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Nelle terre poco estreme: OPETH – In Cauda Venenum

2 ottobre 2019

L’odore di decomposizione li tenne alla larga da quell’autobus abbandonato per qualche minuto. Erano riusciti a intravedere – attraverso i suoi malconci finestrini – solo alcuni degli oggetti presenti all’interno: un fucile Remington calibro ventidue, qualche vestito sporco, e, su un tavolino improvvisato da una panca, una specie di taccuino. In calce era possibile leggere a piccoli caratteri In Cauda Venenum, e nient’altro. All’estremità opposta dell’abitacolo c’era un sacco a pelo, chiaramente occupato, sebbene l’ipotetica presenza di una persona fisica in quel giaciglio non restituisse alcun segnale di vita. All’esterno del veicolo, o di quel che ne rimaneva, un foglio strappato da un libro riportava il seguente messaggio, dai toni d’assoluta emergenza:

Sono Mike Supertramp. Sono molto debilitato e non mangio da giorni. Inoltre, buttando giù il pavone di Sorceress qui nei paraggi ho terminato le munizioni che mi occorrevano per cacciare, e ho perduto le forbicine con cui mi aggiustavo i baffi. Temo di non riuscire a farcela. Se non fossi presente all’interno dell’autobus, sarò qui intorno alla ricerca di bacche e tornerò prima che sia buio. Vi prego di aspettarmi o di lasciarmi viveri e qualche cd progressive anni Settanta, poichè ne ho molto bisogno”.

Quattro mesi prima, lungo la strada statale che taglia il Tiveden National Park, il chitarrista dei Dark Funeral, Lord Ahriman, faceva su e giù per chilometri e chilometri di asfalto riflettendo sulla fattibilità dei titoli in latino adottati dal gruppo svedese in alcuni noti album. All’improvviso si accorse di non esser solo. Una figura gracile ma elegante, contornata da un giubbotto di pelle vintage e da folti baffi che gli scendevano fin sotto alla bocca, fece ampi cenni per chiedere un passaggio. Timoroso, Lord Ahriman temporeggiò per qualche istante e finì col rallentare per la gioia del passante. Egli salì senza esitazioni e supplicò d’essere accompagnato verso il cuore del parco, dove avrebbe dato il via al suo nuovo progetto. Era come un vulcano di domande alternate a cose che non vedeva l’ora di raccontare al suo nuovo amico, e dopo aver chiesto alcune informazioni sulla presenza in loco di selvaggina e corsi d’acqua, gli si presentò:

Sono Mike Supertramp, ma puoi chiamarmi Mikael. Voglio vivere per alcuni mesi nelle più remote zone della terra, procurandomi da solo il cibo e registrando dischi progressive che fanno schifo al cazzo”.

La figura al suo fianco annuì, ma non si azzardò ad interromperlo. E infatti continuò.

Sei quello dei Dark Funeral, vero? Vorrei che mi aiutassi con il titolo, ho in mente qualcosa sul veleno nella coda, ma non la pastinaca; insomma, voi siete molto pratici con il latino e mi potreste aiutare. Mi sono vestito come uno hippie degli anni Settanta misto radical chic dei giorni nostri, credo che andrò alla grande. Li hai già ascoltati Heritage, Pale Communion e Sorceress? Questa mia esperienza mi permetterà di andare molto oltre rispetto al loro relativo manierismo, sarà il nostro capolavoro”.

La macchina si fermò quasi con un’inchiodata, come se il conducente avesse finalmente compreso con chi stava dividendo i sedili anteriori della sua vettura. Supertramp si riferiva forse a un classico come Crime Of The Century? Chissà. La presunta citazione, in ogni caso, proveniva nientemeno che da Mikael Akerfeldt degli Opeth. Lo invitò a scendere velocemente dalla sua Fiat Panda 4X4 mimetica. Per un attimo, alla vista di quell’impreparato figuro che sarebbe scomparso di lì a poco tra le conifere, senza provviste, né adeguate attrezzature per la sopravvivenza a medio termine, pensò di passargli i suoi tramezzini al burro e salmone preparati in mattinata. Ma non lo fece. Mikael Akerfeldt, con un ultimo saluto e un carico inesauribile di entusiasmo, e di quello soltanto, sparì fra gli alberi con il Remington già a tracolla e un’andatura più che decisa.

Alcune miglia più avanti, già affamato e relativamente spossato, Mike individuò una piccola radura in quella che doveva essere stata la vecchia strada di collegamento con una zona adibita all’estrazione mineraria. Con immenso stupore, colui che tentava di rifuggire ogni vago tramite con l’odiata civiltà si ritrovò davanti alla insperata fortuna di un rifugio: un autobus tutto arrugginito, di colore bianco e verde, con finestrini rotti e tracce del passaggio dei cacciatori al suo interno. Vi si accampò in fretta e furia in quanto stava iniziando a grandinare, e accatastò in esso tutto ciò di cui disponeva: dischi prog che ascoltavano solamente lui e Charles di Metal Skunk, un paio di forbicine, alcune cartucce di riserva, una bottiglietta d’acqua, gallette di riso biologiche, Ray Ban originali, un ricambio di vestiti per l’inverno ed una pietra focaia. Al mattino il sole splendeva e illuminava la brina, sciogliendola e invadendo il terreno di piccole pozzanghere; eppure gli Opeth avevano già rintracciato il loro compagno, interrogandosi con aria dubbiosa su quel che gli avrebbero sentito pronunciare riguardo agli imminenti lavori in corso.

