Avere vent’anni: gli zatteroni delle Spice Girls, la frangetta di Natalie Imbruglia e altri traumi insuperabili


Correva l’anno 1997 e all’epoca avevo la stessa età dei dischi di cui parliamo oggi: vent’anni. Era il mio primo anno cronologicamente fuori dalla teenage wasteland e di base passavo le mie giornate ascoltando i Deftones e i Fu Manchu non sapendo bene quello che cazzo volevo dalla vita, tutto più o meno come oggi. La mia spiccata dote al fancazzismo e alle fantasticherie, mischiata con una capacità di autodisciplina pressoché nulla, aveva già incanalato la mia carriera universitaria su binari disastrosi. A novembre in particolare credo stessi preparando l’esame di Storia delle dottrine politiche, un programma mostro che spaziava da Tucidide a Marx, una cosa per me talmente impossibile che alla fine pur di non farlo ho preferito cambiare facoltà. La mia quotidianità era quindi immersa nel grigiore, ma il magico mondo della pop music aveva già trovato l’antidoto e me lo stava somministrando anche contro la mia stessa volontà. Andare in giro con la maglietta dei Joy Division sarebbe presto diventato una posa priva di senso.

La mia teoria (elaborata circa cinque minuti fa) è che il divenire mainstream del grunge ma anche di roba tipo Marilyn Manson avesse portato la fascinazione della tristezza e della negatività ad un punto di non ritorno, suscitando così nell’ambito del pop più commerciale una strategia di reazione violentissima che portava il genere a sposare l’estetica della felicità ad un livello paradossale ed insensato, una joie de vivre che rasentava l’idiozia e/o il trip acido. Ed ecco allora gli Aqua, i Vengaboys, i Rednex e MMMBop degli Hanson (forse lo zenit assoluto). E su tutto questo le Spice Girls a regnare incontrastate. Erano già molto popolari da circa un annetto, ma l’uscita di Spiceworld le avrebbe proiettate direttamente nell’iperspazio. Chiariamolo subito: quando parliamo delle cinque sgallettate inglesi stiamo parlando, Black Sabbath a parte, di quello che probabilmente è il più grande gruppo della storia. E i meriti erano e rimangono solo culturali, non vorrei certo passare per quello che si fa circuire dagli argomenti femminili. Anche perché queste tipe erano tutto tranne che delle fiche stratosferiche, roba tutto sommato ordinaria contando che per l’adolescente degli anni ’90 il modello di bellezza imperante erano le varie top model tipo Claudia Schiffer, Naomi Campbell e giù di lì. Poi che Scary Spice aka Mel B mi arrapasse non poco è un’altra storia: lì c’entra anche una mia mai sopita passione per il genere ebony che le chiappe della Morositas avevano suscitato in me già in tenerissima età. 

Le Spice Girls sono l’equivalente nineties dei KISS. Cinque personaggi usciti da un fumetto, tutte con occasionali superpoteri. Cinque prototipi femminili variamente assortiti che includevano pure la coatta di Borgata Fidene. Sovrane di un universo stroboscopico che evoca gli arcobaleni chimici da rave party ma che come target ha bambini e pre-adolescenti.

L’incipit del devastante singolo Spice Up Your Life è più eloquente di un manifesto elettorale:
When you’re feelin’ sad and low
We will take you where you gotta go
Smilin’, dancin’, everything is free
All you need is positivity

Le Spice Girls sono l’elemento che reintroduce i colori nel pianeta terra. Lo monda dalle sue scorie di negatività e prefigura un futuro luminoso. E poi ancora:
People of the world, spice up your life!

Questo appello è il “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” dell’era di MTV, la chiamata all’azione da cui nessuno si può sentire escluso. Dal singolo in heavy rotation alle magnifiche sorti e progressive il passo è più breve di ciò che si possa pensare. Anche il programma di Dottrine politiche ne dovrebbe aver tenuto conto di lì a breve. Il pezzo si chiude poi in modo criptico:
Hi-ci-ya! Hold tight!

