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Return To Heaven Denied, orgoglio nazionale

24 giugno 2018


Verso la fine degli anni Novanta essere metallari significava andare al negozio di dischi per aggiornarsi sulle nuove uscite e, quando si avevano le finanze, comprare qualcosa che fosse ganzo sperando, in caso di incertezze, che qualche buon commesso ti facesse sentire il disco da te scelto per verificare tramite il tasto skip o FFWD che il prodotto non puzzasse di merda stantia e che i sudati soldi risparmiati dal mancato acquisto di una dose di fumo o due e qualche bottiglia di Ichnusa fossero spesi bene.

Il che voleva dire praticamente sfogliare tra decine di gruppi power metal inutili, che al tempo affollavano la scena in quanto la fase risorgimentale di tale genere era al suo acme, e frugare un po’ tra i residui death metal o black metal, generi la cui genuinità era andata ormai persa da un pezzo grazie a gente come Dimmu Borgir e altri. Ogni tanto capitava la merda, come il disco degli Old Man’s Child il cui ventennale ricorreva quest’anno, altre volte la roba bella.

Una roba bella, anzi bellissima, fu senz’altro Return to Heaven Denied, che, lo dico subito, è uno dei dischi di power metal più belli della storia. Punto.

Un suono ed una produzione che comunicano purezza, classe, potenza incontaminata e che molti gruppi più blasonati si sognavano. Per fare un paragone impietoso: tra questo e Nightfall in Middle-Earth non c’e’ proprio confronto, poveri Blind Guardian. Basta un riff di un pezzo preso a caso da questo disco per spazzare via un buon novanta percento della concorrenza. 

Gli assoli di Olaf Thorsen (abbastanza ridicoli i nomi che si diedero fin dagli inizi della loro carriera per fare appello ad una triste esterofilia del metallo dalla quale il Belpaese non riusciva proprio a guarire), il bellissimo timbro del cavallo di razza Tiranti, gli attacchi neoclassici, mai fini a sè stessi e mai sfocianti nel tipico pippone tanto in voga al periodo, la doppia cassa e le ritmiche devastanti e quadrate di Frank Andiver. C’è tutto quello che deve esserci e anche di più. È come respirare aria purissima ad alta quota e avvertire la potenza delle correnti. Queste le sensazioni.

Troppo difficile ripetersi, e infatti, pur avendolo aspettato con trepidanza anche a tre anni di distanza, ovvero quando il “revival” del power non aveva proprio più nulla di nulla da dire, Sons of Thunder non si avvicinò neanche di striscio al mostruoso RTHD, che pure dopo vent’anni suona sempre come il più potente, il più pulito, il più cazzuto disco di power metal che mai sia uscito dagli italici confini. Imperdibile anche la cover di un pezzo techno (Feel) che, nella perfezione assoluta del suo arrangiamento, rappresenta il pezzo strumentale ideale e travolge come un ciclone a 200 km/h.

Return to Heaven Denied è semplicemente sovrumano e irreplicabile, nonché stra-degno di rappresentare una voce importante in un catalogo come quello della Metal Blade, che scrisse la storia del nostro amato genere in America e nel mondo. E credo che complimento migliore di questo non si possa fare ad una band italiana. (Piero Tola)

2 commenti leave one →
  1. Bonzo79 permalink
    24 giugno 2018 15:50

    Grandissimo album. Unico davvero imperdibile dei Labyrinth

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  2. Magus79 permalink
    24 giugno 2018 17:19

    Se va bhè, mo return to heaven denied è meglio di nightfall, ma cosa vi fumate raga, con amore ovvio😇

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