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Avere vent’anni: marzo 1999

31 marzo 2019

IN THE WOODS… – Strange in Stereo

Trainspotting: Il terzo album degli In The Woods del 1999 sarebbe rimasto il loro ultimo, almeno fino al ritorno sulle scene del 2016, che ha portato ai due bellissimi Pure e Cease the Day. Strange in Stereo, però, è il più strano dei dischi della band norvegese, al punto da essere stato spesso colpevolmente dimenticato. L’afflato sperimentale, loro cifra stilistica fondante che aveva reso unici i precedenti Heart of the Ages ed Omnio, viene qui portato alle estreme conseguenze, con una libertà e un’indifferenza alle regole incredibili anche per quell’epoca in cui l’avantgarde scandinavo viveva il proprio periodo dorato. L’uso quasi narrativo della doppia voce e la spiccata teatralità in alcuni momenti ricordano La Masquerade Infernale, anche se Cease the Day è molto meno cupo del capolavoro degli Arcturus. La ricerca costante di nuove forme espressive, anche con l’utilizzo di strumenti musicali totalmente alieni al proprio retroterra, rende il disco molto eterogeneo, senza veri e propri punti di riferimento: da qui, a causa anche dello scioglimento che avverrà poco dopo, partirà il culto degli In The Woods, uno dei maggiori simboli di un’epoca in cui non ci si faceva troppi problemi a travalicare i confini dei generi musicali.

VARATHRON – The Lament of Gods

Charles: Amo la via italiana al black metal norvegese ma ad essa preferisco quella ellenica. Se fossi greco ne sarei orgogliosissimo. Storicamente un passo dietro a Rotting Christ e Necromantia (forse questi ultimi li hanno pure doppiati grazie ai lavori più recenti), i Varathron nella loro carriera sono stati capaci, comunque, di tirar fuori quattro full che vanno dal buono allo spettacolare (His Majesty At The Swamp e Walpurgisnacht nei primi anni ’90, Untrodden Corridors of Hades e Patriarchs of Evil negli ultimi anni) che è più di quanto siano riusciti a portare a casa nomi ben più blasonati. Poi ci sta questo EP: con questo EP di 26 minuti si chiude la prima fase dei greci. Seguirà lo scioglimento e la reunion nei primi anni zero (incarnata, però, da un paio di lavori non propriamente degni di menzione). Se, putacaso, vi fosse sfuggito all’epoca questo dischetto, vi consiglio di recuperarlo immediatamente perché passerete i migliori 26 minuti della settimana, ve lo assicuro. Tutto gira alla perfezione ma quando si arriva a The World Through Ancient Eyes e Beyond the Grave iniziate proprio a sentire puzza di zolfo: due inediti da menzionare tra i migliori di tutta la loro discografia. Si chiude con la cover di Nuns Have No Fun dei Mercyful Fate, brano risalente al primo EP del 1982, che preferisco pure all’originale.

DIE APOKALYPTISCHEN REITER – Allegro Barbaro

Marco Belardi: La caratteristica fondamentale di questi tipi qua era il suonare un po’ di tutto senza però addentrarsi da nessuna parte, o almeno non oltre un certo limite imposto. Si parlò a lungo di black metal sinfonico quando uscì Soft & Stronger, ma in realtà si aveva fra le mani tutt’altra cosa. La sensazione fu acutizzata di album in album, finché non riuscirono a realizzarne uno che non fosse propriamente catalogabile, ma che al contrario sorprendesse. Però non fu Allegro Barbaro.
Il loro album del 1999 è il migliore a detta di molti, ma per il sottoscritto i Die Apokalyptischen Reiter erano ancora piuttosto acerbi e legati a certi cliché melodici del metal scandinavo degli anni Novanta. Ma loro, essendo tedeschi, cacciarono fuori – a un solo anno di distanza – la cosa più tamarra e irreale che si potesse concepire: All You Need is Love. In tutto il resto della discografia i Die Apokalyptischen Reiter soffriranno il confronto con quell’album: Allegro Barbaro aveva la copertina col bondage, ma di certo non l’esuberanza del suo azzeccato successore. E così, riascoltando oggi il loro ultimo album in studio – Der Rote Reiter – sento delle buone melodie, qualche ammiccamento di Dr. Pest all’elettronica dei conterranei Rammstein, una piacevole sfuriata ai limiti del death metal. Ma, come accadde ad Allegro Barbaro, gli mancano le palle quadrate di All You Need Is Love ed il suo incredibile filotto di quattro, forse cinque canzoni di un livello assurdo. Ancora incompleti, anche se non per molto, e comunque una ripassata alla goduriosissima Heavy Metal meriterebbe a priori.

