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Avere vent’anni: VITALIJ KUPRIJ – Extreme Measures

29 agosto 2018

In realtà avrei voluto scrivere per il ventennale di High Definition, ma ahimè, è passato quel mese dell’anno scorso ed io, cimentato in chissà quale ero(t)ico ardimento, ho perso l’occasione per buttarci sopra qualche centinaio di caratteri a caso. Sappiate comunque che High Definition è il più bel disco di roba strumentale neoclassica che sia mai stato dato alle stampe, inclusi quelli di Yngwie e/o tutto quello possa venirvi in mente in merito, peraltro uscito una decina d’anni e più dopo il boom del genere e manco a firma del solito chitarrista da cameretta col santino di Malmsteen nel portafoglio (tipo il sottoscritto qualche lustro fa. Se avessi avuto un portafoglio, almeno), ma di un tizio mezzo sconosciuto col nome impronunciabile (e ancora meno scrivibile), venuto dritto dritto dall’Ucraina post-sovietica, che  oltretutto suonava lo strumento più sfigato per il metal (almeno all’epoca), cioè le tastiere.

Che poi proprio sconosciutissimo Vitalij Kuprij (che fatica, Madonna) non era, visto che l’anno prima era uscito il debutto degli Artension, supergruppo con il succitato tastierista, Kevin Chown al basso, Mike Terrana alla batteria, il fantastico John West alla voce e Roger Staffelbach alla chitarra, un altro chitarraio purtroppo anonimissimo e praticamente messo del tutto all’angolo dal virtuoso ex compagno (ex compagno comunista, dico) pianista. Grandissima parte della bontà di High Definition va però attribuita non tanto a Kuprij (che per carità è pure fantastico) ma a Greg Howe, il chitarrista che ci suona sopra e che Mike Varney, titolare della Shrapnel, arcinota casa discografica americana praticamente di soli virtuosi della sei corde, ebbe la geniale idea di accostare al tastierista anche come produttore di quell’esordio solista. 

E che disco, cari lettori, eccellente dalla prima all’ultima nota, talmente riuscito che lo stesso Howe, che pure di suo suonava (e suona) rock/fusion/blues/qualcosa, un paio di anni dopo virò dal suo stile solito e diede alle stampe Ascend, un album in cui suona pure Kuprij e che è un mezzo pastrocchio prog/neoclassico, gradevole e tutto (Greg Howe è sempre una garanzia, mica no), ma inferiore di diverse spanne ad High Definition, come peraltro lo è questo Extreme Measures uscito l’anno successivo e come lo sono anche, in misura via via sempre più evidente, tutti gli altri album solisti del nostro tastierista da oltrecortina, registrati con formazioni variabili e chitarristi quasi sempre differenti.

Extreme Measures nello specifico venne registrato con George Bellas, che a molti di voi sarà magari sconosciuto ma del quale ho perfino un paio di cd buttati da qualche parte e che riassumerei come un robo-Malmsteen specializzato in arpeggi o, come s’usa dire per farsi i fighi anglofoni, sweep-picking. Dopo che hai sentito un paio di brani di Bellas ti viene inevitabilmente voglia di buttare il cd e farti un frullato o spazzare per terra o trapanarti il cervello o che cazzo ne so, a furia di sentire questo che fa su e giù con quel plettro dall’inizio alla fine della canzone e non si ferma MAI manco per un momento. Che poi è il problema più evidente di Extreme Measures, che a livello di composizione ancora terrebbe botta per bene (gli album successivi manco quello), solo che con Bellas che non sta cazzo fermo un attimo e suona SOLO in un modo finisce per diventare tutto una melassa indescrivibile dove diventa pure difficile distinguere un brano dall’altro.

Per carità, alcuni pezzi presi da soli spaccano pure abbastanza, sempre se vi piace il genere (e altrimenti che cazzo state leggendo a fare, nel caso?), tipo Destination e la stessa Extreme Measures, però il cd nel suo complesso non si regge proprio: troppo pesante Bellas, troppi pezzi e soprattutto con il gigantesco predecessore a fargli ombra. Lasciate perdere questo ed andate ad ascoltarvi High Definition ventun anni dopo, date retta a me. (Cesare Carrozzi)

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