Vai al contenuto

Avere vent’anni: DARK TRANQUILLITY – Projector

31 agosto 2019

Marco Belardi: Quando uscì Projector eravamo tutti impegnati a studiare, annotare e successivamente smerdare il nome dei gruppi che ritenevamo si fossero in qualche modo sputtanati. Non era una questione puramente mainstream bensì un fenomeno a 360° capace di inglobare superstar come i Metallica e nomi più di nicchia come i comunque celebrati Paradise Lost. Quelli di One SecondHost, naturalmente. Con i Dark Tranquillity il cambiamento poteva risultare particolarmente dannoso, perché molti di noi avevano iniziato ad ascoltarli a ridosso del loro album più acclamato, The Gallery, o del successivo The Mind’s I. Personalmente è così che feci. Projector aveva tutte le carte in tavola per far sì che considerassi i Dark Tranquillity già sputtanati per l’eternità: voci pulite alla David Gahan che strabordavano da qualunque direzione, elettronica molto presente ed un solo brano saldamente ancorato allo stile che ci permise di affezionarci a loro, ovvero The Sun Fired Blanks. La realtà è che, a discapito di tutte queste premesse, mi innamorai all’istante di quest’album, uno di quei rari casi in cui il gruppo che rimpiazza sé stesso con una nuova forma ricostruita quasi ex-novo inizialmente ti fa pure temere il peggio, ma in un secondo momento non solo accetti come stanno le cose, ma finisci proprio per andarne pazzo.

L’evoluzione dei Dark Tranquillity ha avuto come propria pietra tombale Damage Done, una sorta di sunto della discografia precedente così come fu Darkness And Hope per i Moonspell: bello, semplice, messo lì per accontentare un po’ tutti. Projector invece fu il primo, e forse ultimo, passo da gigante di un gruppo che negli anni seguenti si sarebbe beatamente crogiolato nel proprio immobilismo. Fu l’atto più coraggioso di una carriera intera, e poco mi importava se in esso non c’era niente di paragonabile alla furia dell’urlo iniziale di Nightfall by the Shore of Time, oppure a una perfetta quanto dirompente Punish my Heaven.

Di The GalleryThe Mind’s I finisco inoltre per ascoltare sempre le stesse tre o quattro canzoni: due grandi album dei quali adoro solo metà scaletta. Projector riesco ad ascoltarlo tutto d’un fiato anche a vent’anni di distanza, a dimostrazione della sua incredibile longevità e capacità di tenuta. Francamente non voglio mettermi a menzionare titoli su titoli, perché già conoscerete un inno generazionale come ThereIn, una Nether Novas e tutto quanto il resto. Fu anche il disco della maturità di Mikael Stanne, che ebbi l’onore di vedere dal vivo svariate volte tra questo tour e quello di Haven, e non mi comparve mai davanti sobrio. Penso che, al pari di Warrel Dane e Ville Laihiala, fosse uno dei cantanti più ubriachi in circolazione. Sarà stata forse una coincidenza, ma li adoravo tutti e tre senza particolari preferenze o distinzioni.

Il migliore album mai partorito dai Dark Tranquillity, con tutto il rispetto per un pezzo di storia come The Gallery e per altri titoli parimenti rispettabili. Esattamente come nel caso di One Second, poteva quindi capitare che, davanti alla mutazione radicale di una delle tue band preferite, o che seguivi con maggiore curiosità, l’unica soluzione possibile fosse quella di applaudirne il coraggio e i risultati ottenuti. Non succedeva spesso, ma fu esattamente il caso di Projector.

Ciccio Russo: Alla vigilia del nuovo millennio, molte band che negli anni ’90 avevano riscritto le regole dell’heavy metal si innamorarono della new wave. Le prime avvisaglie furono le cover di Depeche Mode e affini che iniziarono ad affollare le scalette di singoli e full. Fu il preludio di sterzate stilistiche a volte brusche ma non per questo meno eccitanti (i Moonspell di Sin/Pecado), a volte maldestre, a volte sorprendenti nel rivelarsi nette e naturali allo stesso tempo. Fu quanto avvenne con Projector, per molti una pietra dello scandalo, per me e tanti altri, nel frattempo contagiati dalle nuove fisse dei loro beniamini per i sintetizzatori, un album straordinario, l’ultimo davvero importante inciso dai Dark Tranquillity prima di imboccare una routine fatta di alti (pochi) e bassi (parecchi).

