Si cambia registro, non si muove una virgola: PARADISE LOST – Obsidian

I Paradise Lost una cosa l’hanno senz’altro capita: il giochino del ritorno alle origini, alla lunga, stanca. Tra Host e gli album seguenti potrebbero aver dedotto l’esatto contrario, ovvero che evolversi va bene, ma deve essere funzionale alla qualità dei dischi, altrimenti ti si ritorce contro in un attimo. Sei quello di One Second, e subito dopo sei quello di Host perché ti eri convinto di poterti muovere a tuo piacimento. Altri due o tre anni così, ed esci completamente fuori dai giri che contano per aver tentato di dettare le nuove regole: è successo agli Opeth nonostante le letali dosi di autostima che Akerfeldt si ostina a iniettarsi ad ogni intervista. A quel punto penso a una cosa, e cioè che i Paradise Lost abbiano stabilito un range entro il quale rientrare, e che ciclicamente si muoveranno entro quei confini per evitare di ristagnare troppo dalle parti dei primi lavori, o di quelli più sdoganati tra i fan. Mai più due o tre album di fila alla stessa maniera, ecco la regola. Non è affatto un caso che Tragic Idol sia arrivato subito dopo gli ottimi riscontri ricevuti dai Vallenfyre. E non è un caso che Obsidian arrivi dopo il primo album “stanco”, o quantomeno non esaltante, messo in commercio in seguito all’efficacissima triade che fu inaugurata da Faith Divides Us – Death Unites Us. Se Mackintosh e Holmes continueranno a restare in movimento, ripercorrendo le varie fasi della loro carriera senza aggiungere necessariamente un cazzo all’indelebile firma tipica del loro geniale chitarrista, e agli ulteriori marchi di fabbrica di cui dispongono, allora avranno ancora molto da vivere. Ma guai a restare sulla solita mattonella, perfino se è colei che ti dà la sensazione di giocare sul sicuro.

L’indicazione generale di Obisidian è quella di recuperare un po’ della sana ruffianaggine tipica del periodo che va da Icon a One Second, e che ritrovammo, debitamente aggiornata, in album come Paradise Lost, In Requiem e pure dentro a The Plague Within. Meno stile, meno doom metal nel senso stretto del termine, più dinamicità e più pezzi. E naturalmente gli è riuscito, perché appunto provenivano da un lavoro radicalmente diverso da quello odierno. Non fraintendetemi, ascoltando una Ravenghast vi parrà d’essere al cospetto dell’album precedente soltanto in una forma un pelino più accessibile. Che la traccia corrente di Obsidian suoni alla maniera del gothic rock di Ghosts o in qualunque altra maniera, la sensazione sarà d’essere a casa: sono loro, sono in forma, hanno fatto un bell’album. Obisidian è quello che ai Katatonia di oggi non è riuscito: ritornare alle canzoni – ma non necessariamente alla forma canzone, piuttosto a una varietà ricercata, voluta, un po’ a tavolino – provenendo da un album relativamente complesso e indigesto ai più (al sottoscritto The Fall of Hearts piacque, ma posso dire che City Burials mi abbia lasciato piuttosto indifferente nonostante una certa esaltazione iniziale). Disponendo appunto di buone canzoni, i Paradise Lost hanno fatto centro con facilità. Fall from Grace lo è, The Devil Embraced, grazie alla miglior prova vocale di Holmes sul disco, pure, Serenity (che pare uscita dai tempi di Projector dei Dark Tranquillity) anche.

I Paradise Lost in perfetto equilibrio, ispirati e furbi quanto basta per non risultare più scabrosi quanto una ventina d’anni fa. Succede quando hai imparato dagli errori di un tempo, e quando, da quegli stessi tempi, hai conservato abbastanza elementi e scendi al compromesso di rivederli, manipolarli, migliorarli: e come per magia ne guadagni altri dieci, quindici o chissà quanti altri anni di carriera. Ecco perché, per la precisione dal 2009, sono ritornati così in forma. (Marco Belardi)

6 commenti

  • Al di là delle evoluzioni/involuzioni stilistiche degli ultimi album, a me pare che il problema grosso degli attuali Paradise Lost sia nick holmes. Sembra sempre uno stitico alle prese con il suo peggior nemico : la defecazione. È evidente che non ne abbia più, sia quando fa quella voce melodica (che mai è stata nelle sue corde), sia soprattutto dove si cimenta in quel growl penoso. È davvero il chiodo da bara di questa band, perché un disco così con un cantante decente avrebbe avuto ben altro impatto.

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    • La voce melodica mai stata nelle sue corde… che bestemmia

      (Il disco non lo ho ancora sentito)

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      • A me holmes piace soprattutto quando fa la voce “bassa” pulita, più che nel periodo Icon e più che con il growl. Il suo growl mi è sempre piaciuto anche perché lo riconoscerei alla prima, sul fatto che sia calato nulla da ridire

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      • A me il periodo host, one second piace molto e anzi penso abbiano dato il meglio in quel periodo Su disco ai tempi niente da dire, ma dal vivo è sempre stato stonato come una campana, basta guardarsi qualche live. Lui è sempre stato a suo agio a cantare ignorante alla hetfield, finché ci riusciva, adesso è in imbarazzo perenne

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  • Mah io li ho visti più volte dal vivo, e per me stonato e imbarazzo perenne sono un po’ eccessivi. Di sicuro, poiché canta solo lui, i passaggi tra i vari registri lo vedono in difficoltà, questo è vero.
    Detto tutto ciò, chi se ne frega della resa live, stiamo parlando di resa in studio e se adori il periodo One second non puoi dire che il cantato pulito non sia, o sia stato, nelle sue corde…
    Attualmente è in calo senza dubbio, il disco continuo a non averlo sentito cmq

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    • Beh anni fa dal vivo aveva lee morris a fare i cori, che oltre ad essere un batterista della madonna aveva pure una bella voce. Che fine avrà fatto il mitico lee morris? Su draconian times vinceva tutto. A me la voce pulita di holmes piaceva intendiamoci, ma era evidente che non poteva essere il dave gahan della situazione, e infatti (purtroppo) hanno dovuto fare marcia indietro alla riscoperta del metallo perduto.

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