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Avere vent’anni: BLIND GUARDIAN – Nightfall in Middle-Earth

29 aprile 2018

Marco Belardi: Anch’io ho avuto il mio periodo nerd/fantasy/power. In pratica uscivo da scuola e raggiungevo, a neanche cento metri di distanza, l’abitazione di un compagno di classe presso la quale si finiva per giocare a D&D, Ultima Online e cose del genere. Nightfall in Middle-Earth era la colonna sonora fissa di quei pomeriggi, talvolta alternato a Tunes Of War o a qualcosa dei Manowar; e a volte avrei voluto farla pagare a tutti, ma non era casa mia e di conseguenza non comandavo affatto. E finii per sottomettermi a quei quattro o cinque album che mi avrebbero tormentato a ripetizione per estati intere, impedendomi comunque di studiare e costruirmi con ciò un futuro migliore.

Nightfall In Middle-Earth era anche il disco che, forte della sua caratterizzazione all’interno del vasto e popoloso universo di Tolkien, incuriosiva chiunque entrasse in quell’appartamento e lo avvicinava al mondo del metal come una mosca in una tela. Capii già allora quale e quanta fosse la sua forza, e, sebbene preferissi la loro identità precedente, forte di composizioni più energiche ed esuberanti nonché capaci di cacciar fuori classici come Banish From SanctuaryWelcome to DyingTime What is Time – per non parlare dell’incredibile Imaginations From The Other Side nella sua interezza, a mio avviso la loro opera più completa – ho sempre saputo che il potere di Nightfall in Middle-Earth era semplicemente quello di unire più mondi. Come un gigantesco cartellone pubblicitario che non ignori, ma ti incuriosisce davvero nel momento in cui passi, senza limitarsi a svolgere il compito di lasciarti un infimo messaggio apparentemente trascurabile in qualche meandro del cervello. Una roba che faceva diventare metallare le persone, nell’anno più prolifico che io ricordi in fatto di uscite, trend e quant’altro: un po’ come fare due più due, insomma. 

Me lo ricorderò anche per la sua produzione meno aggressiva rispetto a quelle passate e per una batteria, quella di Thomas Stauch, per la prima volta non assomigliante ad un vero e proprio bombardamento a tappeto. Sarà lui l’unico membro presente dai tempi di Battalions Of Fear che lascerà la formazione originale, intaccandola d’un segno praticamente indelebile. Ma prima ancora di farlo, con l’uscita del contestato EP And Then There Was Silence ed il conseguente e pomposo A Night At The Opera, mi sarei già disamorato di questa fantastica band che – a mio avviso – aveva già detto quanto aveva da dire.

L’inno Mirror Mirror da cantare ai concerti, la commovente Nightfall e l’ideale incipit Into The Storm, passando per The Curse Of Feanor o per le melodie incise con lo scalpello di Blood Tears, per Time Stands Still o per l’energica When Sorrow Sang. Tasselli che non avremmo mai più dimenticato e che segnarono un’era, quella dell’Hansi Kursch che reggeva anche il basso prima di cominciare a non capirci più nulla, e di un genere assolutamente dominante come il power metal di quegli irraggiungibili anni.

 

Piero Tola: All’uscita di Imaginations From the Other Side, album che a livello formale rasenta, se non addirittura coglie in pieno, il concetto di perfezione, la pubblicità del disco passava addirittura su Videomusic. La Virgin investì sui tedeschi per fargli fare il salto di qualità a livello commerciale e ci riuscì. Suoni cristallini, arrangiamenti curati fino alla mania e produzione galattica. Quanto ci stavo in fissa appena uscì non ve lo sto nemmeno a dire, fattostà che sulla scia dell’entusiasmo comprai anche l’abbastanza inutile raccolta di outtakes The Forgotten Tales, con alcuni momenti pure divertenti, come le cover dei Beach Boys.

Appena uscì presi anche Nightfall in Middle-Earth, ovviamente a scatola chiusa o quasi, visto che il singolo Mirror Mirror andava benissimo e mi convinse: potente, veloce ed epico quanto basta per titillare il mio animo da tolkieniano di ferro. L’album fu in cima ai miei ascolti per qualche anno, poi finì inesorabilmente nel dimenticatoio, come una vera e propria fase adolescenziale, contrariamente alla discografia precedente ad Imaginations.

La ragione me lo sono chiesta diverse volte, e penso di averla finalmente trovata, nella sua brutale semplicità: Nightfall in Middle-Earth è uno dei dischi invecchiati peggio che abbia risentito in tempi recenti, ed è doloroso da constatare per l’adolescente che alberga ancora in me. Ripreso oggi, almeno nella sua versione originale, l’album suona spento e sottotono, e con un numero esagerato di interludi inutili che davvero ne spezzano la continuità, danneggiando in maniera evidente il risultato finale.

Questo non è Somewhere Far Beyond o Tales From the Twilight World, parliamoci chiaro, ma nemmeno il predecessore lo era, seppure conteneva pezzi di pregevolezza assoluta, ulteriormente impreziositi dalla regia impeccabile di Flemming Rasmussen, che presenzia anche qua, ma senza esercitare il controllo totale che ebbe sul precedente capitolo. E si sente.

Tuttavia è davvero sconvolgente constatare come la parabola discendente fosse già bella che cominciata su Nightfall, e come sia fortemente evidente con il senno di poi. Se dovessi puntare il dito su dove esattamente i Blind Guardian hanno cominciato la metamorfosi in quello che sono oggi, punterei senza dubbio su questo disco. Lapidatemi, se volete. So che buona parte della comunità del metal lo considera un capolavoro imprescindibile e bla bla bla. Però non è così, mi dispiace. Fatevene una ragione: il declino inizia proprio da qua.

 

5 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    29 aprile 2018 16:00

    Distillato di power di classe, melodico ma potente, e la ricostruzione del Silmarillion è perfetta. Fatevene voi una ragione. Vicecersa il baratro è aperto fin dal suo osceno successore, poi sempre peggio.

    Piace a 1 persona

Trackbacks

  1. Avere vent’anni: aprile 1998 | Metal Skunk

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