THE CROWN – Hell Is Here

Ciccio Russo: Di quanto e perché questo disco spacchi ai massimi livelli ha già parlato il Bonetta (con il quale su un punto dissento: è ancora meglio di Deathrace King). Aggiungo giusto una nota personale. Hell Is Here è l’ultimo disco che ho vissuto in quella maniera adolescenziale che poi avrebbe lasciato spazio a un modo diverso di vivere la musica. La devozione e la passione sono rimaste sempre le stesse, altrimenti non sarei ancora qui a scrivere, ma quell’ingenuità, quello sguardo vergine, come naturale, prima o poi sarebbero svaniti. Il 1999 fu l’anno in cui raggiunsi la maggiore età. Hell Is Here (insieme, ehm, ad Americana) fu la colonna sonora del classico viaggio studio estivo nel segno della deboscia che all’epoca (forse pure ora, non saprei) era norma trascorrere in Inghilterra concluso l’ultimo anno delle superiori. Segnò la mia personale perdita dell’innocenza, il passaggio tra adolescenza e giovinezza, lo spartiacque dopo il quale nulla sarebbe stato più lo stesso. Poi arrivò il trasferimento da Cagliari a Roma, da un rassicurante guscio provinciale dove tutto andava benissimo a una delle più dure scuole di vita che l’Italia offra. Dagli anni del tape trading a quello dei cd masterizzati. Dagli anni dove si fantasticava di inattuabili trasferte in “continente” a quelli di un concerto a settimana. Dagli anni della cumpa metallara liceale del muretto a quella di una vera e propria scena nella quale, dopo un po’, capii non mi interessava inserirmi. Non sarà stato per via dell’apocalisse satanica invocata nell’inno sempiterno 1999 Revolution 666 ma quell’anno, per dirla con Cortesi, non dico che finì tutto (sempre perché altrimenti non sarei ancora qui eccetera) ma qualcosa di sicuro finì per sempre. Per me come per la musica che amavo.

PORCUPINE TREE – Stupid Dream

Edoardo Giardina: C’è stato un periodo in cui la gente che frequentavo (telematicamente, attraverso i forum, e nella vita reale) era tutta impazzita per i Porcupine Tree. Col senno di poi, credo ciò fosse dovuto al loro album In Absentia e alla sua onda lunga poiché, presentando qualche sonorità un po’ più pesante, si era imposto all’ascolto di parte del pubblico metallaro, uscendo dal seminato strettamente progressive/psichedelico. Probabilmente avevano concorso anche le collaborazioni che Steven Wilson cominciava ad inanellare con alcuni gruppi più o meno metal (anche da me amati) quali Opeth, Anathema e Orphaned Land. Ed è anche qui che io ho iniziato ad odiarlo: quando le sue collaborazioni sono coincise con l’inizio della decadenza di questi gruppi. Stupid Dream è importante perché è un unicum nella discografia dei Porcupine Tree e alla fine, in retrospettiva, restituisce un’immagine un po’ diversa dell’artista inglese e della sua creatura, slegata dall’immaginario snob prog: semplice, diretta, quasi pop. Stupid Dream è equidistante dall’inafferrabile psichedelia dei primi album dei Porcupine Tree e dall’altezzosità del prog del loro ultimo periodo. Da recuperare.

FOREFATHER – Deep into Time

Trainspotting: Gruppi colpevolmente poco considerati, capitolo 1: Forefather. Attivi dal 1999 (Deep into Time è il debutto), tuttora in giro dopo otto album, si tratta di un duo proveniente dall’Inghilterra meridionale che suona un pagan black metal con tematiche anglosassoni, tanto che – in un periodo in cui ci si sbizzarriva a cercare definizioni barocche e improbabili – ci hanno sempre tenuto a definire la propria musica anglo-saxon metal. È comunque un pagan metal epico e battagliero, con forti influssi di metal classico che risaltano nelle linee melodiche e nei riff, a scapito di una componente black evidente nella forma ma molto meno nella sostanza. L’equilibrio tra i vari fattori è incredibilmente ben riuscito, e mi sono sempre chiesto perché i Forefather non abbiano raggiunto almeno metà del successo di altri gruppi analoghi ma molto meno meritevoli: non mi riferisco per forza agli Amon Amarth ma gli Amon Amarth sono un ottimo esempio, come diceva quello. Qui in realtà siamo più vicini al Vintersorg di Till Fjälls o ai Borknagar di The Olden Domain, ma con una componente più powerona e una tendenza al black svedese, più che norvegese; ma le coordinate sono grossomodo quelle. E aggiungiamoci anche i Bal Sagoth, più che altro per la provenienza e la tendenza all’epicità, anche se qui ovviamente non ci sono trombette e pereppeppè. I Forefather meritano assolutamente una rivalutazione, anche a distanza di vent’anni: vedete voi cosa volete fare.

