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Avere vent’anni: IMMORTAL – At the Heart of Winter

21 febbraio 2019


Se Anthems To The Welkin At Dusk può essere considerato un punto d’arrivo per il black metal, un altro album cruciale di quegli anni fu sicuramente il primo degli Immortal senza Demonaz alla chitarra, messo ai box dai noti problemi di tendinite. Non si poté parlare di traguardo per il genere come nel caso del capolavoro targato Emperor. Fu piuttosto una sorta di nuovo inizio, perché, se non fatico a considerare quello suonato da molte altre band celebri come un qualcosa di contaminato dal black metal, ciò che mise in scena Abbath nel 1999 pur ponendo le sue fondamenta su di un solido riffing di chiara ispirazione heavy/thrash, era catalogabile in un solo modo. Black metal, in ogni maledetto senso e da qualunque angolazione lo si osservasse.

Ricordo benissimo che continuavo a ripetere la solfa per la quale Pure Holocaust fosse il loro intoccabile masterpiece, e che gli Immortal non si sarebbero mai dovuti avvicinare alle sonorità esplorate nel feroce Blizzard Beasts, nè tantomeno a quelle del successivo album. Sulle prime At The Heart Of Winter non mi piacque troppo, e così lo misi un po’ in disparte. Fu un carissimo amico dell’epoca a spalancarmi gli occhi, definendolo l’unico modo che aveva per ascoltare black metal dopo avere constatato la propria intolleranza verso Battles In The North. Problemi suoi, pensai. Aggiunse anche che At The Heart Of Winter aveva uno fra i suoni di chitarra più belli che avesse udito nel metal estremo, e per quanto avesse ragione continuò a non convincermi. Il mio innamoramento nei confronti di questo pazzesco album sarebbe arrivato molto gradualmente, fino al punto che non sarei riuscito più a toglierlo dallo stereo. Considero i loro primi cinque dischi qualcosa come gemme assolute del black metal. E vi includo di diritto anche Blizzard Beasts, perché, anche se mi piace la metà degli altri, ha un’anima nera che fatico a rintracciare in tutta la produzione targata Immortal che seguì l’anno Duemila. Damned In Black compreso. Però è verso At The Heart Of WinterPure Holocaust che nutro sentimenti pressoché unici. Li sento miei in una misura in cui non sono mai riuscito a sentire mio l’epico, e feroce, Battles In The North. Che era un capolavoro pure lui, ci mancherebbe. 

Una volta spalancati gli occhi non sono più tornato indietro. Horgh era il batterista perfetto per interpretare queste sei tracce: rinunciò a pestare come il fabbro ammirato in Blizzard Beasts e si cimentò in partiture più essenziali, oltre che funzionali alle canzoni. Ma la sorpresa fu Abbath, e cazzo che chitarre tirò fuori, naturalmente con l’aiuto degli Abyss Studios i quali assunsero la funzione di vero punto di rottura col passato. Non sono un fanatico del modus operandi di Peter Tagtgren dietro alla consolle, ma in quell’anno alternò esecuzioni impeccabili come questa, o quella di Panzer Division Marduk, allo scempio sonoro di Spiritual Black Dimensions. Il capolavoro di Abbath fu in particolar modo la gestione del minutaggio: delle tracce incluse nel mastering finale non se ne registrò neanche una sotto i sei minuti di durata, e si arrivò a sfiorare i nove con Tragedies Blows At Horizon.

Tranne una certa ripetitività nello schema della title-track, ossia il brano più epico del lotto intero, fu riscontrabile una programmazione impeccabile del dinamismo, motivo per cui la noia non avrebbe mai preso il sopravvento. L’esempio lampante era Withstand The Fall Of Time, autentica perla posta in apertura al disco. Un’eruzione di riff, cambi di tempo e pattern atmosferici dosati alla perfezione, lasciando il minimo ma necessario spazio ai blast-beat. Una sorta di ponte per facilitare il passaggio verso episodi relativamente più semplici, nonché trascinanti, come l’ottima SolarfallWhere Dark And Light Don’t Differ. L’impatto del riff heavy metal posto al secondo minuto esatto di Withstand The Fall Of Time, avrebbe potuto devastare ogni purista del genere: era perfetto così, e l’avremmo potuto ascoltare per cinque minuti di fila. Era idealmente contestualizzato, esattamente come ogni nota di At The Heart Of Winter in cui non si accennava mai ad un tentativo di mescolare altro al black metal. Era sempre lui, e si mostrava sotto inedite forme.

