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Avere vent’anni: SOLEFALD – The Linear Scaffold

26 luglio 2017

Giuliano D’Amico: Forse il disco con più capo e coda dei primi Solefald (per intenderci, quelli precedenti ai deliri nordici e a bububu vari), The Linear Scaffold si presentò da subito come qualcosa di più intellettuale e decisamente meno buzzurro nel panorama black metal norvegese. Sarà stato per il quadro di Odd Nerdrum in copertina o per i titoli audaci (Tequila Sunrise, Countryside Bohemians, When the Moon is on the Wave, che riprendeva addirittura Byron), The Linear Scaffold aveva sì la rabbia e la produzione approssimativa propria di quegli anni, ma anche un certo snobismo e una certa erudizione che, in fondo, hanno fatto la fortuna dei Solefald.

A vent’anni di distanza (e avendo studiato a fondo la produzione letteraria del cantante Cornelius Jakhelln, da sempre in dialogo con la musica del gruppo), The Linear Scaffold sembra più il documento malinconico di un adolescente emarginato che un inno al demonio – e come tale, almeno per la freschezza, credo che dovremmo essere grati a Cornelius e soci.

Marco Belardi: Il paragone che faccio spesso quando parlo dei Solefald (ovvero oggi, e penso l’ultima volta sia capitata intorno al 2006), è con gli …and Oceans. Non che fossero necessariamente simili, ma oltre alla stretta contemporaneità (i secondi debuttarono solo un anno dopo) le due band credo abbiano avuto un percorso molto paragonabile. Hanno realizzato un primo disco piuttosto ancorato alle radici black metal, un secondo più quadrato in cui i suoni si facevano più definiti e i contenuti un po’ meno spontanei, ed un terzo in cui sono definitivamente esplosi mostrando probabilmente le cose migliori. Poi sono andati tutti e due a puttane per volere a ogni costo fare i radical chic della situazione: “faccio roba imbarazzante ma in questa maniera la faccio soltanto io, e quindi voi ve la dovete sorbire”. Già da In Harmonia Universali ne presi velocemente le distanze, e gli …and Oceans – reduci dal capolavoro A.M.G.O.D. – riuscirono a fare molto pena alla quarta uscita a titolo Cypher (per intenderci, quello coi titoli più lunghi dei Bal-Sagoth). Per dovere di cronaca, la precisa causa che mi ha fatto approcciare per la prima volta a Cornelius e Lazare  […]

(“Ciao Cornelius! domani è la festa della donna, mi potresti fare una composizione da regalare? Le piacciono molto i bulbi di giacinto ma penso vadano solo in vaso…”

“Del giacinto se ne occupa Lazare, ci sono arrivate delle fantastiche varietà… Te lo chiamo subito, caro… Hai sentito che afa c’è fuori?”)

A qualunque cosa si siano ispirati, hanno veramente scelto due nomi da fioraio dietro casa.

[…] è stata la mia testardaggine per certe uscite del periodo (come Arcturus e Dødheimsgard) alle quali ero certo The linear scaffold fosse piuttosto vicino. Non fu così, il disco mi piacque da subito ma a distanza di tanto tempo devo ammettere che trovo molto forzato il voler abbinare a tutti i costi i tanti, troppi tipi di materiale. Riducendo il concetto all’osso, la cosa che funzionava meglio nei “primi Solefald” erano quelle atmosfere rilassate che improvvisamente sfociavano in bordate di metal estremo, urla e blast-beat. Era il contrasto a rendere di più, e alla lunga la cosa risultava decisamente ripetitiva. Ma all’epoca andava bene così, la prima parte (e il finale) di disco era decisamente piacevole e solo con Pills against the ageless ills li sentii fare di meglio.

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