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Avere vent’anni: OLD MAN’S CHILD – Ill-Natured Spiritual Invasion

22 aprile 2018

Se ripenso agli Old Man’s Child mi viene in mente una di quelle band che, nella maniera più ruffiana possibile, provarono a salire sul carrozzone del successo del black metal suonando qualcosa che ne prendeva il più possibile le distanze, facendolo peraltro in maniera piuttosto netta. Esempio lampante è il loro terzo album, Ill-Natured Spiritual Invasion, che curiosamente mi capita di recensire a breve tempo da Nexus Polarissempre per la stessa rubrica e sempre con le stesse perplessità di fondo.

È altrettanto sorprendente come l’effetto di certi album cambi col tempo: se all’epoca ne finivo attratto come le zanzare su un neon bluastro, oggi ne prendo le distanze con sufficienza ma sono piacevolmente portato a tornarci sopra – anche se me n’ero tenuto a debita distanza per svariati lustri – ma c’è un però. 

Nel caso dei Covenant ho ritrovato un album dotato di due o tre pezzi fortissimi, che erano più o meno quelli che consumai all’epoca skippando con ferocia il resto; riguardo alla band di Galder, nel senso stretto della cosa, dato che dopo The Pagan Prosperity rimase una questione tutta quanta sua – in attesa di entrare nei Dimmu Borgir – Ill-Natured Spiritual Invasion è un titolo che ho riascoltato con il piglio di chi sta per perdere del tempo salvo poi constatare che sì, lo stile è una ruffianata imperdonabile, che Hoglan alla batteria era soltanto un punto di interesse di cui avrei fatto a meno badando semplicemente alla sostanza, ma che alla fine, tolta la settima traccia My Evil Revelations, in ognuna delle altre figurano parti compositive che a livello melodico mi colpirono da subito, e che non avevo in nessuna maniera rimosso dalla testa. E non c’è punto a favore migliore.

Per cui dove sta la verità? Il terzo Old Man’s Child è solo un rileccato e leggerino miscuglio di black melodico, thrash e certi passaggi pericolosamente vicini al power (God Of Impiety) – il tutto dominato da tastiere – oppure Galder ha semplicemente vinto, con canzoni strutturate mediante un dinamismo da veterani e costellate di passaggi di un’immediatezza e robustezza compositiva a dir poco invidiabili? Spesso debitore nei confronti dei Dimmu Borgir più melodici, come in occasione dell’assolo della conclusiva Thy Servant, e spesso clamorosamente fuori tema come col thrash della forzata Demonical Possession, ma comunque di spessore. A voi la risposta, la cosa certa è che nel 1998 certe cose spopolavano a mani basse, e che in quel periodo tenere Gene Hoglan lontano da uno studio di registrazione (Demonic dei Testament, una miriade di cose con Devin Townsend) era pressoché impossibile. (Marco Belardi)

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