Poi non so che cosa gli sia successo di preciso, ma gli Immortal hanno rapidamente perso la loro inconfondibile magia. Il loro primo album senza le facce pittate in copertina fu anche l’ultimo dei capolavori realizzati; e dal successivo Damned In Black avrebbe regnato il senso di compito ordinario, svolto con inumana e gelida dedizione, cosicché gli avrei addirittura preferito il set di canzoni offerto da Sons Of Northern Darkness. Ma erano due album degli Immortal odierni, che già provavano a spingere oltre la loro fama, reputazione e notorietà, senza il piglio di chi sta ancora vivendo un qualcosa da dentro. At The Heart Of Winter chiuse un capitolo nell’atto di aprirne uno nuovo, e lo fece davvero in bellezza, perché ad oggi lo considero uno dei dischi black metal più belli ed ispirati che abbia sentito in vita mia. (Marco Belardi)

8 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    21 febbraio 2019 10:33

    Concordo su tutto: suona da paura, ha dei riff bellissimi ed un’atmosfera fantastica. E le canzoni poi, cazzo ti trapanano il cervello al primo ascolto e non ti mollano più. Per me il migliore in assoluto degli immortal, i successivi non si avvicineranno neppurr lontanamente a questo. Copertina splendida tra l’altro.

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  2. Orgio permalink
    21 febbraio 2019 12:36

    Sons Of Northern Darkness però è ancora valido. Fermo che Battles In The North e questo album sono di un altro livello da tutti i punti di vista.

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    • Marco Belardi permalink
      21 febbraio 2019 12:44

      È quello a cui sono più affezionato del dopo-heart of winter. Kingdom cold, tyrants, one by one, aveva ottimi pezzi e che ancora mi ricordo molto bene. Pure north waves… Le abbrevio, sono a un semaforo 😂😂😂

      Piace a 1 persona

  3. Cattivone permalink
    21 febbraio 2019 17:50

    Il mio preferito degli Immortal, questione di atmosfere principalmente credo.
    Anche io come il tuo amico ho sempre avuto qualche problema con Battles in the North.

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    21 febbraio 2019 21:47

    stessa cosa per me. il migliore della loro carriera, punto. Preso in edizione limitata e numerata, dopo vent’anni suona ancora perfetto e immutabile come i veri capolavori.

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  5. 21 febbraio 2019 22:43

    L’apice di una carriera che, come a volte accade, va oltre quello che il gruppo aveva suonato fino ad allora e sarebbe stato sempre superiore e diverso da tutto ciò che avrebbero suonato dopo.
    Gli Immortal hanno sempre inteso il black metal in modo molto personale: in parte adattandosi all’ortodossia norvegese, in parte rifacendosi al resto del metal estremo e seguendo una strada propria.
    “At the heart of the Winter” è una perfetta sintesi di questo particolare approccio: nonostante si tratti di un black piuttosto anomalo per sonorità e stile, è considerato da molti uno dei migliori dischi della corrente. In ogni caso sarà sempre un gran bel disco METAL.

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  6. El Baluba permalink
    23 febbraio 2019 11:54

    quanti ricordi…insieme a “The Sound Of Perseverance”, il disco che ho provato a rifare sulla chitarra in assoluto (ovviamente i Metallica stanno un pianeta a parte). Da suonare era divertentissimo perchè alla fine era un disco Heavy Speed pieno di riffs tamarissimi. E’ tanto che non lo sento, anche perchè dopo che vidi nel 2001 al Wacken Abbath massacrare Unsilent Storms smisi completamente di seguirli. Già Damned In Black mi aveva detto molto poco, ma dopo quell’esibizione compresi che Abbath era un simpatico burlone – atteggione, che distrusse tutte le mie fantasticherie sul nome Immortal…

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  7. Hieiolo permalink
    24 febbraio 2019 10:20

    Dio cristo nn riesco a smettere di ascoltare Solarfall..disco immenso

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