STATIC-X – Wisconsin Death Trip

Il Messicano: Gli Static-X erano un gruppo particolare. Furono fondati nel 1994 da un soggetto abbastanza allucinante, tale Wayne Static (credo sia il suo nome d’arte, ma onestamente chi cazzo se ne fotte), un tizio già all’epoca intorno alla trentina che andava in giro con i capelli di sei metri e mezzo sparati in testa con la lacca tipo Sonic e il pizzettone sino allo stomaco. Sinceramente sembrava un mentecatto e a naso direi che le possibilità che lo fosse sul serio sono abbastanza alte. Lessi da qualche parte diversi anni fa che l’egregio dottor Static negli anni ottanta aveva militato  nello stesso gruppo di Billy Corgan (non ricordo come si chiamassero) e che fu proprio lui, dopo aver raggiunto la fama con gli Smashing Pumpkins, ad aiutare l’ex compagno di gruppo ad avere un contratto per gli Static-X, i quali esordirono proprio con questo disco, Wisconsin Death Trip, esattamente vent’anni fa. Non so se la storia di cui sopra sia vera, ma se lo fosse non mi stupirei: gli Static-X erano fondamentalmente un gruppo del cazzo fatto apposta per lo scemo medio americano dell’epoca e dato che ai tempi erano pompatissimi un po’ ovunque direi che l’ipotesi “raccomandazione” non sia poi tanto campata in aria. L’album in questione inizia ed in certo senso riassume, nonostante sia un esordio, l’intera carriera del gruppo: musica stupida che prendeva un po’ dal nu metal più coglione di quel periodo ed un po’ dall’industrial di serie z da discoteca rock per americani subnormali, con un sacco di chitarroni compressi a fare da sfondo. Tutto qui. Genuinamente beceri e col q.i. di una zappa e fieri di esserlo, insomma. Il punto sapete qual è? Semplice: questo dico spacca. È piacione, caciarone,  idiota nel senso più puro del termine e soprattutto maledettamente divertente. Il dott. ing. Static ha pensato bene di spaccarsi di droga ed alcolici per anni, ma non prima di aver fatto un bel po’ di soldi con gli Static X,  aver sposato una pornostar che ad un certo punto si è suicidata ed aver suonato, come detto, nello stesso gruppo di Billy Corgan. Un bel curriculum, insomma. Non si può mica lamentare. Neanche se volesse farlo, dico, perché è morto di overdose nel 2014.

VORDVEN – Towards The Frozen Stream

Michele Romani: Ho sempre avuto un grandissimo rispetto per Steffen Zopf e la sua No Colours, label fondata e portata avanti praticamente sempre da solo, che nel corso degli anni ha tirato fuori perle non indifferenti. Quest’aurea di mistero che permeavano le sue uscite, i booklet scarni rigorosamente in bianco e nero e la predilezione per un certo tipo di black metal ha suscitato su di me sempre un certo fascino. Da questo punto di vista Towards The Frozen Stream dei Vordven (primo e unico full composto dalla band finlandese) rappresenta un capitolo a parte all’interno del copioso roster della casa discografica tedesca. Il black metal proposto in questa sede infatti è sempre molto melodico e atmosferico, con tanto di tastiere e suadenti voci femminili, che unite al suono di base sempre iper-zanzaroso (tipico della NC di quei tempi) dà vita ad un prodotto davvero unico. Ho sempre faticato a capire il perché questo lavoro sia sempre stato così poco considerato, il songwriting (ispirato principalmente a Tolkien) è sempre di grandissimo livello e dà vita a brani di assoluto valore come Moonlight In The Northern Sky, Rivendell (l’intro iniziale è totale) o Eternal Storm. Rigorosamente da riscoprire.