Abbiamo già un titolo”, esordì. “Si chiamerà In Cauda Venenum e il basso coprirà qualsiasi cosa”. Martin Mendez ebbe un’erezione improvvisa e svenne proprio lì, di fianco all’autobus. L’unico membro di lungo corso rimasto in piedi si ritrovò così a parlare a soli tre superstiti della line-up di Sorceress, ma questi già lo salutavano e portavano con sé l’esanime bassista verso l’automobile, rassicurando Mikael che si sarebbero recati a mangiare qualcosa per poi fare ritorno. Mike Supertramp non andò a rifocillarsi con i suoi compagni, continuò a meditare, seduto e pensieroso all’ombra di un vecchio abete. La giornata trascorse senza particolari imprevisti ed all’insegna della composizione, e della raccolta di materiali utili come resine e piccole bacche che si potevano ritenere commestibili.

Il mattino seguente, Mike Supertramp informò i compagni, tra cui Martin Mendez – il quale esibiva una vistosa fasciatura alla testa – dell’intenzione di scrivere un pezzo che iniziasse esattamente come Sacrifice dei MotorheadHeart In Hand, così voleva intitolarla. Martin Mendez cadde nuovamente a terra, bisbigliando qualcosa che aveva a che fare con “l’avere inciso Still Life in passato”. Il bassista battè nuovamente la testa e il sangue riprese a sgorgare copioso dalla medesima ferita. Gli Opeth salutarono in fretta e furia Mikael, poiché Martin andava medicato con urgenza, dopodichè si sarebbero fermati a mangiare qualcosa alla prima area di ristoro lungo la statale. La fame, oltre al solo sentir rammentare pietanze e commensali, iniziavano ora a creare qualche problema di troppo al compositore svedese. Così, la notte stessa fu assalito dalle più tremende fra le visioni: c’entravano forse le bacche? Lemmy gli si materializzò davanti e lo ammonì con tono severo, per poi scomparire dietro a un sofferente abete. Poco dopo, il pavone di Sorceress iniziò a descrivere ampi cerchi intorno all’autobus e Mikael gli svuotò addosso cinque bossoli calibro ventidue. O meglio, li svuotò addosso al nulla. Di rigetto iniziò a pensare a questioni di natura orrorifica, e sul momento, ebbe l’idea di includere nell’album musiche che ricordassero i Goblin della colonna sonora di Zombi di George Romero, il tutto, all’interno di bruttissimo brano intitolato Charlatan. Lo avrebbe comunicato per prima cosa agli altri, al termine di quella gelida nottata in solitaria che pareva non intendere a finire. Era sicuro che gli avrebbero portato anche qualcosa per la colazione, ma soprattutto, era sicuro che gli Opeth sarebbero ritornati da lui. (Marco Belardi)

5 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    2 ottobre 2019 09:44

    Che tristezza pensare appunto che, vent’anni fa, gli Opeth erano quelli di still life e ora invece una specie di calamità di fronte a cui fuggire a gambe levate.

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  2. blackwolf permalink
    2 ottobre 2019 09:48

    Belardi i tuoi viaggi mentali sono sempre bellissimi e graditissimi. Soprattutto, colpisce la ricchezza di piccoli particolari, tipo i tramezzini burro e salmone o la Panda 4×4 mimetica. E in un racconto sono proprio i dettagli che fanno la differenza, rendendo la vicenda realistica. Sei il cazzo di capo indiscusso.

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    • Marco Belardi permalink
      2 ottobre 2019 10:23

      In realtà mi sono letto Nelle terre estreme di Krakauer poco tempo fa, ero a fine libro e ho messo su In Cauda Venenum per la prima volta, e non ho resistito. :D comunque che due palle che sono diventati, non so perchè, ma su Heritage ho buttato diverse palate di merda ma alla fine erano più accettabili di adesso

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      • blackwolf permalink
        2 ottobre 2019 17:43

        Guarda io sugli Opeth non ho molto da dire. Mi piacciono molto un pugno di canzoni, ho ascoltato e apprezzato abbastanza la loro prima parte di carriera, ho letto (mi sembra per mano tua e di Charles) qualcosa sulle loro ultime produzioni e la svolta progressive, ma sinceramente non ho sentito quasi nulla. Pigrizia e credo mancanza di vero interesse. Ma l’articolo è troppo figo e poi il particolare delle forbicine per sistemarsi i baffi. Un particolare che descrive una persona più di mille parole. Hai davvero catturato l’essenza del personaggio con un semplice oggetto e il contesto dove lo hai messo. E’ stato tutto fantastico.

        Piace a 1 persona

  3. 3 ottobre 2019 09:12

    Più Opeth degli Opeth. Meglio i cloni che suonano come gli originali o gli originali che si piazzano sullo stomaco con sto fintovecchioprog?

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