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Avere vent’anni: LABYRINTH – Return To Heaven Denied

23 giugno 2018

Trainspotting: Return to Heaven Denied è una delle cose migliori mai uscite dall’Italia in ambito musicale negli ultimi decenni. Di sicuro è, Rhapsody esclusi, il miglior disco power metal italiano di tutti i tempi. È incredibile come questi ragazzotti siano riusciti a fare un disco del genere; non perché la loro restante discografia non sia valida, anzi: i Labyrinth, in tutta la loro carriera, hanno sempre volato su livelli piuttosto alti; ma Return to Heaven Denied è l’incontro di mille contingenze fortunate che si sublimano nell’oretta scarsa di durata dell’album. Innanzitutto uno stile sinceramente power metal, ma lontanissimo dall’impersonalità manierista che sembrava una caratteristica fondante del power italiano di fine anni Novanta: uno stile caldo, passionale, intenso, che comunque riesce a mantenere la struttura tipica del genere, dal doppio pedale ad elicottero agli assoli neoclassici. E questo stile viene valorizzato dallo stato di grazia dei musicisti e soprattutto dalla voce di Tiranti, uno dei cantanti power più personali di sempre, con un timbro passionale e intenso almeno quanto le melodie dell’album. È davvero una fortuna che Roberto Tiranti nella sua vita abbia deciso di cantare power metal, e lo è ancora di più che i Labyrinth del 1998 lo abbiano incontrato sulla propria strada. Poi i pezzi spaccano tutti, ma tutti; e si arriva a livelli stratosferici con cose ormai entrate nella leggenda, a partire dalla meravigliosa Moonlight con cui tuttora chiudono i concerti fino all’incredibile New Horizons, davvero uno dei picchi assoluti del power mondiale dagli Helloween ad oggi, Lady Lost in Time (madonna Lady Lost in Time), Heaven Denied (ONCE I HAD GONE! TODAY I’LL TURN TO LIGHT!), State of Grace o la ballatona Falling Rain. Se in seguito i Labyrinth avrebbero ricercato la raffinatezza sfociando nel prog e componendo in modo più riflessivo e ricercato, qui riescono a essere raffinati suonando un power metal in pienissimo stile italiano; a differenza dei Rhapsody, che facevano scuola a sè, i Labyrinth suonavano come il classico gruppo italiano, ma migliore. Incomparabilmente migliore. Diciamo che se i Rhapsody sono Hvis Lyset Tar Oss di Burzum, i Labyrinth sono Transilvanian Hunger dei Darkthrone: il canone riconoscibile, ma di altra caratura rispetto al resto degli appartenenti a quel canone; anche perché della creazione di quel canone, in entrambi i casi, sono essi stessi responsabili. Davvero, l’unica cosa che non è uscita bene è la copertina; per il resto Return to Heaven Denied è uno di quei pochi dischi metal da poter portare nel mondo come orgoglio italiano. Se volessimo trovare dischi power così belli nel 1998, che pure fu uno degli anni più fertili, dovremmo scomodare i grossissimi nomi europei: per quanti altri dischi italiani si può dire una cosa del genere?

Cesare Carrozzi: Il disco migliore dei Labyrinth e più in generale uno dei migliori del metal italiano. Non è che ci si possa sbagliare più di tanto: se uno parla dei Labyrinth è impossibile che non si finisca per citare Return To Heaven Denied, perché, con le ovvie proporzioni, sarebbe come parlare, che ne so, dei Megadeth senza conoscere Rust In Peace, anche se purtroppo c’è gente che effettivamente lo fa, ovvero te li ritrovi che: 

– ‘Mannò sai, i Megadeth li ascolto da una vita e mi piacciono, però li ho ho sempre trovati mosci, meglio i Metallica.’
– ‘E quali dischi ti piacciono?’
– ‘Mah, com’è che si chiama… aspetta… ah Super Collider… poi, vediamo… qualcosa da Youthanasia, e anche boh?, quello appresso che non mi ricordo, quello con la copertina grigia!’
– ‘…’

E vabbé, insomma il mondo è bello perché è avariato. Comunque Return To Heaven Denied è uno di quei lavori in stato di grazia che a volte capitano nella carriera di un gruppo, quando tutta una serie di convergenze positive si riversa in un singolo momento, irripetibile, che scaturisce in un capolavoro parimenti irripetibile, come infatti i Labyrinth non sono mai stati in grado di bissare. I lavori successivi sono buoni per lo più, quella sorta di spin off dei Labyrinth di Olaf Thorsen a nome Vision Divine pure lo è (specie Stream Of Consciousness, gran bel disco), però è con Return To Heaven Denied che i Labyrinth hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama metallico del Belpaese. Ed il merito, non mi stuferò mai di dirlo, è per grandissima parte di Frank Andiver, batterista dei primi due dischi e proprietario dello studio di registrazione dove fu inciso l’album, album che segnò peraltro anche la fine dell’esperienza Labyrinth per il nostro batterista/produttore, poi rimasto attivo con un altro paio di progetti minori, sempre in ambito power sinfonico, e in ultimo scomparso dalle scene. È per merito suo se Return To Heaven Denied suona così potente, veloce e diabeticamente melodico (e da questo punto di vista fidatevi che gli Wonderland, uno dei progetti di Andiver successivi ai Labyrinth, sono la versione metallara del cioccolato kinder e provocano carie profondissime se ascoltati troppo a lungo), oltre ovviamente a tutto il contributo possibile da parte degli altri membri, come detto in stato di grazia. Tutti, nessuno escluso. Ma il cuore di quei Labyrinth, amici lettori, era indubbiamente Frank Andiver. Tutti in coro: grazie Frank.

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  1. Frank Andiver permalink
    30 luglio 2018 11:44

    Grazie a te Cesare!!!!

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