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Come i DEPECHE MODE mi hanno rovinato la vita

23 settembre 2018

Nell’autunno 1998, ultimo anno di liceo, sembravo proiettato verso una gioventù decisamente gagliarda e rock’n’roll. Avevo una vita movimentata e divertente e le prime risultanze con l’altro sesso avevano cancellato lo spleen adolescenziale che si concretizzava in ripetuti ascolti notturni di Wildhoney dei Tiamat. Al di fuori del metal, salvo qualche vecchio classico dell’hard rock (il grunge mi piaceva ma era morto e sepolto), non ascoltavo nulla. Erano gli anni della Century Media di Waldemar Sorychta, parecchi gruppi estremi erano nella fase della svolta gotica e, su questo fronte, stavano pure uscendo bei dischi (A Dead Poem, Sin/Pecado). A un certo punto tutti iniziarono a suonare cover dei Depeche Mode – gli In Flames, i Moonspell, i Monster Magnet, perfino i Vader – o di altri gruppi della new wave britannica, i più pop, quelli che in teoria negli anni ’80 avresti dovuto odiare. E così ti viene la curiosità di andarteli a sentire. In tanti cademmo vittima di questo fenomeno. Con Charles, due anni dopo, reduci della stessa infatuazione, recuperavamo con entusiasmo roba come i Talk Talk e gli Spandau Ballet.

Sicché esce questa raccolta di singoli, che copre il periodo tra Music For The Masses e Ultra, e chiedo a un amico che l’aveva comprata di copiarmela su cassetta. Chiunque tra voi sia un fan fulminato dei Depeche Mode sa benissimo cosa è successo subito dopo.

Sarà stato anche il trasferimento a Roma. Il fuori sede, con una cesura simile con i vecchi riferimenti a un’età in cui si è parecchio malleabili, dopo l’emigrazione può cambiare identità in maniera imprevedibile. Un terreno fertile per le riflessioni tormentate e introspettive con il sottofondo di musica non metal altrettanto tormentata e introspettiva. Come il buon vecchio Wildhoney di quando eri uno sfigato. E vai con i Joy Division, i Sisters Of Mercy, i Dead Can Dance (tutta gente mai smessa di amare, per carità), la roba della Projekt, la cold wave, l’ethereal, e tutto il repertorio da darkettone con l’Asperger. Quantomeno non me ne è mai fregato nulla degli Smiths, che ci mancavano solo loro. Già c’erano i Depeche Mode, che gli ascolti compulsivi resero una colonna sonora costante quanto gli Slayer e iniziarono a intrecciarsi col mio vissuto personale in maniera subdola e insensata.

Sono quei diavolo di testi di Martin Gore. Un genio. Salvo le sporadiche derive sociopolitiche, riesce a restituire con un’efficacia sovrannaturale situazioni private – non solo sentimentali – nelle quali può identificarsi più o meno chiunque (da un certo punto di vista, è quasi il meccanismo degli oroscopi). E all’improvviso i Depeche Mode parlano della tua vita. Sì, fidati, quella canzone descrive davvero in due parole quello che ti è successo con quella tizia. Inizi a collegare brani precisi a episodi precisi, mentre altre liriche diventano motti buoni per ogni situazione, quando invece per tale scopo dovresti usare i Manowar. Un po’ la situazione che aveva descritto El Greco nel suo mirabile pezzo sulle Spice Girlsil tuo passatempo preferito è riflettere sulla tua interiorità unica e irripetibile e tutte queste altre inutili pippe mentali. Nel suo caso è stato colpa degli Smashing Pumpkins, nel mio dei Depeche Mode.

Poi mi ripiglio, chiaro. Ma i testi dei Depeche Mode erano in agguato come avvoltoi aspettando la prossima cesura, preferibilmente sommata a una serie di casini fuori dal mio controllo. Quando uscì Playing The Angel, era imminente un periodo arduo assai, e stavolta non per le pippe mentali sull’interiorità (che comunque, quando ascoltavo i Depeche Mode, cioè una volta al giorno, restavano). I testi di Playing The Angel sono in parte riferiti alla disintossicazione di Gahan ma tu ovviamente riesci ad accostare ogni testo a un’evenienza particolare. Precious. La accidenti di Damaged People.

