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Malvagità e iconoclastia: INCANTATION – Profane Nexus

16 ottobre 2017

Nella vita di un uomo arriva una fase in cui si cominciano ad apprezzare le piccole cose positive della vita quotidiana, come il sorriso di un bimbo dal volto paffuto, un tramonto dai colori saturi o le carezze amorevoli della compagna al termine di una giornata faticosa. Fortunatamente per noi, agli Incantation di tutto ciò non è mai fregato proprio un cazzo.

Altrimenti ciò avrebbe comportato quel passaggio impercettibile quanto netto dalla fase giovanile a quella adulta, in cui il compositore heavy metal svuota in primo luogo la propria rabbia contro la società e altri bersagli facili da colpire – ma assai difficili da abbattere; per poi decidere se rivoluzionare le proprie tendenze musicali al passo con la sua naturale trasformazione, oppure entrare in pilota automatico, replicando i suoi migliori successi o accennando ad essi in un secondo e nostalgico momento. In nessuno di questi casi c’è alcunché di male, a meno che  sfornino dischi che non si possono ascoltare. Ma quel salto, non perché siano #giovanipersempre, gli Incantation non ce l’hanno mai fatto avvertire. Non hanno realizzato una cosa carina come Christ Illusion pochi anni dopo averci presi a botte con God Hates Us All, tanto per spiegarvi quanto pensi che gli Slayer siano diventati una band di ottimi mestieranti dopo essere stati la perfezione e la furia allo stesso tempo.

Non perché – come a detta di molti – facciano album tutti uguali al precedente, oppure perché siano succubi del meraviglioso Onward To Golgotha (un po’ il loro Altars Of Madness, cioè di una qualità altissima ma di forma espressiva tutt’altro che definitiva). Gli Incantation sono ancora quelli del 1992 semplicemente perché ci trasmettono le medesime emozioni. Rabbia controllata, malvagità e iconoclastia concentrati in un death metal oscuro come pochi artisti di spicco hanno saputo farci sentire, fra cui Trey Azagthoth e l’affiatato duo Dolan/Vigna. Ma per me gli Incantation sono la migliore band di sempre del genere, sottomessi – si fa per dire – per carisma e intensità solamente dai Morbid Angel della prima era Vincent (per inciso, quella in cui il nostro adorato growler non si era ancora dato ai Genitorturers, al rimorchio delle milf ai Rodeo nella North Carolina ed al radikult).

Così nel 2017 li ritroviamo come li abbiamo sempre conosciuti, sebbene al quattro corde Chuck Sherwood non goda ancora di tutta questa anzianità, e alla chitarra solista faccia comparsa un altro volto nuovo. L’ossatura degli Incantation -lo sapete- si riconferma quella composta da John McEntee, leader incontrastato, e dal batterista Kyle Severn – oramai in formazione dai tempi in cui l’indimenticabile Craig Pillard non aveva ancora abbandonato la nave per far parlare di sé solo in termini di estremismi politici. Che musica per le mie orecchie che è Kyle, stilisticamente un taglialegna di quelli che fanno colazione alle 5:00 con pancetta arrotolata e vino rosso, per poi addentrarsi nelle conifere armati di sega affilata, straccio per il sudore e robusta imbracatura: lo adoro, soprattutto pensando che McEntee aveva provato a far passare dal carrozzone prima Dave Culross, poi Richard Christy (quest’ultimo esclusivamente in sede live).

Il bello degli Incantation di oggi è che, dopo gli album non proprio impeccabili con Mike Saez alla voce e quelli immediatamente successivi, con Vanquish In Vengeance si è capito quanto McEntee, corde vocali a parte, fosse ancora in forma, ispirato e pronto a inserire nuovi elementi all’ interno della sua musica. Meno down-tuning, dosi altissime di doom e soprattutto pezzi che non riesco a togliermi dalla testa come la ferale Profound Loathing. E se il successivo Dirges Of Elysium, seppur qualitativamente buono, aveva riportato i quattro su coordinate più consone, con Profane Nexus stavolta assestano un gran bel colpo.

Il nuovo album degli Incantation ha un suono più pieno del predecessore, sfrutta meglio le influenze doom senza farne a tutti i costi un vanto, e risulta meno monolitico e di conseguenza più accessibile ai fruitori di death metal che con gli Incantation hanno qualche difficoltà di carattere digestivo. Il campionario chitarristico porta perfino dalle parti degli Obituary di The End Complete, specialmente in certi mid-tempo – ma non si illudano i fanatici, Profane Nexus suona al 100% Incantation. Come una grappa barricata dopo che vi siete resi ridicoli al cospetto di abbondanti tortelli al cinghiale e succulenta grigliata, Incorporeal Despair farà sembrare la band della Pennsylvania un intermezzo dei Neurosis, passando per l’essenziale Xipe Totec, per una strumentale dal titolo che pare sfidare i Bal-Sagoth, e poi rallentare di nuovo i ritmi nelle valide canzoni di coda. Il trittico iniziale è invece infernale, sia per i ritmi sia per i livelli qualitativi raggiunti. Vi entreranno nella testa velocemente, e in particolar modo Visceral Hexahedron si candiderà come una delle migliori dell’ intero lotto. Profane Nexus si mette in evidenza così e, a differenza del più che onesto predecessore e di Vanquish In Vengeance, che evidenziava idee e stile a dispetto di una non totale continuità, non presenta cali di tono. E il bimbo dal volto paffuto pianse a volontà. (Marco Belardi)

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  1. Fanta permalink
    16 ottobre 2017 12:51

    Tutto vero sul disco in questione, ma io sto a piagne (dentro) come il bimbo di cui sopra perché l’ultimo Enslaved è brutto. Non c’entra una mazza, lo so, ma è triste quando cadono anche gli ultimi baluardi…

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