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Avere vent’anni: OPETH – Morningrise

30 giugno 2016

morningrise

È strano oggi ripensare a quanto stessi sotto con Morningrise vent’anni fa. Per il me stesso sedicenne gli Opeth rappresentavano una summa di tutto quello che mi attirava in un certo tipo di musica e di immaginario, ma allo stesso tempo la loro abilità nel giocare sui contrasti me li faceva sembrare inafferrabili come una luce riflessa, o come le immagini scarne e sgranate del libretto. La stessa sensazione mi capita ancora oggi visitando qualche museo della scienza, davanti a certi accrocchi meccanici dei secoli scorsi – oggetti di cui puoi ammirare la complessità e la bellezza intrinseca per ore senza comunque riuscire a intuirne manco di striscio la funzione. Ci si spaccava la testa cercando di mettergli un’etichetta (è death? è progressive?) eppure niente, Morningrise non è solo il parto di una band in stato di grazia uscito in un’epoca più felice, ma era e rimane, alla fin fine, soprattutto uno splendido rompicapo.

Quando uscì lo ascoltai praticamente ogni giorno per mesi e mi pareva di ascoltare ogni volta un disco diverso, perché davvero vent’anni fa per me in Morningrise c’era tutto: la catarsi e il fomento che cercavo nel death, ma senza nichilismo; la malinconia infinita del gothic/doom, ma ripulita da frociate e piagnistei; il puro e semplice gusto di ascoltare gente che suonava da dio ma non dava mai l’impressione di volertelo sbattere in faccia; i testi, bellissimi ed enigmatici, che sembravano raccontare una storia ma lasciavano a te il piacere e la fatica di interpretarla. Pure la produzione fredda e piuttosto secca di Swano mi piaceva. Dovessi sentire oggi un disco che suona così mi partirebbe subito una bestemmia, e invece qui, nonostante tutto, non solo funzionava, ma non avrei nemmeno potuto immaginarmela diversa. Poi vabbeh, sono passati gli anni; e mentre noi perdevamo l’innocenza un pezzo alla volta, Akerfeldt, a forza di sentirsi ripetere che era Mozart e Cristo redivivi in un unico corpo, ha finito per crederci, trasformando gli Opeth in un facile bersaglio per il lancio di polli e ortaggi, e se questa non è l’ennesima prova del fatto che il mondo è essenzialmente una merda non so che altro dirvi. (Andrea Bertuzzi)

6 commenti leave one →
  1. Maladissa permalink
    1 luglio 2016 21:05

    Strano che nessuno commenti.
    Tutt’ora il mio preferito di una discografia magnifica, purtroppo alla lunga il giocattolo si è rotto.
    Spiace che dal vivo siano sempre stati sotto le aspettative. Durante il tour acustico a momenti un mio amico gli mette le mani addosso

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  2. Supermariolino permalink
    3 luglio 2016 00:34

    Vero. Bellissimo disco.

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  3. rain chaos permalink
    3 luglio 2016 17:32

    Stupendo, grandissimo disco insieme ai 3 successivi capolavori

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  4. MorphineChild permalink
    4 luglio 2016 18:56

    Questo disco è il seme degli Opeth che saranno, dai pregi esposti mirabilmente da Andrea ai difetti che si paleseranno negli anni a venire, primo tra tutti la tendenza a bearsi delle proprie idee mettendo su disco sempre qualche minuto di troppo (fenomeno noto anche come Steve Harris syndrome). Peccato veniale in un disco ispirato e sentito come questo, problema grosso quando l’ispirazione cala. The Night And The Silent Water è commovente

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