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Per un ultimo saluto: WARREL DANE – Shadow Work

19 novembre 2018

Ad ammazzare i Nevermore sono stati i contrasti interni e quel periodo di pausa forzato in cui si erano messi a perdere tempo con i side project: bollai velocemente quello di Jeff Loomis come una cazzata votata allo shredding, e Praises To The War Machine di Warrel Dane come un rispettabile album di heavy metal moderno, ma che tuttavia non avrebbe mai e poi mai lasciato il segno. Più in là sarei riuscito ad ascoltare – neanche presentando sintomi tipo convulsioni – Zero Order Phase del talentuoso chitarrista che ora si gingilla con gli Arch Enemy, e ad apprezzarne parte dei contenuti senza mai capire perché ci fossi seriamente ritornato sopra. Ho riascoltato pure quel Praises To The War Machine in tempi recenti, e devo ammettere che si tratta di un album concettualmente vuoto: non ha niente che mi colpisca, e non ne risollevano le sorti né la cover di Lucretia My Reflection, né tantomeno i cammeo in stile “carino lo studio, ti registro un assolo?” di James Murphy e dello stesso Jeff Loomis. Ad ammazzare i Nevermore fu anche la standardizzazione del loro sound, che giunto al completamento con Enemies Of Reality – un buon album sul cui mixaggio si tagliarono le vene in molti – non ci avrebbe più regalato nient’altro di veramente confortevole. 

Fra coloro che leggeranno questo articolo ci saranno moltissimi supporter di This Godless Endeavor, un lavoro che riscosse un gran successo alla sua uscita: per il sottoscritto, già lì c’erano tutte le condizioni per sputtanare una band che sino ad allora era risultata autentica, genuina, una ventata di aria fresca per tutto quanto l’heavy metal. Parlo del suono plastificato e griffato Andy Sneap (™), nonché della componente di rischio totalmente azzerata dopo che, con Dreaming Neon Black, il gruppo di Seattle aveva tirato in ballo tutta quell’oscurità e malessere, per poi resettarsi di nuovo e modernizzare di colpo il sound in Dead Heart In A Dead WorldThis Godless Endeavor fu l’album che qualunque fan si sarebbe aspettato da loro in quel punto cruciale della carriera, ma a mio avviso offriva una bella legnata iniziale (Born), un proseguimento alla sua altezza (Final Product) e davvero poco altro. Lo amerete alla follia e vi rispetterò lo stesso per questo, ma per me le cose non sarebbero mai dovute andare in quella direzione. Col disco successivo finì addirittura peggio, perché si capiva dalle prime due tracce quanto i Nevermore avessero semplicemente ritirato in ballo qualche riffone sulla falsariga di The Politics Of Ecstasy, ridato un po’ di credibilità a suoni che non pretendevano più di risultare sopra le righe, ma che in fondo i Nevermore erano diventati un gruppo in grado di realizzare un prodotto accettabile e nulla di più. A nessuno là dentro gliene fregava più un cazzo di stare nei Nevermore, Warrel Dane escluso, il quale viveva per questa cosa e per le bottiglie di vino.

I Nevermore erano morti, i loro musicisti dirottati verso i pietosi Arch Enemy oppure negli ottimi Ghost Ship Octavius – in tal proposito, ascoltate il loro debutto se non lo avete già fatto – e poi ci fu questa cosa di ritirare fuori i Sanctuary che a mio avviso funzionò malissimo. The Year The Sun Died fu la fiacca risultante di andare con Jim Shepperd a registrare un altro disco con quel Lenny Rutledge, che in passato aveva sputtanato tutto dopo l’album più coraggioso che i Sanctuary potessero concepire: appunto, Into The Mirror Black, il babbo biologico dei Nevermore. Con che aspettativa uno si avvicinerebbe al nuovo disco solista di Warrel Dane, oltretutto dopo la sua morte? Ad aggravare il tutto, le dichiarazioni del cantante risalenti a un paio di anni fa riguardo l’uscita di materiale molto pesante, oppure quelle di un manager della Century Media, il quale affermava che la drammaticità di Shadow Work fa pensare che “Warrel quasi si aspettava che questo sarebbe stato il suo ultimo lavoro”. Scusami un attimo, tizio della Century Media: ma quale album di Warrel Dane non lo fa pensare? Ma ce l’hai presente Dreaming Neon BlackShadow Work non ha neanche la metà della sua drammaticità, se così vogliamo chiamarla; ma è pur sempre la cosa più interessante, coinvolgente e sentita che gli ho visto incidere dopo i Nevermore; se non addirittura durante, considerando che l’ultima sortita in studio si era rivelata – per una abbondante metà – davvero sterile.