Ancora oggi non si è trovato accordo sulla corretta interpretazione di queste tre sillabe (hi-ci-ya o hi-si-ja?) e il mistero esoterico contenuto in questo motto rimane tale anche dopo venti anni, anche questo un segno dei veri grandi.
Il loro celebratissimo secondo avvento sotto forma di gustosissime MILF alle olimpiadi di Londra testimonia che il loro mito resiste all’usura del tempo. Viva Forever.

Il mensis mirabilis del pop femminile vede anche l’arrivo nei negozi del primo omonimo disco delle All Saints che proprio alle Spice si dovevano contrapporre come una versione più adulta delle stesse, il tutto secondo il classico copione albionico delle contrapposizioni in stile battle of the bands. Ovvio che contro dei titani come le Spice Girls non ci potesse essere reale partita, ma anche le quattro londinesi possedevano qualche freccia al loro arco. Tra i punti a loro favore avevano una canzone che parlava di quanto erano zoccole (anche questo è girl power) e due sorelle piuttosto bone (da sempre un tipico topos da situazioni osé). Delle varie tipe però la mia preferenza andava all’ennesima Melanie (Blatt) perché era piccoletta (“donna nana, tutta tana”) e soprattutto perché aveva questa bocca enorme che evocava tutta una serie di sue abilità che non vi sto a raccontare tanto le capite da soli.

Anche la camicia.

Chiariamo ora un punto importante: tutto questo interesse per le femmine su MTV era ovviamente dovuto al fatto che nella vita reale la mancanza di fregna mi devastava l’esistenza. Peggio ancora, era la mancanza dell’ammore a rendermi infelice. Tranne una ex che, all’epoca ri-fidanzata, mi utilizzava molto sporadicamente come puttano (ruolo che peraltro non mi dispiaceva affatto), erano anni di niente, lo zero assoluto, solo una lunga serie di fissazioni monomaniacali per delle tipe accuratamente scelte sulla base della loro disinteresse o della loro irraggiungibilità. In questo contesto il trauma definitivo fu la comparsa del video di Torn di Natalie Imbruglia. Al contrario delle Spice Girls che mantenevano tutto nell’orbita della fregnaccia, questa donna arrivò nella mia vita e in quelle di molti altri definendo un modello in qualche maniera confidenziale e quindi falsamente raggiungibile che avrebbe fatto danni per molti anni a venire. Questa donna angelicata aveva monopolizzato il mio gusto al punto che mi ritrovai in qualche occasione a rifiutare gli interessamenti di tipe più concretamente bone (tacco, trucco, parrucco, ecc.) perché alla ricerca di questa idea di ammore intimo e molto indierock fatto di maglioni pelosi e Doc Martens. Rendetevi conto del livello di stronzaggine.

Ma perché mi/ci piaceva così tanto? La risposta per quanto mi riguarda è scontata: se passi i tuoi pomeriggi sul letto ad ascoltare il doppio degli Smashing Pumpkins e ci credi come se fosse la tua stessa vita, se il tuo passatempo preferito è riflettere sulla tua interiorità unica e irripetibile e tutte queste altre inutili pippe mentali, va da sé che il tuo ideale di donna non sarà Carmen Russo. Natalie Imbruglia non rientrava nella categoria dei sex symbol, la discussione non verteva mai su in quale posizione te la saresti messa. Natalie Imbruglia ti poneva davanti al fatto che non saresti mai e poi mai stato degno del tuo oggetto del desiderio. Pura flagellazione, una roba tipo: domine, non sum dignus! Una complicazione ulteriore che di cui nessuno sentiva il bisogno. Quindi che da lì a poco l’immaginario del rap con le sue baldraccone abbia preso il sopravvento è stata una delle cose più salutari che sia mai avvenute nell’ambito dello show business. Godiamoci allora l’odierno e continuo festival di chiappe delle varie Jennifer Lopez, Beyoncé & Shakira o quel troione da circo di Nicki Minaj. E se siete preoccupati della dilagante oscenità o per la corruzione delle anime dei vostri piccini vi dico di non preoccuparvi, una frangetta lavorata al punto giusto può provocare traumi ben peggiori. (Stefano Greco)

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