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Avere vent’anni: THEATRE OF TRAGEDY – Aegis

24 agosto 2018

Sono andato a rileggere la mia recensione di Velvet Darkness They Fear e ho scoperto di averne parlato come del migliore in assoluto dei Theatre of Tragedy, chiudendo con qualcosa tipo “anche se Aegis è quello che risento più spesso”. Sono passati due anni, e, come previsto, Velvet Darkness They Fear non l’ho più rimesso su per intero, mentre ho continuato ad ascoltare regolarmente Aegis come del resto ho sempre fatto negli ultimi due decenni. Probabilmente è vero che Velvet Darkness rappresenta uno stupefacente picco stilistico che sublima tutto ciò che i Theatre of Tragedy erano nella prima parte della propria discografia, nonché il punto più alto di quel modo di intendere il gothic doom metal, ma Aegis è davvero un capolavoro da tutti i punti di vista. Non che il precedente non lo fosse, ma il punto di forza di questo in oggetto è l’estrema orecchiabilità, o meglio: la capacità di usare la sensibilità del passato per scrivere canzoni estremamente semplici e scorrevoli.

Ora, a parte che non mi vengono in mente album che si possano stilisticamente accostare a questo, la sua vera particolarità è l’essere un Velvet Darkness molto più orecchiabile, inteso nel senso migliore del termine. Tant’è che non ho mai smesso di ascoltarlo in alcun contesto, e in alcun contesto è fuori luogo: sparato ad alto volume nella macchina bloccata nel traffico o soffuso in cuffia per conciliare il sonno, Aegis non mi ha mai abbandonato. E mai in questi vent’anni ho smesso di meravigliarmi per lo stato di grazia dei Theatre of Tragedy nell’anno 1998. Se il precedente l’ho apprezzato cerebralmente, questo l’ho amato visceralmente; e del pari il successivo, Musique, lo odiai dal primo istante, perché ne banalizzava forma e sostanza riducendo tutto ad una musichina tutt’al più simpatica da ballare nelle serate gotiche del venerdì sera. Che poi il mio giudizio su Musique fu troppo duro, ma va contestualizzato nelle attese che avevo all’epoca; e comunque di questo parleremo tra due anni. 

Ma Aegis non mi stanca mai perché è davvero perfetto, quantomeno per gran parte della sua durata. Si muove su quel delicatissimo equilibrio di cui già parlai nella recensione del precedente, ma con una padronanza della materia tale da essere molto più immediato senza sacrificare la propria sensibilità. Eccezionale poi la struttura dualistica del cantato beauty & the beast di Liv Kristine e Raymond, le cui voci si rincorrono e si fiancheggiano con grande sintonia, tanto da essere riusciti a farmi imparare a memoria versi in inglese arcaico di cui tuttora fatico a capire il significato. Cose tipo

Haste not thine wisdom, for the hollow is ta’en –
By whom, know I not; ‘lack! am I of twain –
And as a crux – cede I my words –
Fro my heart wilt thou ne’er
Have I been ‘sooth sinsyne.
Be left without – come!

eccetera, tanto che all’epoca le cose che capivo meglio erano le parti in latino, giusto per farvi capire la situazione. Ed è vero che Aegis anticipa il detestato Musique, tanto che si pone come perfetta via di mezzo tra quest’ultimo e il passato. L’abbandono del growl di Raymond, tanto per cominciare, così come la summenzionata semplificazione delle strutture – e velocizzazione dei ritmi – nonché il cambio di produzione, comunque sempre affidata al poliedrico Pete Coleman, già in Amorphis, Napalm Death, Paradise Lost e Discharge. Il suono di Aegis è freddo ma ancora non robotico, secco ma reminiscente dell’avvolgente velluto di Velvet Darkness, semplice ma non elementare; in altre parole, adattissimo a ciò che vuole trasmettere.

E tutto questo sorregge alcuni dei pezzi più perfetti mai composti in questo ambito. Facciamo i nomi: Cassandra, LoreleiSiren, Venus, Poppaea. Le altre tre tracce sono pregevolissime, ma non al livello dei gioiellini succitati. Se il precedente album era da ascoltare nella sua interezza, Aegis può essere ridotto a questi episodi da ascoltare fino allo sfinimento, nell’inane sforzo di concepirne la grandezza. Sarà il loro canto del cigno, inteso anche in senso letterale, dato lo stile vocale di Liv Kristine che mai più riprodurrà queste tonalità. Sublime è una parola da centellinare con cura estrema, ma questo è uno dei casi in cui può essere usata senza remore. (barg)

6 commenti leave one →
  1. ALESSANDRO permalink
    24 agosto 2018 11:04

    Capolavoro! concordo pienamente, bellissima recensione. Anche io lo ascolto regolarmente da 20 anni. Ascolto ancora abbastanza regolarmente pure Velvet Darkness, con cui li scoprii all’epoca. Bellssimi dischi. Perle del genere. Tutto molto molto bello! E devo dire che mi mancano…. Si potrebbe parlare per ore di questi dischi….

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  2. vito permalink
    24 agosto 2018 11:23

    il bello di avere centinaia di CD e’ che ti casca sempre l’ occhio su qualcosa di vecchio, magari mentre ti allacci le scarpe,quindi ripeschi l’ intera discografia ! ultimamente mi e’ successo con i motley crue e ci sto dando dentro da una settimana ( cazzo, mi ero scordato di quanti pezzi leggendari hanno scritto ). potreste ripescarli per una bella retrospettiva fatta con il vostro stile

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  3. Arkady permalink
    24 agosto 2018 11:35

    Album della madonna.

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  4. saturnalialuna permalink
    25 agosto 2018 11:30

    Concordo su tutto!
    Mai smesso di ascoltare, e leggendo la recensione mi sono risuonate in testa tutte le canzoni. Che bell’anno il 1998. Cazzo.

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  5. 'Sta grande popozza permalink
    25 agosto 2018 23:55

    Perché cazzo avete rimosso il report sull’Agglutination?

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  6. bonzo79 permalink
    27 agosto 2018 16:29

    capolavoro, concordo

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