Avere vent’anni: NAGELFAR – Virus West

Virus West. Uno dei dischi della mia vita, uno dei fantomatici dieci che mi porterei sull’isola deserta quando auspicabilmente questo mondo sfortunato alzerà bandiera bianca e la Natura farà il suo corso, com’è sempre stato, come ci sta facendo capire che ha intenzione di fare e come sempre sarà. Uno dei dischi che mi fa piangere ogni-stramaledetta-volta-che-me-lo-ascolto, perché non ha pari, non ha rivali. È come In the Nightside Eclipse, come A Blaze in the Northern Sky, come Pure Holocaust, come The Shadowthrone o uno qualunque dei dischi dei Summoning. Non fraintendiamoci però, non assomiglia a nessuno dei suddetti. È diverso, è unico. Neanche i capolavori storici che ho citato hanno pari, o rivali: sono arrivati prima ed hanno aperto delle strade che sono state percorse da migliaia di musicisti con risultati più o meno eclatanti, e tra loro ci sono stati anche i Nagelfar. Che sono andati oltre. Come per ogni capolavoro, dategli tempo. Non basta un ascolto a comprendere la grandezza di questo disco, né ne bastano dieci. È lungo e contorto ed ha bisogno di parecchio tempo per essere apprezzato come merita. I Nagelfar erano dei geni, perderli è stato tremendo. I gruppi nati dalle loro costole non ci si avvicinano neanche alla lontana (The Ruins of Beverast, Ego Noir), spiace per loro ma è così.

Virus West è il loro terzo album, l’ultimo cui abbiano messo la firma, ed è il loro personale capolavoro, oltre ad essere un Capolavoro con la C maiuscola per quanto riguarda l’intero genere black metal. Che fossero strumentisti con una potenzialità immensa già lo si era capito con i due album precedenti Hunengrab im Herbst (1997) e Srontgorrth (1999), assai complicati a livello di songwriting, in cerca di strade nuove, ostiche, inusuali. Virus West è un pelo differente, torna indietro nel tempo – non molto, 4-5 anni – e propone un black metal freddissimo e asciutto, non sovraccarico di arrangiamenti orchestrali o soluzioni funamboliche, puntando tutto sulla grandissima abilità di comporre riff di chitarra melodici per tutta la durata di ogni pezzo. Durata che è sempre notevole: il brano più breve è Sturm der Katharsis e conta 8 minuti e 40”; ci sarebbe invero l’intermezzo Westwall di un paio di minuti di tastiere ed effetti guerreschi di tribù pronte alla battaglia, solo che in realtà funziona da intro per il pezzo successivo Fäden des Schicksals essendogli mixato sopra: questi due non vengono considerati come un unico brano per chissà quale motivo, ma voi, quando ascoltate il disco, non divideteli altrimenti snaturate la loro idea. In questo modo pure questo pezzo arriva ai 9 minuti, mentre gli altri quattro superano tutti i dieci.

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Una delle cose che mi è sempre piaciuta di più di questo disco sono i suoni della batteria, sempre belli secchi ed in evidenza anche nelle parti più tirate, cosa successa di rado – ma, ogni volta che è successa, il disco ne ha sempre beneficiato in modo esponenziale. Incredibile poi la loro capacità di comporre riff lunghissimi privi di ripetizioni svariando in ogni campo possibile e con ogni soluzione possibile, dal marziale/militaresco al tremolo picking su note altissime, dall’arpeggio acustico ai rivolti armonici di chitarra uno più bello dell’altro.

Virus West è un disco furioso, l’ira di un Dio, la tempesta perfetta. Un abbaiare di cani apre il CD ed è subito uno degli highlight di tutto l’album, Hellebarn che stronca ogni sorta di resistenza per tutta la sua lunghezza e fa capire fin dall’inizio che quanto si va ad ascoltare non è semplicemente musica gradevole, anche valida, ma non imperdibile. Nemmeno per idea. Un riff magistrale dietro l’altro, screaming da manuale, sezione ritmica disumana. Non scende mai di livello, il disco è tutto così, l’unica cosa che possiamo fare è essere trasportati in quella tempesta e cercare di reggere la forza d’urto. Gli ultimi due pezzi sono i più incredibili, danno sfogo alla loro creatività inserendo soluzioni chitarristiche più oniriche utilizzando melodie aspre e stacchi improvvisi, pattern acustici da brivido, cambi di tempo strabilianti, violenza pura incastonata in arpeggi sospesi, arrangiamenti di vocals ritualistici, qualche tastiera a spezzare l’imperversare della furia del ciclone. Non per molto, perché i crescendo vi riporteranno nel maelstrom in breve tempo, e sarà di nuovo ammirazione cristallina.

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Meuterei chiude il disco ed anche la loro carriera, è il pezzo più “strano” ed è anche quello che ha un riff conclusivo che vi farà venire voglia di massacrare il malcapitato che dieci anni fa vi ha rubato una precedenza. Lo rintraccerete e lo ridurrete ad una larva a suon di calci nelle palle, e Meuterei sarà il brano che avrete in cuffia mentre eserciterete il vostro sacrosanto diritto di vendicarvi per un simile affronto. Per almeno la metà del brano ha un incedere tendente al lento e sornione, cinereo, piovoso come gli effetti che lo introducono. È un riff portante in tre quarti, cadenzato e particolare, accompagnato all’inizio dalle trombe dell’Apocalisse. L’impatto è notevole, ma quando scema verso la coda si intuisce che i Nagelfar hanno giocato al gatto con il topo, e la violenza più assurda ci accompagnerà verso la conclusione grazie ad un riff che non basta definire meraviglioso perché non gli rende sufficiente merito. Introdotto da un arpeggio acustico da panico, è incontestabilmente uno dei più grandiosi riff di tutta la storia del black metal, con arrangiamenti vocali che richiamano alla lontana i fasti di Inno a Satana e continuano a farmi stramaledire l’indifferenza che li ha accompagnati fino al loro epilogo, avvenuto dopo aver pubblicato un CD-r EP in sole dieci copie intitolato Ragnarok nel 2003, disco per il quale io darei in cambio un rene senza neanche pensarci troppo, pur di averne uno nella mia collezione.

Wir sind gewacht!!! (Griffar)

PS: special thanks to Barg & Ciccio, per avermi concesso l’onore di poter scrivere di Virus West e di condividere cotanta maestosità. (dovere, ndbarg)

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