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Avere vent’anni: THE GATHERING – How to Measure a Planet?

27 novembre 2018

Nel 1998 ero pazzamente innamorato di Anneke van Giersbergen e il mio diario di scuola segnava il conto alla rovescia per l’uscita del terzo disco dei nuovi The Gathering, How to Measure a Planet?, arrivato dopo un paio d’anni passati ad imparare a memoria Mandylion e Nighttime Birds, che a quel punto erano diventati due dei dischi da me maggiormente ascoltati nella mia seppur breve esperienza di ascoltatore musicale. Il disco era stato anticipato dal video di Liberty Bell, che confermava quanto dichiaravano i membri del gruppo olandese nelle interviste: le chitarre non avrebbero più avuto un ruolo principale, ci sarebbero state influenze di musica elettronica, cantautorale e trip-hop (all’epoca Massive Attack e Portishead erano rispettati ed apprezzati un po’ da tutti) e più in generale non sarebbe stato un disco metal.

In bocca ad altri, queste parole avrebbero raffreddato qualunque aspettativa al me stesso diciassettenne; i Gathering, però, si erano da sempre scavati una nicchia di gruppo particolare, da cui potersi aspettare uscite simili. Passarono in cavalleria anche i dreadlocks di Anneke nel suddetto video di Liberty Bell, creandosi le stesse giustificazioni mentali di un ragazzino-zerbino maltrattato dalla fidanzatina; è un periodo, poi li tagli e ricrescono, tanto è bella lo stesso. Ripensandoci adesso, è incredibile come quel giovane e musicalmente intollerante me stesso non abbia ripudiato i The Gathering dopo aver passato un anno ad aspettare un’altra On Most Surfaces e essermi ritrovato con questa: 

Liberty Bell peraltro non rispecchia neanche il disco nella sua interezza, dato che è più sommesso e psichedelico e meno zumpettone. E, rispetto al precedente Nighttime Birds, è invecchiato meglio, nonostante alcuni picchi di quest’ultimo siano irraggiungibili. How to Measure a Planet? è un doppio album col trucco, nel senso che è composto da tredici canzoni più la mezz’ora della traccia eponima, un cazzeggio allucinato di rumori e psichedelia da coffee shop. L’album in sé all’epoca mi pareva molto più psichedelico e strano di quanto non sia effettivamente: in realtà infatti è composto dai canzoni molto semplici, composte evidentemente sulla base di voce e chitarra acustica: ce ne sono alcune di veramente clamorose, come Great Ocean Road, Probably Built in the Fifties, Marooned o la lunga Travel, nove minuti di climax sublimato dalla voce di Anneke che ritorna sui registri del passato.

Perché poi alla fine è qui che lei ha iniziato a cantare diversamente, senza puntare più sulla potenza e sui chiaroscuri come nei precedenti album. Con How to Measure a Planet? Anneke prende a modulare la propria voce in maniera più soffusa e intima, sia adeguandosi al mutato tono delle composizioni del gruppo sia obbedendo ad un intimo istinto, essendo lei molto più vicina al mondo indie e cantautorale che a quello metal. In quest’album l’equilibrio regge perfettamente: How to Measure a Planet? è infatti l’ultimo grande album della band dei fratelli Rutten, idealmente alla pari con i precedenti Mandylion e Nighttime Birds, e dei tre è probabilmente quello che ha retto meglio all’implacabile scorrere del tempo; perché composto di semplici melodie concepite per risaltare la voce di Anneke, in modo che, anche se spogliate di ogni orpello e arrangiamento, sembri che musica e voce si fondano:

E questa sarà l’ultima volta che parlerò così bene di un disco dei Gathering, perché già col successivo If_Then_Else il declino fu immediatamente evidente. Ma di questo discuteremo tra un paio d’anni. (barg)

5 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    27 novembre 2018 09:59

    “invecchiato meglio” mi pare un’ottima definizione

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  2. sghembol permalink
    27 novembre 2018 10:36

    Condivido in toto. Anche io ai tempi ero assai bigotto ma per Anneke indossai il paraocchi e feci finta che pur non essendo un disco metal era figo lo stesso e pur essendosi dreddizzata lei era ancora più fica di prima. Se ho cominciato ad aprire un poco gli orizzonti è proprio grazie a questo disco perché a quei giorni ero proprio un talebano del metallo.

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  3. hieiolo permalink
    27 novembre 2018 14:17

    Anneke.

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  4. El Baluba permalink
    27 novembre 2018 19:53

    disco per me intoccabile come lo sono stati i precedenti e come lo sarà anche il successivo “If Then Else” e parzialmente anche “Souvenirs”. Sarà che anche io all’epoca ero un pretendente senza speranza di Anneke, ma con la loro musica ho una connessione del tutto particolare che non ritrovo da nessuna parte. In particolare, questo è il loro punto più alto, il disco a cui mi volgo ogni volta che ricordi del passato riafforano pesantemente in superficie. “Marooned” è il brano che farei suonare al mio funerale (laico), ma ci sono tanti momenti del disco che vorrei citare, ma sto di corsa. Lunga vita ad Anneke! PS: non ti ho mai dimenticata

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  5. weareblind permalink
    29 novembre 2018 21:31

    Vi leggo con onesta e genuina curiosità. Non parendomi esserci metallo in questo disco.

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