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VARATHRON – Patriarchs of Evil

15 giugno 2018

Il ’93 è l’anno degli Lp di debutto di tutte e tre le band cardine del circuito black metal greco. Gli appassionati di musica estrema scoprono che c’è una via al metallo nero diversa da quella scandinava, altrettanto identitaria e proprio per questo agli opposti, con un sound torrido, soffocante e notturno che non ha nulla a che vedere con quello glaciale e nichilista di Immortal e Darkthrone. Schiacciato tra due capolavori come Thy Mighty Contract dei Rotting Christ e Crossing the Fiery Path dei Necromantia, His Majesty at the Swamp non riscosse troppi consensi al di fuori della cerchia underground. Il ricorso alla batteria elettronica e la presenza dell’allora bassista dei Rotting Christ, Jim Mutilator, spinsero molti a rubricare i Varathron come una sorta di side-project. In realtà l’unico membro fisso resterà sempre il cantante Necroabyssious, che già sul successivo, e notevolissimo, Walpurgisnacht ritroveremo affiancato da due tizi che passavano lì per caso. La mancanza di una formazione stabile segnò il destino di una band che avrebbe meritato decisamente di più. Inizierà un lungo silenzio interrotto solo nel ’99 dall’ep The Lament of Gods e da un terzo full, il confuso e irrisolto Crowsreign, nel 2004. Bisognerà aspettare il 2009 perché Necroabyssious riesca a costruirsi una line-up solida e stabile e ritagliarsi, col tempo, un proprio ruolo all’interno della scena, quello di portabandiera dei suoni e dell’estetica del black greco primordiale, mentre i Rotting Christ, pur rimanendo fortissimamente loro stessi, cambiavano pelle disco dopo disco e i Necromantia restavano in congelatore a tempo indeterminato. Da questo punto di visto, un titolo vagamente autocelebrativo come Patriarchs of Evil ci può stare.

Il primo disco della reunion, il pur apprezzabile Stygian Forces of Scorn, era ancora un lavoro di assestamento, piuttosto impersonale, incrostato di scorie death metal che riecheggiano qua e là nei momenti meno felici di quest’ultima fatica (Into the Absurd). Il secondo Untrodden Corridors of Hades, giustamente lodato a suo tempo da Charles, fu il vero ritorno agli antichi fasti. Patriarchs of Evil continua a privilegiare i tempi moderati e le atmosfere cupe e funeree disegnate dalle chitarre acustiche e dagli onnipresenti sintetizzatori ma, rispetto al predecessore, è meno oppressivo e morboso, ha melodie maggiormente incisive e accessibili e qualche accelerazione in più (la notevole Saturnian Sect) ma, proprio per questo, potrà affascinare anche chi non è un adepto integralista del verbo ellenico d’antan, ai cui dettami Necroabyssious e compagni continuano nondimeno a rifarsi in maniera commovente, da certi riff che gridano “1993” da ogni accordo ai momenti più oscuri e ritualistici, entrambi frangenti dove ogni tanto, come in passato, viene suscitato qualche confronto di troppo con la band dei fratelli Tolis, per quanto i Varathron una cifra stilistica personale ce l’abbiano. Se avete questi suoni nel sangue, Patriarchs of Evil non potrà che entrarvi nelle vene, e non di certo solo per l’effetto madeleine. Ancora una volta, bentornati. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    15 giugno 2018 11:56

    Analisi apprezzabile la tua, Ciccio.
    Per me il miglior disco black metal dell’anno, al momento. Lo trovo perfettamente ancorato alla tradizione ellenica dopo una serie di tentativi, più o meno validi, di omogeneizzarsi alla scena europea. Hanno recuperato identità, convinzione e soprattutto qualità.
    La prova vocale di Necroabyssios è semplicemente da brividi.

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  2. ignis permalink
    15 giugno 2018 13:43

    Un grande album per una grande band!
    Perché non ci vediamo tutti al loro concerto milanese di luglio?
    Così facciamo anche una ‘festa’ di metalskunk.

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