Avere vent’anni: THE GATHERING – If_Then_Else

Su queste pagine ci siamo già in precedenza rivolti l’annosa domanda sull’effettivo valore dei The Gathering slegato dalla voce di Anneke van Giersbergen, ovvero: “I The Gathering (o quantomeno i loro primi album) sarebbero stati comunque così belli anche senza la voce di Anneke?”. La risposta, come detto, è assolutamente no. La riprova è già in If_Then_Else, quarto disco del nuovo corso dei The Gathering, in cui Anneke canta in maniera completamente diversa rispetto al passato.

Quella del gruppo olandese è stata una lenta discesa verso l’inconsistenza, e i sintomi erano già perfettamente visibili all’inizio. How to Measure a Planet? non fu una completa sorpresa, sia per le loro dichiarazioni dell’epoca sia per gli elementi che differenziavano Nighttime Birds da Mandylion. Gli olandesi non erano mai stati a proprio agio nell’alveo del metal, non si erano mai davvero inseriti in quell’ambiente anche quando ne rispecchiavano gli stilemi, e, quando veniva loro chiesto quali fossero le proprie influenze, loro non rispondevano come ci si sarebbe potuto aspettare. Certo, all’epoca si faceva a gara per mostrarsi il più possibile di mente aperta, con cover dei Depeche Mode e intermezzi elettronici, ma, se per altri era palese che fosse semplicemente una fase o un seguire la moda del momento, i The Gathering sembrava non vedessero l’ora di smarcarsi da quell’ambiente per passare finalmente dall’altra parte, quella dello sperimentalismo psichedelico, dell’indie rock e del cantautorato elettrico. Anneke, in particolare, non perdeva occasione di rimarcare come lei non fosse mai stata metallara e che i suoi ascolti abituali fossero di tutt’altro genere. La sua carriera solista, del resto, è piuttosto esplicativa in questo senso.

If_Then_Else, paradossalmente, fu annunciato (e anche, da certi improvvidi scribacchini, salutato) come un ritorno alle radici elettriche; quindi, tra le righe, un ritorno al metal. Effettivamente le chitarre elettriche sono più presenti rispetto a How to Measure a Planet?, ed effettivamente Hans Rutten ha un tocco più pesante sulla batteria. Però, strutturalmente e compositivamente, i pezzi del disco non solo non hanno nulla a che vedere col metal, anche intendendo questo termine nel senso più ampio possibile, ma sono perfettamente inquadrabili nell’ambito dell’indie rock che andava in quegli anni.

Tutto ciò non sarebbe stato un problema in sé, specie per me che dall’indie rock ci provenivo e che continuavo imperterrito ad ascoltarlo sperando che gli dèi del metal non se ne accorgessero. Il problema vero è che era indie rock dozzinale e buono tutt’al più per sfondarsi di bombe in un coffee shop di Utrecht, con tutto un carico di sperimentalismo insistito che si riduceva fondamentalmente ad un innocuo giochino con strumenti e ordigni il più possibile strani e che dessero le stesse sensazioni dei cd di musica new age che ti davano in allegato con le riviste di cristalloterapia.

Probabilmente, se Anneke avesse cantato come era abituata a fare fino a pochi anni prima, l’album ne avrebbe giovato, foss’anche solo per la presenza della sua voce. Invece anche lei si è adeguata all’andazzo, e direi anche giustamente, perché lo stile pieno e potente di Nighttime Birds sarebbe stato parecchio fuori luogo qua sopra. Il risultato è la lagna di If_Then_Else, che non è che faccia poi davvero schifo, perché magari, forse, ascoltato a piccole dosi in determinate situazioni, sarebbe anche carino; ma ascoltato di fila è decisamente insostenibile, una nenia pretenziosa e ammorbante che ti fa venire voglia di prendere lo stereo a capocciate e mettere su i Disorder, i Last Days of Humanity o che cazzo ne so. E la pretesa, probabilmente esplicitata dalla Century Media, di rendere il tutto un po’ più “pesante”, “elettrico” o addirittura “metal” peggiora ancora le cose. Perché How to Measure a Planet?, che non era né metal né elettrico né tantomeno pesante, era un capolavoro di delicate composizioni in punta di penna, che suonava sincero ed è peraltro invecchiato benissimo. Da If_Then_Else in poi, purtroppo, le cose sarebbero cambiate irreversibilmente. (barg)

5 commenti

  • Un album tenuto in piedi praticamente da quei due capolavori di Amity e Saturnine. Non lo ascolto praticament mai, anche se io adoro la svolta intapresa con HTMAP, infatti il mio loro preferito è di gran lunga Souvenirs, che se tra 3 anni me lo stronchi in quesrta rubrica ti vengo a prendere sotto casa.

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  • Gira voce che “Souvenirs” lo faranno recensire al Carrozzi.

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  • capisco che i gusti son gusti, ma dissento totalmente dalla recensione. Un album molto bello, che riaccende anche un po’ la vena elettrica della band. Non saranno Metal, ma i chitarroni dell’opener e The Colorado Incident spaccano alla grande, e poi ma che gli vuoi dire a quei due capolavori di Amity o Saturnine…ciò che le rende meno bello del precedente è la presenza di brani inutili nella seconda parte (Morphine Waltz è effettivamente orribile).

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  • Me ne allungò un disco un batterista che suonava con me nel ’96. Ricordo qualche cosa di orecchiabile, ma estremamente lagnoso e decisamente poco metal. Da allora non li ho mai più considerati. Se devo cambiare genere ascolto del jazz o della musica contemporanea. So che non ve ne frega un cazzo, però non nobis solum nati sumus.

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  • […a ascoltato di fila è decisamente insostenibile, una nenia pretenziosa e ammorbante che ti fa venire voglia di prendere lo stereo a capocciate e mettere su i Disorder, i Last Days of Humanity o che cazzo ne so…] :D :D :D

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