Innanzitutto la mancanza di Jeff Loomis non viene compensata da Peter Wichers, ex Soilwork, come avvenuto in Praises To The War Machine, il che è di per sé una buona notizia. Ci sono, piuttosto, quattro musicisti brasiliani che probabilmente hanno avuto giusto il tempo di arrangiare un minimo i brani, o poco più. Tecnicamente sono pure validi, non scorgo un fuoriclasse fra di loro ma è innegabile che Warrel abbia scelto gente in gamba, basandosi più che altro su di un gruppo chiamato Addicted To Pain per pescarne la maggioranza dei componenti, e non dover ricreare ex-novo una parvenza di affiatamento. E poi Warrel aveva ragione, il disco è seriamente tosto e si diverte a devastare The Hanging Garden un po’ come era già capitato a The Sound Of Silence un po’ di anni fa. Stavolta la vittima sono i The Cure di Pornography, e il punto di contatto con l’originale resterà più che altro la sua introduzione minimale di batteria. Poi ci sono altri ottimi pezzi, una iniziale dal titolo imbarazzante che tenta un po’ di replicare la ferocia di una Born, ma abbinandola ad una teatralità mica tanto di fondo. Un po’ come se un pezzo come And The Maiden Spoke avesse deciso all’improvviso di premere sull’acceleratore, paragone un po’ strano, ma è così. Funzionano anche Disconnection System, la titletrack e l’ottima powerballad dal titolo Rain in cui Warrel Dane sembra realmente giocare in casa, un po’ sulla scia di quei lentoni che resero appetibile un po’ a tutti i Nevermore dalla seconda metà dei Novanta in poi.

Warrel Dane ci saluta con quaranta minuti di musica ricavati da una sessione troncata a metà dalla sua prematura morte, e che avrebbe dovuto mettere nero su bianco circa il doppio del materiale: solo che l’hanno ammazzato le conseguenze del diabete di tipo 2 e dell’alcolismo, l’ha ammazzato – in sostanza – un infarto. Qui potete ascoltarlo per un’ultima volta, non più in forma smagliante come ai tempi di The Politics Of Ecstasy, ma vi assicuro che ne vale la pena e che in pezzi come la conclusiva Mother Is The Word For God riconoscerete ancora le tracce del miglior Warrel. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. bonzo79 permalink
    19 novembre 2018 17:36

    ok tutto ma per me praises è un gran disco (e la cover dei cure una porcata senza speranza)

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  2. weareblind permalink
    19 novembre 2018 18:01

    Me lo ricordo molti anni fa al GOM. “The grunge is dead!” urlò in faccia a tutti. Ciao Warrel.

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  3. 20 novembre 2018 14:20

    Pure a me Praises non era dispiaciuto affatto. Niente di trascendentale, ma un disco onesto e sentito, con in più un pezzo come Brother, che mi ha sempre colpito basso. La devastazione di Patterns, brano minore di Simon & Garfunkel, è la più riuscita della sua carriera, e gli devo un grazie per avermi fatto scoprire i Sisters Of Mercy

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  4. Nicolas permalink
    23 novembre 2018 21:41

    Grazie, Marco. Un bellissimo e commovente epitaffio per un grande genio della musica.

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