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Resilienza: NERO DI MARTE – Immoto

9 febbraio 2020

Nero-Di-Marte-Immoto-01

Sono particolarmente affezionato ai Nero di Marte. Un po’ perché, in certo qual modo, li sento “miei”. Sono cioè uno di quei pochi nuovi gruppi italiani meritevoli che uno come me, metallaro della ormai non troppo nuova generazione e membro solo anagraficamente più giovane della redazione di Metal Skunk – perché dentro nel profondo qua siamo tutti boomer -, ha potuto seguire con coscienza sin dagli inizi. Per esempio non ho memoria di quando uscì il primo album dei Moonsorrow, così come di tanti altri gruppi che amo, o perché ero troppo piccolo o perché ancora non seguivo la scena metal. Mi ricordo invece quando uscì il debutto dei Murder Therapy, la loro prima incarnazione, di come piano piano si stessero allontanando dalla formula brutal/technical e di quando questo processo andò troppo oltre e decisero, giustamente, di cambiare nome per fare altro. Insomma, i Nero di Marte sono il mio gruppo italiano preferito, e probabilmente rientrano tra i miei gruppi preferiti in generale.

Li ho anche seguiti in concerto dovunque ho potuto. Li vidi insieme ai romagnoli Void of Sleep al compianto Sinister Noise di Roma quella disgraziata sera in cui, come purtroppo troppo spesso accade nella Capitale, qualche subumano gli rubò la strumentazione. Cosa che suppongo spieghi, insieme ad alcuni cambi di formazione, l’abisso di sei anni tra questo Immoto e il precedente Derivae, dopo che tra il secondo e il primo omonimo Nero di Marte era passato solo un anno. Li vidi anche all’incirca un anno dopo sempre a Roma, quando stavano cominciando a riprendersi dal trauma, proposero già alcune delle canzoni che si possono sentire su quest’album ed ebbi l’occasione di intervistarli e di scambiare due chiacchiere più informali con loro. Li ho visti anche quest’estate, quando hanno annunciato il nuovo album e una data un po’ a sorpresa a Bergamo.

La cosa che mi piace di più dei nostri bolognesi credo sia che sembrano così tanto i Gorguts ma non lo sono. E non è un modo carino per dire che sono deriva(e)tivi: ciò che intendo è che riprendono molti tratti tipici dello stile dei pazzi canadesi, con cui andarono anche in tour se non ricordo male, e li reinterpretano in maniera del tutto originale. Certo, nel debutto l’influenza era molto più ingombrante, ma già con Derivae le sonorità erano maturate parecchio, e oramai ne è rimasto solo un sentore. Neanche il paragone coi Gojira che molti fanno rende loro pienamente giustizia ed è giustificato solo in parte. Nonostante sul disco ringrazino, cito testualmente, “nostro zio Luc Lemay”, i Nero di Marte sono andati oltre e, personalmente, il fatto che siano riusciti ad ottenere una musica se possibile ancora più atmosferica e psichedelica che in precedenza, partendo da basi così brutali che ancora emergono e si possono sentire, è di per sé già un successo. Perdonatemi il paragone un po’ azzardato, ma sono l’equivalente degli Anathema di Eternity che suonavano il progressive rock dei Pink Floyd come se fosse death doom – prima che trovassero felicità e amore e rovinassero la loro musica s’intende. Speriamo non finiscano anche loro a suonare caramelle e zucchero filato. Intanto, so che gennaio ancora non è finito, ma voglio esagerare e dico che per me Immoto è già disco dell’anno. Vi stavo aspettando. (Edoardo Giardina)

2 commenti leave one →
  1. Luigi permalink
    9 febbraio 2020 12:19

    Ma a me sta musica cervellotica non mi trasmette emozioni.

    Piace a 1 persona

  2. 10 febbraio 2020 09:32

    Ho prenotato il vinile e potro’ ascoltarlo fra due settimane, le aspettative sono alte.

    Piace a 1 persona

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