EVENFALL – Still in the Grey Dying…

Trainspotting: Dopo quel periodo, breve ma infausto, in cui erano andati di moda i vampiri e sembrava che mettersi i canini di plastica sporchi di succo di ciliegia fosse la cosa più grim & frostbitten del mondo, le cose stavano tornando alla normalità. Ma uno strascico era inevitabile: e così anche il debutto degli Evenfall (da Bolzano!) risente di quell’immaginario da negozio di magliette Alchemy a Camden Town. La matrice vampirica qui non è così esplicita, segno che nel 1999 già ci si cominciava a vergognare della cosa, ma è comunque palese nelle atmosfere decadenti, nella scelta delle tematiche e pure nella copertina, che raffigura un tizio in costume veneziano che porge una rosa rossa ad un altro tizio in camicia bianca ed eyeliner che sta in ginocchio davanti a lui. Una specie di Transilvanian Brazzers Gay Edition, qualcosa possibile solo a fine anni Novanta e che adesso decisamente non rimpiangiamo. Musicalmente Still in the Grey Dying è sempre quel gothic metal con influenze blackeggianti che faceva sdilinquire le ragazzine vestite di nero, e che un po’ di nascosto finivamo ad ascoltare anche noi, perché i primi Cradle of Filth piacevano a tutti. Provate anche voi a dargli un’ascoltata, ovviamente quando non vi vede nessuno.

MAJESTIC – Abstract Symphony

Cesare Carrozzi: Preferisco il successivo Trinity Overture, ma anche questo merita comunque parecchio. Se non conoscete i Majestic, immaginate un tizio che suona senza mai stare fermo un attimo cercando di somigliare tantissimo all’Yngwie di inizio anni Novanta, con tutto il resto del gruppo che gli fa da contorno. Quanti ce ne sono? Tantissimi, vero? Ecco, solo che questo suona(va?) la tastiera ed è tecnicamente un mostro, tipo Vitaji Kuprji. In effetti, a differenza di quest’ultimo, Richard Andersson non ha mai pubblicato dischi strumentali con qualche nome di grido alla chitarra, altrimenti immagino sarebbe noto almeno quanto il collega ucraino, se non altro tra gli appassionati del genere. Invece i Majestic e Richard Andersson hanno riscosso troppo poco, purtroppo. È un mondo difficile. In ogni caso, se vi piace il metal neoclassico Abstract Symphony va decisamente recuperato, a prescindere dal fatto che qui la parte del leone la facciano le tastiere ed alla chitarra venga lasciato un ruolo tutto sommato marginale, sicuramente anche per il fatto che il chitarrista, tal Peter Espinoza, non è nulla per cui scrivere a casa. Buona invece la voce di Jonas Blum come in generale il resto della formazione. Riacchiappatelo.

DISMAL EUPHONY – All Little Devils

Michele Romani: Conobbi i Dismal Euphony con il bellissimo Soria Moria Slott, un disco che, a parte una registrazione veramente imbarazzante, faceva già intravedere le potenzialità di questo gruppo, che al tipico suono del black norvegese (quello un po’ più melodico) univa atmosfere gotiche creando un connubio non indifferente. Purtroppo le cose cominciarono a cambiare in peggio con l’abbandono di due componenti, che oltre ad essere delle fregne non indifferenti contribuivano a plasmare il sound della band di Stavanger: la prima (Keltziva) con la sua voce angelica e la seconda (Elin Overskott) con le sue tastiere molto sinistre ed inquietanti, quest’ultima purtroppo morta per overdose ad appena 24 anni. Da lì in poi il suono della band si farà molto più plasticoso e commerciale, con le influenze gothic che prevarranno decisamente su quelle black per dare vita a questo All Little Devils, disco per la verità piuttosto anonimo che a parte la sola title track non ti fa mai venire voglia di rispingere il tasto play. Dopo il pessimo Python Zero la band si scioglierà definitivamente, senza molti rimpianti.

