I Dissection in cirillico: MALIST – To Mantle the Rising Sun

I Dissection non esistono più da molto tempo, purtroppo. Quelli veri, quelli di Somberlain e Storm of the Light’s Bane. Quelli che ci hanno fatto saltare per aria con pezzi pazzeschi, meravigliosi.

Molti dei gruppi swedish death/black metal che dei Dissection furono discendenti diretti, nemmeno. Quantomeno, non pubblicano un disco decente da secoli. Insomma, oggigiorno l’eredità di Nodtveidt e soci non è stata raccolta da nessuno, meno che mai in Svezia.

Fino ad ora. Perché, altrove, la realtà è diversa. Altrove ci sono i Malist. O meglio, c’è il tipo che da solo si scrive e si suona dei pezzi incredibili sotto il monicker Malist. Usiamo il plurale come se fossero una band, perché io sfido chiunque abbia ascoltato o ascolti il disco a dirmi che tanto si sente che è un tipo che si fa tutto da solo.

I Malist sono russi, moscoviti per essere precisi, questo è già il loro secondo disco (già il primo era un gran bel sentire) e per me sarebbe un mistero non vederlo citato mai e poi mai nelle poll di fine anno dei grandi, eminentissimi siti. Un mistero, ed un peccato, perché il ragazzo si meriterebbe riconoscimenti importanti, non solo articoletti della lippa che non rendono un cazzo l’idea di cosa vai ad ascoltare.

Suona davvero bene. Di solito in questo genere per scriversi ed arrangiarsi pezzi del genere servono almeno 4 strumentisti, e lui si fa tutto da solo. Chitarra ritmica e solista, basso, tastiere, batteria, cantato, tutto per i fatti suoi. Un figlio di un’autentica generazione di fenomeni; una volta le one-man band erano roba alla Burzum, che non brillava certo per la sua strabiliante tecnica (certo, lui s’è inventato qualcosa che prima di allora non c’era, ma non è di questo che sto parlando, no?)

Così, tra riff arpeggiati con molto effetto riverbero e delay, basso distorto, passaggi di chitarra acustica, notevole creatività utilizzando cambi di tempo e di tonalità, momenti velocissimi in tremolo-picking intrecciati con frasi di pura melodia, ognuno dei sette brani dalla lunghezza giusta, non eccessiva, To Mantle the Rising Sun si distingue per la piacevole atmosfera che il ragazzo si inventa e porta avanti per tutta la durata del disco. Di tastiere ne usa pochine, un po’ di più nell’ultimo brano che termina con un outro di sole synth, ma ci sono anche assoli di chitarra piuttosto tecnici e fantasiosi che di solito fanno pensare alla presenza in formazione di un solista; quando canta è molto vario e passa dallo screaming classico al cantato sciolto, a tratti quasi parlato, evitando i fastidiosi sussurri che nella maggior parte dei casi non c’entrano nulla con il contesto musicale nel quale vengono inseriti.

Tirando le somme, l’influenza dei Dissection c’è e si sente; non c’è nulla di rivoluzionario qui. Però ai giorni nostri, dove tutto è già stato fatto, rifatto, ripensato, rimescolato e centomila variazioni di black metal sono disponibili nelle forme più strane, io penso sia un gran merito essere capaci di scrivere un disco vario, godibile dal primo all’ultimo secondo, di quelli che metti nello stereo e dici “Minchia, ma senti questi!”, che ti fa venire voglia di riascoltarlo ancora, e poi ancora… e farselo pure da solo.

Principalmente il pubblico a cui si rivolge è quello di estimatori dello swedish death/black, ma secondo me ha tutte le potenzialità per piacere anche a chi di questo tipo di musica non è che ne faccia una priorità, o ne mastichi chissà che. In realtà è talmente ben fatto, scritto, suonato, arrangiato e registrato che potrebbe piacere a chiunque ascolti heavy metal, senza distinzioni di genere o quant’altro.

Se vi interessa, la versione fisica del CD è un digipak a 500 copie che esce per Northern Silence Prod, etichetta tedesca che produce pochi dischi ma molto, molto buoni, fatti benissimo e che nulla hanno da invidiare alle release di  ben più facoltose major. Io nella top ten di fine anno questo disco ce lo metto, perché mi esalta, e pure tanto. (Griffar)

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