Alla ricerca dell’El Dorado con gli ANTRISCH – Expedition III: Renitenzpfad

Beh, oramai è passato diverso tempo dall’uscita del terzo capitolo della saga dei bavaresi Antrisch, gruppo del quale mi vanto essere stato uno dei primi scopritori. Se non mi credete date un’occhiata alla data della recensione del loro primo Ep Expedition I: Dissonanzgrat, all’epoca nessuno sapeva chi fossero. Oggi le cose sono diverse, logicamente il gruppo ha raggiunto il più che meritato livello di popolarità visto il loro inconfutabile talento ed Expedition III: Renitenzpfad mi (ma spererei: ci) sta deliziando con musica di altissimo livello emotivo, coinvolgente come pochi altri sono – o sono stati –  in grado di fare oggi come nei passati anche lontani. Da un punto di vista prettamente stilistico il loro schema compositivo di poco o nulla si discosta rispetto ai due precedenti episodi, con fortissimi richiami a quanto abbiamo potuto adorare nei dischi di Nocte Obducta, Nagelfar e odiernamente pure in un pizzico di Abigor più recenti, quelli più criptici e stravaganti, il tutto ovviamente rivisto e corretto secondo la loro visione compositiva che denota una preparazione totale e assoluta nel costruire ed arrangiare brani di heavy metal estremo; ma ora mi auguro che tutti coloro che apprezzano la loro proposta e che oramai avranno metabolizzato il disco vogliano gradire una riflessione che in parte esula dal contesto musicale tout court.

Non so se avete notato, ma il black metal (e non solo quello, pensate ai Kanonenfieber) si sta spostando in certi casi sempre più verso il cinematografico, lo spettacolare, il visionario; non è più solo musica brutale e violentissima sbattuta in faccia all’ascoltatore, il quale ne trae piacere per l’impatto intransigente, e tanto basta per soddisfarlo: no, oggi la componente scenografica ha una sua importanza che va al di là del face painting demoniaco e delle luci soffuse che ricordano l’aurora boreale. Penso ai Grima che si travestono da alberi, ai Vigljos che fanno gli apicoltori, ai Malist con le maschere scheletriche, insomma sta diventando usuale spettacolarizzare la proposta musicale che non è più l’unica cosa che conta ma è una parte del tutto. Un’evoluzione che probabilmente garantirà al genere ulteriore longevità, per come la vedo io.

Cosa fanno gli Antrisch? Mettono in musica il Male autentico in modo, per l’appunto, cinematografico. Ti portano di peso in un mondo altrove, in un universo parallelo, ti avvolgono di note perfide, di effetti strazianti come se tu fossi un personaggio che partecipa alla storia, un involontario spettatore che ha attraversato lo schermo e vive realmente ciò che in teoria dovrebbe essere solo finzione. Cioè ciò che il black metal fa da 35 anni a questa parte, solo che lo espongono in modo diverso, più sofisticato; travestirsi da demone e cantare inni a Satana dopo tutto questo tempo e con un’antologia sconfinata cui attingere oramai lo può fare chiunque. Ma cantare il Male, il Male vero, quello umano del personaggio viceversa insignificante che, vuoi per mania di grandezza o culto della personalità o semplicemente per pura innata cattiveria, si erge a comandante supremo dei suoi presunti sottoposti e ne decide la sorte, la vita o la morte, no, per farlo ci vuole una tecnica, una predisposizione all’approfondimento storico e una passione che non tutti (in pochissimi, azzarderei) possiedono.

Il terzo lavoro dei tedeschi è incentrato sulla figura di Lope de Aguirre e sul conseguente mito di El Dorado; il losco figuro rappresenta quanto oggi definiremmo un bastardo matricolato, ma all’epoca della sua esistenza non era neppure il peggior elemento della razza umana. Ci fu chi fece di peggio, ma comunque in una scala di bastardaggine il Nostro si sarebbe collocato ai piani nobili. Gli Antrisch riescono a rendere in musica le gesta efferate del protagonista, con passaggi da brivido, atmosfere catastrofiche e una prestazione sensazionale di Maurice Wilson alle voci, ora straziate ora in screaming acutissimo ora enfatiche, in ogni attimo conformi al contesto del concept, con un’impostazione recitativa difficilmente riscontrabile altrove e comunque non con questa perizia. Ascoltare Expedition III: Renitenzpfad significa intraprendere un viaggio in tutto quanto è più sordido, disgustoso, riprovevole, demoniaco, disumano si possa concepire; ma non è un film horror di terza categoria con i diavoletti squamosi con le corna e la coda appuntita, è un mito (leggenda? realtà?) incentrato su una persona che avrebbe potuto essere il vostro vicino di casa.

Per quanto mi riguarda gli Antrisch hanno pubblicato il disco dell’anno. Difficile che qualcuno possa fare meglio. (Griffar)

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