Nella steppa sconfinata a 40 sottozero: MALIST – Karst Relict

Per una trilogia – quella degli Aara – che inizia, un’altra si conclude con Kars Relict, terzo album dei Malist. Evidentemente le trilogie in questo periodo vanno di moda. La domanda che mi faccio è: ma gli album che le compongono sono già tutti registrati ed in attesa di pubblicazione o sono solo un’idea da mettere nero su bianco in tempi successivi? Va a sapere. I più assidui tra voi si ricorderanno che ho già parlato della formazione russa in occasione del secondo album To Mantle the Rising Sun, un gran bel disco di ispirazione swedish black metal, con i Dissection quale più fulgido punto di riferimento. Un lavoro che seguiva di un anno il debut In the Catacombs of Time, dei tre capitoli sicuramente il più oscuro e violento, come si può intuire già dalla copertina.

Il factotum Nick Kholodov aka Ovfrost continua a dimostrare di essere un eccellente strumentista e compositore. Anche questo terzo episodio contiene musica molto interessante, che però inizia a discostarsi dal black metal più propriamente detto, e ne addolcisce i suoni e le partiture. La matrice rimane il black metal ma le influenze Dissection vengono mitigate, quasi spariscono, perché l’atmosfera di tutto l’album è quella che lascia un viaggio conclusivo dal quale si torna – se si torna – differenti, cambiati nel corpo e nello spirito, diversi da quello che si era prima di partire.

Malist-Karst-Relict

C’è tantissima malinconia qui. Il termine di paragone più vicino che mi è ritornato in mente è il secondo stupendo disco dei sottovalutatissimi Bloodthorn, Onward Into Battle, capitolo conclusivo di un dittico che riuscì a rivoluzionare il symphonic black metal. I norvegesi purtroppo saltarono per aria poco dopo, silurati dalla Season of Mist e si sono ridotti, dopo innumerevoli cambi di formazione, a scrivere musica black/thrash non indimenticabile. Ad ogni modo, il mood di questo nuovo Malist è molto simile, tutti i brani sono trenodie che comunicano un’immensa infelicità, come se fosse tutto perduto, tutto rovinosamente distrutto. Per questo non c’è bisogno di particolare violenza e molta dell’aggressività dei due dischi precedenti si stempera in partiture tutte in minore, spesso più lente, nelle quali grande spazio trovano melodie d’effetto, che cercano di fare breccia nelle anime dure e pure dei blackster incazzati marci contro il mondo, dio e tutto ciò che è santo.

L’album, anche se di qualità superiore alla media, è il meno notevole dei tre, nonostante Ovfrost abbia migliorato le sue capacità tecniche e compositive con il passare del tempo. Inserito invece nel contesto della trilogia e ascoltato di seguito ai suoi predecessori, Kars Relict funziona molto di più. È la fine di un viaggio, la fine di una storia, la fine di una fase della vita: questo si sente e Ovfrost è stato un maestro nel riuscire a esprimere completamente quello che aveva intenzione di comunicare fin dall’inizio di quest’avventura. Un’avventura, iniziata all’improvviso, ricordiamo, non esistono demo, promo, singoli o quant’altro antecedenti l’esordio. Sono curioso di ascoltare nuova musica da parte di Kholodov, perché davvero non immagino dove potrà andare a parare. Ma il ragazzo ha solo 28 anni, c’è tutto il tempo del mondo. (Griffar)

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