A rendere Projector superiore a tutti i prodotti coevi che andarono in una direzione analoga è prima di tutto un’ispirazione eccelsa: non c’è un pezzo debole o un momento morto, come era avvenuto in precedenza solo su The Gallery. In secondo luogo, gli svedesi riuscirono a mutare pelle senza tradire quelle componenti del loro suono che li avevano resi originali anche all’interno della stessa scuola di Goteborg. A un orecchio attento risalta una continuità impressionante con il passato nella costruzione delle melodie, nel modo di strutturare i pezzi, nella cura degli arrangiamenti. It was different, yet the same.

I Dark Tranquillity si spingono più oltre che possono senza fare quel passo in più verso un totale salto stilistico che avrebbe comportato, come capitolo successivo, o un abbandono del metal tout-court o un rientro nei ranghi parziale e cerchiobottista (per proseguire il confronto con i Moonspell, fu il caso di The Butterfly Effect). Né le innovazioni forzano la mano della band oltre le proprie concrete possibilità, magari per ragioni commerciali. Per quanto goda di estimatori, Host dei Paradise Lost fu un fallimento perché Nick Holmes non aveva le potenzialità vocali per consentire al suo gruppo di dare l’assalto alle classifiche. Su Projector Stanne limita il ricorso alla voce pulita e, quando vi si cimenta, è perfettamente credibile, dipingendo ritornelli indimenticabili.

Non solo. Se molti dei dischi “sperimentali” partoriti in quegli anni da band con trascorsi estremi suonano oggi datati o, nella migliore delle ipotesi, istantanee di una congiuntura provvisoria e irripetibile, Projector è invecchiato sorprendentemente bene, come accade ai veri classici. Nei suoi solchi c’erano le basi per fare qualcosa di ancora più grande: per questo non riuscii mai ad apprezzare troppo il successivo Haven, che tentò una sintesi tra le varie anime del suono della band codificando una formula che poi sarebbe stata replicata senza eccessive variazioni nei lavori successivi.

Charles: In linea di massima concordo con entrambi gli esimi colleghi, ma con qualche distinguo che mi porterà a ridimensionare la mia opinione su questo importantissimo album. In primis, da ragazzino accoglievo i repentini cambi di pelle della varie band che amavo più o meno come oggi accolgo l’ennesima reunion di un gruppo di vegliardi che pensa di avere ancora qualcosa da dire, cioè in linea con la massima belardiana sempre applicabile: “dipende dai dischi“. O meglio, dipende dal risultato. Va da sé che il risultato di questo cambio di faccia degli svedesi fu ottimo, ma che dico ottimo, strabiliante. Come è d’uopo, prima di dire la mia per Avere vent’anni, ma ancor di più, prima di decidere per chi votare ai mondiali del metallo, mi riascolto il disco di turno alla nausea. Nausea che molto spesso non si affaccia neanche lontanamente, come nel caso di Wolfheart per esempio, ma che nel caso di Projector si è manifestata stranamente molto presto, troppo presto, considerato il fatto che durante i primi due ascolti mi canticchiavo tutti i testi che ancora incredibilmente ricordo.

Va da sé, anche, che alla data romana del tour di Projector ero lì tra le prime file insieme ad altre giovani anime affrante a fare il bambinone commosso e sensibile cantando quelle stesse canzoni malinconiche che, oggi, mi stanno dando un po’ di fastidio, a dirla tutta. Ok, la voce pulita di Stanne è credibile, ma la trovo stucchevolmente onnipresente e, alla fine, se ci facciamo caso, in questo disco i pezzi propriamente metal sono due, The Sun Fired Blancks e Dobermann, che guarda caso sono gli unici che non mi stanco mai di risentire (i quali, insieme a Punish My Heaven, Zodijackyl Light, Insanity’s Crescendo, Indifferent Suns, Feast of Burden e alla immancabile Lethe, li annovero tra i miei preferiti). Tutte le altre sono ballad o un qualcosa che si avvicina troppo al concetto di. Sarà forse colpa del cinismo tipico di chi va avanti con l’età ma oggi mi viene più naturale perseverare negli ascolti di un Haven, che sarà meno ispirato di Projector, avrà troppi effettini di tastiera, ma almeno è un disco metal negli intenti, normalizzato quanto volete (ma neanche tanto se proprio vogliamo dirla tutta), ma dritto e ben poco avvezzo a sdolcinerie acchiappaconsensi.

