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Avere vent’anni: MADDER MORTEM – Mercury (e l’inizio della fine di Misanthropy Records)

27 febbraio 2019

Sul disco non c’era molto da dire allora come non c’è adesso: dark gothic doom con tipa alla voce ma senza violini – una rarità per i tempi, dove almeno una presenza femminile e uno strumento ad archi in formazione erano obbligatori – artwork autunnale, atmosfera crepuscolare, titoli da presa a male autoindotta, testi introspettivi il giusto, sonorità generalistiche, nel complesso fatto abbastanza bene ma i particolari sono scarsi. Dischi così ne uscivano a cadenza sempre più serrata a partire dal 1995, per via del successo dei My Dying Bride prima (violini) e dei Theatre of Tragedy poi (tipa alla voce); distinguerli l’uno dall’altro era diventato praticamente impossibile, a variare giusto il coefficiente di cafonaggine e la qualità/quantità di presenza femminile (in tutti i compartimenti vinceranno gli On Thorns I Lay con Crystal Tears, bella musica e due ragazze molto carine che avresti potuto incontrare al supermercato; anche nei The Sins of Thy Beloved c’erano due ragazze ma conciate da carnevale, e Lake of Sorrow era una palla al piede). Le ragioni per cui Mercury resta un disco cruciale sono altre: è l’ultimo disco di un gruppo all’esordio e il penultimo in assoluto pubblicato dalla Misanthropy, che cesserà ogni attività di lì a pochi mesi dopo Hliðskjálf del Conte, chiudendola così come l’aveva iniziata. La fine di Misanthropy coincide con la fine di un’era: etichette i cui dischi si compravano/ascoltavano a scatola chiusa, bastava e avanzava il nome come garanzia; uscite che si aspettavano come il giorno di Natale da bambini, ognuna parte di un quadro globale immediatamente riconoscibile e unico nel suo genere, senza rivali o epigoni né tricks da calciomercato, gruppi che lì iniziavano e lì finivano la propria storia, che poi erano i gruppi che ci avrebbero cambiato la vita per sempre. Ognuno ha le sue, quello che non cambia, in questo caso, è la fine: il 1999 è la fine.

Per quel che mi riguarda: Osmose Productions sta per perdere gli Immortal, ovvero l’ultima fonte di reddito che fino ad allora aveva reso possibile pubblicare i vari Gehennah, Infernö e simili, stroncati da troppi, amati da troppo pochi e da ancora meno acquistati; Avantgarde Music è stata appena mollata dai Katatonia; Amphetamine Reptile sta per gettare la spugna per esaurimento; Man’s Ruin si avvia al tracollo finanziario mettendo sotto contratto la qualunque. Misanthropy cessa ogni attività per precisa scelta di chi l’ha creata e portata avanti, il pretesto pubblicare i nastri di Burzum, la londinese d’adozione Diamanda (vero nome Tiziana Stupia, madre tedesca e padre siciliano), che a una certa smantella tutto per diventare sacerdotessa pagana, lasciando campo libero al duopolio Nuclear Blast-Century Media che ancora va avanti. Da quel giorno il metal con un senso per me è letteralmente finito. Da allora in poi, soltanto cicliche sterili ripetizioni di qualcosa un tempo intravisto, soltanto figure. Citando alla lettera Cormac McCarthy, una cosa che penzola con le sue espressioni insensate in mezzo a un vuoto ululante. Senza che ci sia alcun significato. Misanthropy era fonte di epifanie tra le più potenti in assoluto, dal giorno uno: raramente uno standard qualitativo altrettanto alto, a prescindere dai gusti di ognuno: i dischi che pubblicava erano destinati a diventare pietre di paragone mai più eguagliate. Burzum, Mayhem, MonumentuM, Blood Axis, Ved Buens Ende, Fleurety, Arcturus, In The Woods: che sia esistita un’etichetta con questo parco artisti oggi sembra fantascienza per chi riesce a ricordare, e più il tempo passa più l’eventualità che in troppi non sapranno mai diventa una certezza. (Matteo Cortesi)

4 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    27 febbraio 2019 13:10

    Duopolio attuale cui aggiungere Napalm e Season of mist, soprattutto.
    È anche vero che le etichette underground di qualità non mancano, comunque.
    A naso mi vengono in mente i tipi di Agonia, Svart, Northern silence, Avantgarde (ha attraversato veramente ogni epoca, dai primi anni novanta ad oggi), Iron Bonehead, NWN!, I, Voidhanger….eccetera.

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  2. Fanta permalink
    27 febbraio 2019 13:15

    P.s. Aggiungo che sarebbe interessante fare uno speciale su alcune delle etichette underground odierne. Non è facile sooravvivere, chiaramente. Ci vuole davvero una grande passione.

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  3. ignis permalink
    27 febbraio 2019 14:10

    Ottimo articolo!
    Che ricorda una grande e coraggiosa etichetta.

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    27 febbraio 2019 23:12

    all’epoca erano morte o moribonde pure altre grandi etichette di cui prendevo spesso le uscite “sulla fiducia”… wrong again, black sun, no fashion, o la tedesca invasion. mi sa che avete ragione nell’individuare questi anni come spartiacque, anche se non posso arrivare a detestare la nuke che per me sarà sempre la label di dismember e benediction quando ero ragazzino.

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