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L’ultimo disco dei Death non fu un disco dei Death

30 settembre 2018

Tre album dei Death mi fanno voglia di mettere tutto quanto in pausa, e dire che in quel preciso momento la band di Chuck Schuldiner era arrivata ad un punto cruciale. Uno è Scream Bloody Gore, il secondo Human: scegliete voi il terzo fra Symbolic e questo qua, e andrà comunque bene. Io ho optato per The Sound Of Perseverance non perché lo ritenga superiore al suo fortunato predecessore, ma piuttosto per ragioni affettive, per il fatto che si trattava di un lavoro più introspettivo e che rivelò comunque – in maniera del tutto definitiva – l’anima heavy metal su cui il leader dei Death stava puntando per il sound del futuro. Lo avremmo capito a breve coi Control Denied, ma poi tutto finì per le ragioni conosciute. 

Line-up non in pompa magna come in passato, quando si alternavano membri di Monstrosity e, più a ritroso, King Diamond o Cynic come a voler plasmare una sorta di supergruppo che ad ogni uscita mutava nuovamente pelle. Del resto lui l’aveva rimarcato dopo le sfortune di Spiritual Healing, soprattutto di carattere processuale, che i Death sarebbero stati una cosa tutta quanta sua e non più una vera e propria band. Funzionò, e la differenza di firme si capiva all’istante, ogni volta che premevi play su qualcosa di nuovo che portava in bella vista il loro pesantissimo monicker. The Sound Of Perseverance, a differenza di tutto quanto il resto ad esclusione forse dei due dischi che ho menzionato sopra, rappresenta per il sottoscritto un qualcosa di davvero unico e speciale: si proveniva da un album formalmente perfetto ed in cui solo Sacred SerenityPerennial Quest non avevano il piglio del classico da setlist, e qui si resettava e si ripartiva ancora una volta con un senso autoritario tipico dei fuoriclasse. Eppure già da Individual Thought Patterns, con la azzeccatissima scelta di Andy LaRocque alla chitarra, si erano lette fra le righe un bel po’ di cose. The Sound Of Perseverance fu un vero e proprio tsunami quel giorno che il negoziante di fiducia mi fermò prima ancora che mi mettessi a curiosare fra i cd, e nel tempo occorso per avvicinarmi al bancone aveva già inserito il nuovo dei Death nel lettore pronto a sorprendermi, ma soprattutto pronto a vendermelo. Mi disse, testuali parole, è uscito e sembra facciano heavy metal, ma è bellissimo. Sulle prime mi fece schifo la voce, più urlata e poco a suo agio, ma il disco era di una potenza inaudita e lo presi praticamente a scatola chiusa; e nei quarantacinque minuti di nausea in autobus per tornare a casa ero già arrivato a tutte le conclusioni di cui sono convinto ancora oggi.

La produzione era magnifica, come in nessun loro disco del passato. Individual Thought Patterns è l’altro in cui adoro la produzione al netto del contesto diverso, mentre Human castigava la batteria e Symbolic aveva un suono troppo freddino e asciutto per i miei gusti che però gli calzava benissimo e lo dovetti ammettere col tempo. Qua niente era fuori posto, con la batteria di Richard Christy – passato per gli Incantation, ma la sua carriera nel metal, seppur breve, verrà definitivamente lanciata qui – in piena evidenza ed a livelli creativi che non faranno rimpiangere né Hoglan, né Reinert. C’è pure un basso che spacca il culo, e a proposito, riposa in pace pure tu, Scott Clendenin. E c’è Shannon Hamm che andava benissimo. I brani puntarono ancor meno sulla velocità che in Symbolic, mostrandola e cercando di contenerla ad un ritmo più tipico del power/speed che di altri frangenti estremi a cui ci verrebbe da associare qualcosa che porta la firma di Schuldiner. I Death non hanno mai suonato in maniera velocissima, anche se a risentire un titolo come Baptized In Blood mi verrebbe da dire che ho appena sparato una cazzata grossissima. Qua abbassarono ulteriormente i canoni, e intermezzarono i suoi lunghi brani con degli stop repentini caratterizzati dalla presenza del basso e spesso seguiti da improvvise ripartenze. E poi, in linea con la cover finale di Painkiller, quel riffing ancora perfettamente riconoscibile, ma sempre più debitore nei confronti del power americano e dell’heavy metal classico in generale: era la trasformazione di Chuck Schuldiner come musicista, l’ultima prima del suo successivo e ultimo progetto musicale. The Sound Of Perseverance è un capolavoro, anche se è Human il mio album preferito dei Death: ma, quando poco più di un anno fa, sono entrato qua dentro e ho scritto il primo pezzo per questa rubrica, se non erro su Remains degli Annihilator, ho subito pensato alla magnifica annata del 1998 ed a quando avrei potuto dire qualcosa su The Sound Of Perseverance. È dura trovare le parole giuste per esso, perché questo disco mi ha segnato e l’ho letteralmente consumato ascolto dopo ascolto. Cos’altro sarebbe potuto venire dopo i Control Denied nessuno lo saprà mai: la cosa certa è che qua dentro Chuck Schuldiner si trovava, se non all’apice della sua carriera, in uno dei tre momenti più importanti che ho elencato sopra e che avrebbero portato alla luce gemme come Zombie RitualSecret FaceStory To Tell a distanza di anni, e con una cadenza la cui regolarità metteva un certo spavento. Il mio album preferito di quell’anno. (Marco Belardi)

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