11 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    31 agosto 2019 09:16

    Per il loro disco migliore, a cui purtroppo non sapranno mai dare un seguito credibile. Non ho mai capito tra l’altro l’entusiasmo della gente per Damage Done, il classico dischetto post 2000 formalmente perfetto ma senz’anima. Qua invece non c’è una virgola fuori posto, un lotto di canzoni che non sono invecchiate di un solo giorno in vent’anni, esattamente come i quasi coevi Sin Pecado, One Second.. La cosa bella di quel periodo era la freschezza di questi lavori, band che avevano inventato interi generi ma non si facevano problemi ad osare, con risultati a volte clamorosi come in questo caso. Tutto il contrario del triste manierismo che è seguito poi

    Piace a 1 persona

  2. pepato permalink
    31 agosto 2019 11:13

    Uno dei miei dischi della vita.

    Piace a 1 persona

  3. saturnalialuna permalink
    31 agosto 2019 11:37

    Per me i Dark Tranquillity sono Skydancer, The Gallery, The Mind’s I, Projector (quello a cui sono più affezionata/amo di più) e Atoma (mai lo avrei pensato, amato moltissimo pur essendo conscia del fatto che non sia un capolavoro). Stanne è più o meno una delle voci che preferisco nel Metal. Boh, tanto affetto per loro.

    Mi piace

  4. weareblind permalink
    31 agosto 2019 12:56

    La fine. Preso per compleanno, mi ha fatto schifo da subito, tranne 3 pezzi, e qui chiusi coi DT. Addio.

    Mi piace

    • Damocle permalink
      31 agosto 2019 17:49

      Sono curioso, ma tu che musica ascolti? Che band ti piacciono? Perché ogni tuo commento che leggo è del tipo “mai coperti”, “mai sentiti”, “sta roba non mi interessa”, “mi hanno sempre fatto cacare”. Senza offesa eh, sono sinceramente perplesso ;)

      Mi piace

      • weareblind permalink
        31 agosto 2019 19:02

        Se dici a me, nessuna offesa. Solo gusti. NWOBHM Saxon quasi tutto, Maiden fino a Fear of the dark / thrash, Overkill, Testament, Ultra-violence, Havok, Angelus Apatrida… / Death tecnico e thrash/death At the gates, Darkane, Hatesphere… / Motorhead / una parte del death melodico / qualche rara puntata su Leverage, Bonfire e simili / AC/DC, Airbourne / Alice Cooper. Ho scritto di getto. Ah, ovviamente i Prophilax.

        Mi piace

    • Fredrik DZ0 permalink
      31 agosto 2019 17:56

      pensa te, a me brucia ancora il culo. Qualcosa si salva, ma non sono mai riuscito a farmelo piacere del tutto. E pure che mi piacque la svolta elettronica dei paradise lost… ma con loro non ha funzionato e non è scattata la scintilla.

      Mi piace

  5. Arkady permalink
    1 settembre 2019 09:59

    The Sun Fired Blancks a canna e via, a cazzo duro verso il futuro

    Piace a 1 persona

  6. 4 settembre 2019 16:51

    A ME fa abbastanza cagare. Non è un discorso da purista, sono una delle mie band preferite per merito dei primi due dischi (e l’EP), però PER ME se questo disco ci poteva stare, il resto della discografia paiono raccolte di demo con canzoni monche perchè evidementemente è finita l’ispirazione. Nasco con Skydancer, muoio con The Gallery. RIP.

    Mi piace

  7. thomas permalink
    11 settembre 2019 14:38

    big love <3

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: