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DEATHSPELL OMEGA – The Furnaces of Palingenesia

13 settembre 2019

Spero non me ne vorranno le legioni di agguerriti fan se i Deathspell Omega mi sono sempre sembrati un culto un po’ troppo costruito a tavolino. Niente foto, niente esibizioni dal vivo, pochissime interviste, testi all’insegna dell’ermetismo più spinto con un’impalcatura concettuale dottissima che va dalla Cabala a Bataille, album che escono all’improvviso senza annunci né anticipazioni. Poi, certo, il terzo e il quarto disco sono eccellenti nel loro miracoloso equilibrio tra atmosfere nerissime ed apocalittiche e un impasto sonoro mutevole e sfuggente che approfondiva alcune intuizioni dell’avantgarde scandinavo, Ved Buens Ende in primis, portandole ancora più oltre. Un equilibrio che, per quanto mi riguarda, si ruppe nel 2010 con l’acclamatissimo Paracletus, che trovai troppo cervellotico e mi stancò presto. Quasi un album mathcore con un’estetica black: non proprio il mio genere. Sì, bello, bella a improvvisazione atonale, bello er poliritmo, belle ‘e cassapanche, bello tutto, bravi, grazie, adesso ve ne potete pure anna’.

Con il notevole ep Drought, di due anni successivo, dove la vena post-HC divenne ancora più presente ma fu asciugata dall’eccesso di ghiribizzi (quasi a voler prendere le distanze dalla progenie deforme che Paracletus aveva generato nel frattempo), mi riconciliai parzialmente con loro. Una parentesi o l’inizio di un nuovo corso? Né l’una né l’altro. The Synarchy of Molten Bones, uscito dopo altri quattro anni, sarebbe stato una sintesi tra gli svarioni avanguardisti del full e gli umori incupiti del mini. Mi lasciò freddino ma le recensioni furono entusiaste in modo pressoché unanime, tanto da farmi sospettare che il pubblico dei Deathspell Omega fosse diventato ormai l’equivalente estremo di quello dei Tool: è tutto geniale, se non lo capisci è un problema tuo. Spero quindi di non attirarmi troppe inimicizie se mi approccio a quest’ultima fatica dei transalpini da non adepto del culto, senza esibirmi in metafore ardite e tonitruanti né soffermarmi sui risvolti esoterici delle liriche.

La prima cosa che salta all’orecchio di The Furnaces of Palingenesia è l’adeguato risalto dato a tutti gli strumenti nel missaggio: le chitarre si sono riprese un po’ la scena, il basso è più nitido del solito e, in generale, quella caoticità studiata che in The Synarchy of Molten Bones poteva risultare un po’ stucchevole è, in generale, venuta meno. Nella prima parte dell’album lo stacco dai tempi di Paracletus non appare troppo netto: a condurre i giochi è sempre l’impressionante lavoro della batteria, che scaraventa l’ascoltatore da uno stacco jazzato a un blast beat senza soluzione di continuità apparente. Con il susseguirsi dei brani, i tempi si consolidano su un andamento cadenzato (in certi frangenti i Killing Joke più psicotici non sono poi lontanissimi) e, nonostante il consueto profluvio di cambi di tempo, i pezzi si fanno più lineari. Un aspetto, quest’ultimo, che rimanda a Drought, i cui elementi post rock sono ancora presenti qua e là (Standing on the work of slaves) ma lasciano spazio, come non avveniva da tempo, a reminescenze del black norvegese meno ortodosso, con certi riff dilatati e dissonanti che non sono lontanissimi dall’impronta che Blasphemer aveva impresso ai Mayhem in A Grand Declaration of War, un accostamento proponibile anche per lo stile vocale declamatorio, funzionale a un concept incentrato sull’avvento di un regime totalitario di stampo orwelliano.

La struttura da concept, con ogni traccia che appare legata alla precedente da un filo conduttore unico, è forse il limite maggiore di un disco che, pur nella complessità delle sue sfumature, risulta piuttosto uniforme e accessibile per gli standard ai quali i Deathspell Omega ci hanno abituato, quasi l’aspetto musicale fosse a volte sacrificato a quello, diciamo così, narrativo. Chi dai francesi si aspetta che ogni volta alzino l’asticella oltre l’universo conosciuto rimarrà forse un po’ deluso. Chi invece li ha sempre trovati troppo ostici potrebbe rimanere piacevolmente sorpreso e iniziare a riscoprirli proprio da qui. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    13 settembre 2019 11:58

    pensa te, quando lessi il recente articolo sui Vargrav e su tutta l’interessante disquisizione del Tola sul Black Metal per i 40enni (tra i quali sta per rientrare anche il sottoscritto), per qualche motivo mi vennero in mente loro. Io i DSO non li ho mai capiti, quando vennero fuori venivano acclamati da ogni dove, con tanto di corollario sul Religious Black Metal a contorno (ve lo ricordate?), io li ascoltavo e dicevo “ma che hanno di così particolare?”
    . Non lo so, mi son sempre sembrati i Tool del Black Metal, tanti li adorano ed a me non dicono nulla…

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    • Fanta permalink
      13 settembre 2019 13:22

      A me fino a Paracletus incluso piacciono molto. Ora non li sopporto più.

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