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Fare psicoanalisi profonda su Trey Azaghtoth e capirci il giusto

5 dicembre 2017

Più che una vera e propria recensione, vorrei fare un punto della situazione su cosa esattamente frulli nella testa di Trey Azagthoth. Ripercorrendo velocemente gli eventi, il tour con Vincent era stato epocale e con delle scalette da capogiro: l’unica cosa insopportabile era in fin dei conti proprio lui, perché, anche se la voce reggeva bene sia dal vivo sia su disco, vederlo col capello lisciato e il pizzetto alla Michele Foresta causò a tutti noi disagi che andavano dalla semplice lombosciatalgia a cose ben più opprimenti. Di Illud Divinum Insanus abbiamo detto tutto quello che si poteva dire, e condivido in linea di massima il pensiero di Ciccio a riguardo. A questo punto, il remake di Sliding Doors con Trey al posto della bionda Gwyneth Paltrow era più che apparecchiato, e le cose che potevano accadere erano circa quattro: in primis, un futuro distopico con Trey e David che vanno d’accordo e continuano a bilanciare saggiamente l’industrial sconsiderato con brani death metal più vecchio stile di quelli con Tucker, ossia sulla leccatissima falsariga di Covenant, ma con parti vocali che immedesimano Vincent in una sorta di Bono Vox posseduto e nell’intento di incitare gli 80.000 di Wembley. Idea, questa, bocciata da Trey.

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“Si dice RA-DI-KULT!”

Allora forse si poteva andare per la vampirizzazione del mastermind e chitarrista ad opera dell’Io sono Morbido e mi faccio pure l’effetto gloss, cioè incentrare il prossimo LP sui pattern che hanno reso Destructos vs. the Earth – Attack una delle cose più esilaranti partorite dal metal intero negli ultimi 25 anni. Immaginate la fine dei boriosi dischi con l’orchestra, come S&M, qua facilmente sostituibili da un vero e proprio musical che, come il celebre videoclip con i brani dei Morbid Angel sotto ai balletti dei personaggi di Star Wars, sarebbe realizzabile con successo inserendo figure come caproni ballerini, troie addobbate a bondage e preti che fanno finta di fuggire mentre dagli abissi riemerge chi ben sapete. Bocciata pure lei. Infine due casistiche con Azagthoth libero dagli ansiolitici, la prima in cui ricomincia da capo e apre un nuovo ciclo affidandosi a una nuova figura di spicco che potrebbe facilmente essere l’intrusore Johnny Depp (niente da fare pure in questo caso); e la seconda – quella che temevo più di ogni altra cosa – una sorta di Steve Tucker alla ribalta, col dovere morale di sostituire quell’insopportabile batterista di dodici anni che aveva inciso con loro sei anni fa, e provare perlomeno a convincere il neoconvertito Sandoval a rimandare di qualche mese i propri impegni col Cristo. Azagthoth ha fatto esattamente quello che speravo non accadesse mai: tornare a realizzare un semplice album di tiratissimo death metal.

Il chitarrista riesce dunque nell’impresa di farci un po’ incazzare, perché in fin dei conti a cacciar fuori Illud Divinum Insanus era stato pure – se non soprattutto – lui. Come quando il fratello scemo fugge di casa per vivere come un redneck in un villaggio ecosostenibile nel bosco, senza servizi o comodità di alcuna sorta e cacando su un letto di foglie di betulla, ma poi torna perché gli mancano Coca Cola e PS4, allo stesso modo a vedere Azagthoth con la coda fra le gambe che riprende Tucker gli tireresti un ceffone, ma alla fine semplicemente lo abbracci e lo prendi per quello che è: uno dei padroni del death metal che ricompare e, dopo una delle più colossale figure di merda della musica contemporanea, realizza un buonissimo disco senza pretendere di sconvolgere niente di niente.

“Se mi vesto così, dici che ce lo remixano?”

Kingdoms Disdained si era presentato nella peggiore delle maniere, non solo perché Tucker mi allettava quanto venire costretto a guardare Un medico in famiglia dopo otto ore di lavoro, ma perché la copertina era degna dell’ennesimo Call Of Duty ambientato nel futuro, e la prima traccia data in pasto ai popoli – almeno ai primi ascolti – non si rivelava niente di che. La sensazione ricorrente era la solita: Azagthoth che per rendere al meglio ha bisogno di una figura di notevoli talento, spicco e carisma al suo fianco, che in passato erano stati Richard Brunelle ed Erik Rutan (qua in cabina di regia) come compositori, oppure l’insostenibile ombra di Vincent. No, l’album casca dalle parti di Formulas Fatal To The Flesh, annoia solamente nell’ultima parte e trova in Scott Fuller il batterista ideale mettendolo in risalto col mixaggio, poiché sono suoi molti dei pattern più interessanti di Kingdoms Disdained, e ciò Trey l’ha capito e voluto sottolineare al volo. E Tucker svolge il suo lavoro come ha sempre fatto, onesto e mai sopra le righe, e capace in The Pillars Crumbling di giocare su quegli effetti già abusati in passato nella meravigliosa Invocation Of The Continual One, con la quale condivide anche la riproposizione di uno stile piuttosto ottantiano. Declaring New Law (Secret Hell) confessa come in fondo a Trey piacesse fare le cazzate di Illud Divinum Insanus, ma è soltanto uno sporadico episodio che rompe il ghiaccio – oltre al muro di suono – senza occupare uno spazio importante come nel caso del precedente disco.

Cosa mi dispiace allora, in realtà? A conti fatti le canzoni death metal di Illud Divinum Insanus non erano brutte, ma forzate e concettualmente sbagliate: una brutta batteria, una voce con l’atteggiamento sbagliato e dei suoni chiaramente inadatti – poiché in funzione delle varie I Am MorbidRadikult – avevano castrato pezzi di buon livello come Nevermore o Blades For Baal. La differenza sostanziale fra quelle e gli inediti di oggi, è che la piacevole sensazione di parziale recupero del sound dei primi anni novanta sia stata totalmente mandata a puttane. Kingdoms Disdained riesce a superare con facilità lo scialbo Heretic ma non si affermerà come il miglior disco dell’era Tucker, in quanto Gateways To Annihilation rimane, e probabilmente rimarrà l’ultimo loro capolavoro in studio. Ma i fratelli scemi sanno come farsi perdonare, perché ci hanno spalancato le porte di Lovecraft mentre gli altri decifravano Pirandello, e perché in certe cose sono davvero i più bravi anche quando gli è impossibile andare al cento per cento. (Marco Belardi)

“In pratica mi devi disegnare ‘sto coso che esce da sotto e sfascia le case popolari” – “Ma tipo Cthulhu?” – “No, più tipo mostro finale”

3 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    5 dicembre 2017 10:09

    a me e’ piaciuto parecchio in finale dal death metal non si puo’ pretendere chissa’ quale tormentone estivo, basta l’onesta’ intellettuale e di concetto pure perche’ i morbid angel non devono dimostrarmi niente li ho sempre amati.

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  2. 5 dicembre 2017 16:29

    Trainspotting dà.
    Belardi toglie.

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