una semplice ricognizione; ma in cuor suo sa di dovere far meglio di Kelly Schaefer, il quale, solo due anni prima, aveva “soltanto” sfiorato quota ottomila. Taglia le corde di sicurezza sotto di sé isolando di fatto campo III da campo IV, gioca sporco. Al mattino i raggi solari cominciano a ustionare chiunque si fosse messo in marcia sul presto; il gruppo degli olandesi in ferie capitanato da Patrick Mameli raggiunge Schaefer, con cui si decide di procedere assieme. Non sanno quello che accadrà nella tenda di Masvidal poco più tardi: sono molto lucidi e i piani di salita sembrano reggere. Tuttavia il maltempo li raggiunge su di un costone innevato e privo di pareti verticali che possano fungere da protezione dai venti gelidi. La neve inizia a ispessirsi sugli occhiali da scalatore, le parti terminali degli arti si congelano rapidamente e presto gli scalatori affondano in uno strato morbido e letale sovrastante il firn. Raggiunti dalla notte, scavano una buca e trascorrono lì dentro le ore di buio, le loro vite nelle mani dei 40 gradi sotto zero. Marco Foddis prende a delirare, la sua Sardegna è lontana e le vipere del Gennargentu un’ostilità ridicola al confronto di ciò che lo sta minacciando adesso. Inizia quindi a rivolgersi agli altri:

“Credo che sia una buona idea inserire la fusion nel death metal, potremmo utilizzare inserti jazz così da portare l’ascoltatore da tutt’altra parte.” 

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Kelly Schaefer, fingendosi addormentato, segretamente lo ascolta con le scarse forze residue. Più sopra, al campo V subito a ridosso della temuta zona della morte, la tenda è nuovamente gelida. Non c’è quasi più cibo ed il fornello a gas rifiuta di accendersi per la troppa umidità accumulata. Paul e Sean tentano la via spirituale per salvarsi, il Buddha, la meditazione. Non riescono più a comunicare da quando una forte tosse ha colpito Paul, mentre il suo compagno sta rischiando di finire in ipotermia. Ricorrono all’utilizzo di un vocoder, espediente grazie al quale il primo riuscirà a farsi capire: Sean apprezza moltissimo l’idea, e la tiene di conto per sperimentazioni future. Fuori, l’ombra di Mike Browning fugge silenziosa, favorita dal fragore del vento che sferza da nord: li sorpassa, li ignora, mira indomito alla vetta prima che il Sole torni visibile all’orizzonte. Nel frattempo il male d’alta montagna ha colto un po’ tutti: hanno le allucinazioni unite ad una insopportabile emicrania, e covano il desiderio di comporre dischi orrendi. Al campo base, quattromila metri più in basso, Trey Azagthoth urla a squarciagola che gliel’aveva detto, impreca, ma nessuno risponde alla radio. L’hanno lasciata all’interno delle tende nei campi intermedi perché troppo pesante da trasportare, oppure più semplicemente il segnale non arriva fin lassù? Di certo non lo farà stanotte, non con quella tormenta.

Finalmente il sole del mattino illumina la vetta, indicando ad occhi bramosi il traguardo finale, con Chuck che aveva già ripreso a salire di buon’ora, tenendo lo sguardo costantemente rivolto alla fiera zona sommitale. Quasi inciampa su Mike Browning dei Nocturnus, finito congelato a trenta metri dal sasso più alto. Lì rinviene resti parziali di Alexander Krull degli Atrocity così da ritirare in ballo il loro Hallucinations: i tedeschi erano già arrivati fin lassù, non si è mai i primi. I crucchi, è risaputo, hanno l’ossessione per l’alta montagna, basti pensare ai casini che hanno combinato in Himalaya nel secolo scorso con Karl Maria Herrligkoffer, oppure sull’Eiger. C’è anche un sopravvissuto: è Scott Burns con una lunga barba da asceta, che però non gli rivolgerà nemmeno una parola. Ha l’aria seria e riflessiva di chi vorrebbe lanciare più di un monito, ma lascerà libero arbitrio a tutti finché questi non avranno capito.

Gli Atheist, per l’appunto in montagna

Il tempo di scattare qualche fotografia, di realizzare che qualcosa come Human l’ha fatta soltanto lui, e si può discendere nuovamente. Incontra Paul e Sean completamente folli e inermi nel bivacco che era stato esposto al temporale d’alta quota, e pur conoscendoli bene, li ignora per giusta causa: più avanti, con un pizzico di risentimento, dedicherà loro The Philosopher. Poco sotto la discesa si fa ardua, perché le corde sono tutte quante da risistemare, ma arrivato a metà del percorso Chuck s’imbatte in Patrick Mameli, apparentemente privo di conoscenza e in preda all’oftalmia da neve. Lì accanto, Kelly Schaefer guarda in cielo e ripete Samba Briza! Samba Briza! mentre Marco Foddis va disperatamente cercando il suo bestiame a pochi metri di distanza, su un minuscolo altopiano privo di vegetazione: è stato salvato dalla folta peluria pettorale, ma non troverà mai presenze ovine e un giorno verrà rimpiazzato da Peter Wildoer dei Darkane.

Il leader dei Death aggrotta la fronte inorridito, poiché Kelly Schaefer aveva già raggiunto traguardi incredibili come Piece of Time e Unquestionable Presence: cosa ha potuto ridurlo così, in una sola notte? Gli stessi Pestilence erano dei giovani veterani, e forse avrebbero meglio sopportato la monotonia della pianura olandese, ma gli sfugge un dettaglio. Cosa è andato storto? Ci troviamo pur sempre in Florida, pensa. Finisce per trasalire con le urla di Paul e Sean, che, sinistre e improvvise, risuonano per la valle dall’alto causando il distaccamento di qualche piccola slavina. Avrebbero attirato fin là giovani scalatori in cerca della stessa meta, destinati ad un mal di montagna ancora più forte. Solo alcuni ce l’avrebbero fatta: i Gorguts per esempio cambiarono del tutto registro e questo funzionò, ma dal 1993 il death metal tecnico sarebbe stato per sempre compromesso da un lavoro importante, ma inqualificabile, come Focus. Che se proprio dovessi descriverlo, sarebbe un film porno con Sasha Grey in cui, ogni volta che sbuca fuori il vocoder, l’attrice viene improvvisamente doppiata da Mario Giordano. Fuck me! Fuck me hard! Aaaaaaahhh, il solito Partito Democratico!

Chuck si trova finalmente a valle, e con un pizzico di timore volge paurosamente lo sguardo alle sue spalle: è solo allora che gli si rivela una bassa collinetta tipica delle regioni interne della Florida, saranno al massimo cento metri scarsi d’altitudine nei pressi della poco ridente cittadina di Clermont. Sono comunque ottanta metri di dislivello rispetto a Orlando, ripete incoraggiando sé stesso. C’è gente strafatta dappertutto, libri di teologia ammassati fuori dai bivacchi per scegliere titoli stranissimi, e il campo base ha perfino preso fuoco. Sono tutti vivi, ma parlano di Thelonious Monk senza capire cosa stiano dicendo di preciso. Al posto della bandiera americana hanno issato in vetta una t-shirt dei Weather Report, ma è difficile notarla dato che non tira un filo di vento. Più che una tempesta gira una quantità spropositata di erba, e per questo gli olandesi promettono che torneranno. Le paludi sono lontane, nei paraggi non c’è nessun alligatore che possa porre un rimedio definitivo all’abominevole misfatto. Ma al nord l’anno successivo nasceranno i Cryptopsy: è ancora troppo presto per stabilirne la portata, e per capire se saranno in grado di sostituire chi c’era stato prima di loro. La cosa certa è che una gita in collina fra amici o nemici non gli farà mai incidere Elements, semplicemente perché al pari dei Gorguts e dei Martyr sono dei canadesi cazzuti. Chuck Schuldiner invece non è più fra noi, ma è l’unico che sopravvisse allo sconquasso generale di quegli anni tumultuosi, di sperimentazioni fatte col culo e di gloriosi moniker in procinto di gettare al vento la propria onorata fama. Consuming Impulse sembrò tutto ad un tratto la Preistoria, mentre il presente gli cacava addosso più asteroidi che poteva, sbeffeggiandolo con titoli che la dicevano lunga tipo Changing Perspectives. Maledetti voi.

In teoria, pensate un po’, la mia intenzione iniziale era quella di recensire Their Worm Never Dies dei Contrarian. Dopodiché ci ho rimuginato sopra, forse troppo. La voce rauca di Cody McConnell, George Kollias dei Nile mostruoso come al solito e la sensazione che, volendo, qualcosa di quegli anni sia ancora possibile riviverlo. Ripartenze di batteria in levare come ai tempi di Piece of Time o del thrash metal di Control and Resistance dei Watchtower, qualche accenno al classic metal come fu cura del glorioso Chuck Schuldiner negli anni che seguirono proprio Human. Il K2 in salita invernale del death metal tecnico, niente di realmente umano, per dirla tutta. È invece umano averci messo tutto questo tempo per ammettere che Spheres mi fa sostanzialmente schifo sin dal primo momento in cui ci sono entrato in contatto: non gli trovo particolari giustificazioni, anzi mi appare invecchiato infinitamente peggio dei suoi predecessori e allungato con un brodo che, purtroppo per i Pestilence, non consisteva nell’effettivo mestiere di cui gli autori erano assolutamente capaci. Idem per Elements degli Atheist, che comunque, in una maniera o nell’altra sono riuscito a riascoltare senza provare profondo fastidio, proprio in questi giorni. Provate comunque a sentirvi Their Worm Never Dies, e non credo ne rimarrete delusi. (Marco Belardi)

 

8 commenti leave one →
  1. Elfo Cattivone permalink
    13 giugno 2019 13:10

    Ormai che tutte le grandi vette sono conquistate non restano che i concatenamenti ed i record di velocità alla Ueli Steck (RIP), qualcuno ha detto Obscura e Necrophagist? E poi si sa che ormai l’Himalaya è piena di plastica e rifiuti (grazie Nuclear Blast!). Bisogna abbracciare lo stile alpino, l’etica della montagna, basta sherpa! Cercare valli sperdute e poco famosi 7000 da affrontare in invernale. Io mi son convinto che i gruppi metal dovrebbero avere produzioni hardcore, dovrebbero avere i suoni dei Botch. Complimenti per l’articolo comunque!

    Piace a 1 persona

  2. Andrew 'Old and Wise' permalink
    13 giugno 2019 19:23

    Gran bell’articolo, altro che, a parte il dettaglio delle vipere, che in Sardegna le vipere non ci sono proprio….

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    • 13 giugno 2019 23:15

      devi scusare il nostro pescatore toscano preferito, verrà punito a dovere dai due cagliaritani di redazione secondo il vecchio stile dei balentes.

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      • Andrew 'Old and Wise' permalink
        14 giugno 2019 00:04

        ahia….vendetta barbaricina?

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    • Marco Belardi permalink
      14 giugno 2019 11:06

      non ci becco molto con le vipere, infatti ho tentato di fotografarne una per circa sette anni senza appunto trovarne una, neanche qua e nei loro ambienti :D

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  3. Andrew 'Old and Wise' permalink
    13 giugno 2019 19:24

    vabbè, ho scritto vipere due volte….

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  4. ignis permalink
    22 giugno 2019 08:06

    Ma questo Marco Foddis è un onore della Sardegna?
    Ho visto che ha anche una voce wiki…
    Perché non lo cercate e intervistate?

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  5. Alberto Massidda permalink
    10 luglio 2019 09:53

    Grande articolo

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