EBONYLAKE – On the Eve of the Grimly Inventive

Trainspotting: Era l’epoca dell’avantgarde, in cui gente con un bagaglio di ascolti black metal, e rimasta in seguito folgorata dalle sperimentazioni di Arcturus, Solefald e via dicendo, decide di mettersi a comporre cose che travalicassero gli angusti confini del black di fine anni ’90 per esplorare nuovi territori cercando il più possibile di fonderli con la matrice iniziale. Sì, ma quali territori esplorare? Come abbiamo visto più sopra con Strange in Stereo degli In The Woods, le risposte potevano essere imprevedibili, data la totale libertà che si respirava in quel senso. Ci provarono anche gli inglesi Ebonylake, che nel presente debutto mettono sul fuoco tutto quello che trovano: non solo carne, ma anche verdure, latticini, fette biscottate, croccantini per cani, pneumatici, bombe a mano, il divano della nonna, topi morti, batterie esauste e tanta ma tanta merda. Alla fine il sapore della merda copre tutto, e On the Eve of the Grimly Inventive ne esce come un sincero, autentico, puro disco di merda, uno di quelli che andavi a rivenderti il giorno dopo averlo comprato. Com’è ovvio che sia, dischi così di merda hanno sempre i propri sostenitori: e così i blackgazers olandesi An Autumn for Crippled Children presero il moniker proprio da un pezzo di questo disco; il che è ironico perché non solo non c’entrano nulla col genere degli Ebonylake ma sono pure molto meglio di questi ultimi, e non è che ci volesse molto.

CREMATORY – Act 7

Charles: Ahò, a me questi mi piacevano proprio un casino. Cioè, mi piaceva proprio il gothic metal, anzi, il cotic metal in questo caso. All’epoca che tutti uscivano scemi col gothic e si compravano qualsiasi monnezza venisse depositata sugli scaffali (e ce ne erano tipo una al giorno), io uscivo scemo col gothic e mi compravo qualsiasi monnezza. Per i Crematory, poi, fase goticona ovviamente (sennò di che stiamo parlando), ho sempre avuto un debole particolare e non me ne capacito (e me ne vergogno anche un po’). Sarà che sono terrone e la nonna mi ha tramandato il segreto del vero ragù napoletano, sarà che adoro soffriggere la cotica di maiale nella sugna di maiale prima di immergerla nella passata di pomodoro per farla “pippiare” insieme ad altro maiale per circa 8 ore finché non si addiviene allo stadio di laidezza massimo, saranno le affinità elettive, che vi devo dire. Comunque, scopro in questo momento che la Cremeria ha cacciato tipo 14 dischi e io ne conosco sì e no 4, quindi mano ai fornelli e vai di recuperone fuori tempo massimo.

BLUR – 13

Trainspotting: Da ragazzino i Blur mi piacevano tantissimo. Parklife, in particolare, è un piccolo capolavoro che non riesce a stancarmi neanche adesso, pur essendo io cresciuto e pure avendo i Blur stessi preso a fare schifo al cazzo nel giro di pochissimi anni. Quel per qualche motivo adorabile atteggiamento da viziati figli di papà della Londra bene che il weekend si vanno ad alcolizzare e a fare risse con la divisa del college, atteggiamento che costituiva la loro cifra stilistica e che aveva reso possibili dischi come Modern Life is Rubbish e The Great Escape, a un certo punto cominciò a star loro stretto, al punto che si avvicinarono sempre più al mondo indie-scazzato-lofi-occhialigrossi-magliearighe, venendone fagocitati fino alla definitiva mutazione del presente 13. Il precedente album si manteneva ancora in equilibrio, ed era divertente nei suoi tentativi di sperimentazione cazzeggiona che manteneva ancora l’attitudine sardonica dei primi dischi. Con 13, come detto, svaccarono definitivamente; il risultato è un tremendo e pretenziosissimo disco di canzoncine inutili quando non fastidiose, con l’aggravante di due singoli tra i peggiori mai fatti dalla storia dell’uomo: Tender, ballatona di quasi OTTO minuti peraltro messa in apertura al disco; e la pestilenziale Coffee & TV, il cui video ha infestato le emittenti musicali per decisamente troppo tempo. A partire da quel momento, i Blur passarono il Rubicone diventando uno di quei gruppi celebratissimi la cui enorme fama era pari solo allo schifo che trasmettevano all’ascoltatore. Tipo gli U2.