È vero, siamo guasti, kaputt, meno male che ce lo ricordano anche loro, si dissero tutti i fan al momento in una situazione non serena. Nel frattempo, i Manowar avevano pubblicato Gods Of War. Lo ignorai completamente ed è in assoluto il loro album che mi piace di meno ma il monito universale e sempiterno rimane: se ti allontani dai Manowar per fare l’ombroso romantico e sensibile, poi non ti lamentare se le cose ti vanno a puttane. Poi mi ripiglio, anche se stavolta non era scontato.

Nel 2009, compro Sounds of the Universe appena esce. Mi sembra carino ma non mi dice niente. Playing The Angel era l’ultimo disco scritto per esaltare i fan prima di invecchiare in pace, un po’ come Brave New World per gli Iron Maiden. Mi perdo il tour per motivi di lavoro. Quando tornano per portare in giro Delta Machine, nel 2013, scopro che non me ne frega niente di ascoltarlo. Manco vado a vederli. Mi ero rivenduto parte dei cd Ebm ed ero diventato fissatissimo con lo stoner. E, vabbè, è normale la maturità. Mica è così semplice. Se hai delle tare adolescenziali e verso i trent’anni non te le sei ancora tolte, ti restano per tutta la vita, poi invecchi comunque ma resti uno scemo. Insomma, guardate la vostra bacheca di Facebook, se siete abbastanza anziani da avere decine di contatti quaranta-cinquantenni.

Un po’ di tempo fa, rimettendo in ordine tra le pile di dischi dopo un trasloco, mi capita in mano Construction Time Again e lo metto su. La mia signora mi guarda stupefatta e mi fa: ma come ti piacciono i Depeche Mode, non l’avrei mai detto, non mi parevi una persona a cui potessero piacere i Depeche Mode. Tradotto: non immaginavo che un buzzurro che sono abituata a vedere in mutande, infradito e maglietta dei Nifelheim una taglia più grossa mentre sceglie un film di zombi con l’Ichnusa in mano abbia un tempo avuto un animo tormentato e introspettivo. Faccio mente locale e mi rendo conto che sono almeno sei o sette anni che non ascolto più i Depeche Mode, salvo, ogni tanto, in quelle occasioni sociali nelle quali gli Impetigo magari non ci stanno. Mi ero liberato dalla maledizione. Chissà se c’entra pure il fatto che dopo Playing The Angel i Depeche Mode non abbiano azzeccato granché. (Ciccio Russo)

8 commenti leave one →
  1. vito permalink
    23 settembre 2018 04:30

    Sono l’ultima persona che potrebbe giudicarti visto che ho l’ intera discografia degli Abba !

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  2. fredrik permalink
    23 settembre 2018 11:16

    Leggere queste cose mentre aspetto le braci per spiedini e cevapcici mi fa apprezzare ancora di più i miei 40+ cinici e materialisti. Comunque tutto vero, e un posto per i DM ci sarà sempre.

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  3. weareblind permalink
    23 settembre 2018 21:05

    Mai ascoltato nulla, mi causano gotta.

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  4. El Baluba permalink
    24 settembre 2018 09:34

    Delta Machine è un disco che ho rivalutato diverso tempo dopo la sua uscita. Ha un mood alla fine veramente niente male, mentre l’ultimo non ho avuto minimamente interesse ad ascoltarlo. Che dire…visti due volte dal vivo, dei grandi, anche se ora, non riesco a sentirli se non a piccole dosi.

    PS: ho recentemente recuperato i The Smith e Bigmouth Strikes Again mi ha tormentato pesantemente per mesi….

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  5. saturnalialuna permalink
    24 settembre 2018 14:46

    Abbiamo avuto la stessa evoluzione musicale. Rispetto.
    E rispetto anche per questa descrizione “non immaginavo che un buzzurro che sono abituata a vedere in mutande, infradito e maglietta dei Nifelheim una taglia più grossa mentre sceglie un film di zombi con l’Ichnusa in mano abbia un tempo avuto un animo tormentato e introspettivo.” che tristemente descrive anche me ahahahahhah.

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  6. ignis permalink
    26 settembre 2018 20:36

    Grande gruppo, che, indubbiamente, può affascinare anche il devoto del metal o l’appassionato di industrial. I primi singoli, poi, sono stupendi!

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  7. SimonFenix permalink
    26 settembre 2018 20:42

    E’ un peccato che i Depeche mode ignorino i loro primi album nelle scalette, per la maggior parte composto di pezzi da Music From The Masses in poi.

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