FREDRIK THORDENDAL’S SPECIAL DEFECTS Sol Niger Within Version 3.33

Edoardo Giardina: Mi è sempre piaciuto andarmi ad ascoltare gli album solisti dei musicisti dei gruppi che seguo, per i quali provo una sorta di feticismo nonostante spesso siano una perdita di tempo assicurata. Di solito gli album solisti veramente interessanti sono pochi, e tutti gli altri si dividono in due categorie principali: i più noiosi, quelli che sono solo un modo del musicista per mostrare i muscoli (ascoltatevi per intero quelli di Christian Muenzner, ex Obscura, se ci riuscite); e i più inutili, quelli che sono quasi indistinguibili stilisticamente dagli album del gruppo di provenienza dell’artista (mi viene in mente Invictus di George Kollias dai Nile). E poi c’è Fredrik Thordendal che, così come il suo gruppo, i Meshuggah, vive su un altro pianeta. Sotto il nome di Fredrik Thordendal’s Special Defects pubblica Sol Niger Within nel 1997 e, due anni dopo, Sol Niger Within Version 3.33, una ristampa rimasterizzata e remixata con qualche traccia bonus. Le sonorità sono estremamente riconoscibili – nel senso che pur non conoscendo Thordendal lo si ricondurrebbe immediatamente ai Meshuggah – ma allo stesso tempo si discostano da quelle del gruppo svedese in quanto molto più vicine al jazz e all’avant-garde. Un album djezz? Sicuramente un album a dir poco allucinante (nel senso più letterale del termine).

MOGWAI – Come On Die Young

Charles: CODY è probabilmente il disco preferito dalla maggior parte delle persone che ascolta i Mogwai. Ogni tanto capita pure a me di parlare con la gente comune di musica (per fortuna sempre più raramente) e ogni volta che mi sono imbattuto nell’uomo della strada a proposito dei Mogwai mi si diceva sempre la stessa cosa: CODY, CODY e ancora CODY. Boh, non saprei. Per me non è il migliore (non ho ancora capito quale sia, ma propendo fortemente per Happy Songs for Happy People che dentro ha proprio una quantità maggiore di pezzi belli), ma non ne nego affatto l’importanza storica. In primis, infatti, è con questo disco che il suono degli scozzesi vira verso l’elettronica e in generale la malinconia in modo più marcato e, se i Mogwai di oggi sono quello che sono, probabilmente lo devono a questa virata o è comunque da qui che si deve ripartire se li volete inquadrare bene. Seconda cosa, questo disco è diventato famoso anche grazie ai samples di incipit nei quali si sente la voce Iggy Pop (tratta da un’intervista d’antan) ed è anche per cose come queste che, ahimé, si diventa famosi e su queste cose la gente come quella che scrive su Vice per altra ggente tende a mettere l’accento. Terza cosa, non me la ricordo ma ce ne era una. Nel complesso CODY è un album veramente notevole che ha ispirato una marea di gruppi in quegli anni e dopo ancora. Ah, la terza: i Mogwai sono uno dei gruppi più importanti della storia del rock degli ultimi 20 anni. Ciao.

BRIMSTONE – Carving a Crimson Career

Trainspotting: Alle conclusioni a cui erano giunti i primi Children of Bodom arrivarono anche i Brimstone, gruppo svedese con all’attivo solo questo Carving a Crimson Career, che ha portato il discorso ancora molto più in là. Se all’epoca Something Wild era rubricato come power-black, dal canto loro i Brimstone svuotano completamente la componente black ad eccezione della voce in screaming e di qualche riff e ritmica: per il resto si parla di un gruppo power con influenze maideniane ed alcuni sfoghi thrashettoni qua e là; quindi ancora più in là dei Norther, che agli inizi erano la versione powerizzata dei Children of Bodom ma che in confronto ai Brimstone sembrano gli Tsjuder. E non si può dire che gli svedesi non ci tengano ad avvisarci sin dal principio, vista la tremenda copertina con il disegno di un drago che tiene una spada in mano, una roba che a quel tempo andava molto di moda tra i gruppi power da scantinato con la doppia cassa a frullatore. Il disco comunque non è per niente male, anzi; di sicuro è un po’ troppo lungo, e perde spinta nella seconda parte, ma pezzi come Breaking the Waves, Autumn o l’eponima meritano di essere sparati a cannone in macchina, ora che le giornate si riscaldano e possiamo ostentare la nostra tamarraggine musicale in screaming.

3 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    1 aprile 2019 22:08

    Blur?

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  2. pepato permalink
    8 aprile 2019 21:05

    I Crematory, avevo quel disco e lo avevo divorato, erano gli anni in cui tutti, dopo i Paradise Lost di One Second, si erano ritrovati a copiare i Depeche Mode per qualche assurdo motivo.

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  3. Sorhin permalink
    8 aprile 2019 21:10

    Pensavo di essere l’unico ad aver apprezzato i Vordven. Secondo me il loro album è un piccolo capolavoro, peccato si siano sciolti subito dopo.

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