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Il disco dei Sentenced col rutto

31 luglio 2018

Un pomeriggio, in preda alla mia lentissima connessione internet di tipo ISDN, entrai nel sito della Century Media (all’epoca probabilmente una delle mie due o tre etichette preferite) e mi scaricai un pezzo dei Sentenced. Se ricordo bene si trattava di The Suicider, mi piacque da morire e mi lasciò una serie di impressioni su cui avrei riflettuto a lungo.

La prima, quella di non capire che cose suonassero esattamente i finlandesi. La stampa, all’epoca, si era lasciata andare in una serie di sfide adrenaliniche su chi sparasse il termine più adatto, e si sentiva parlare di death melodico come di gothic rock o, nella più fatiscente delle occasioni che mi ricordo, di stoner. La seconda, il fatto che The Suicider avesse instaurato in me la pura convinzione che questo gruppo avrebbe presto fatto il botto, confermandosi come una gang di sfornasingoli come poche ne avremmo viste nel decennio seguente. Fu esattamente così, dato che i Sentenced avevano preso la mira con Nepenthe un paio di album prima, fatto centro con la bellissima Noose su Down, dopodiché non si sarebbero fermati per un bel pezzo. 

L’idea generale che ho sui Sentenced oggi, a freddo, oltre al fatto inquietante che mi manchino ancora moltissimo, è che abbiano sempre suonato l’heavy metal più coraggioso che si potesse immaginare in quel periodo di frammentazioni, cricche e sperimentazioni più o meno accettabili, facendo perno su di un gusto radiofonico sfrenato e sul carisma del clamoroso e sempre alticcio frontman Ville Laihiala, un animale da palco devastato da birra e distillati. Il problema dell’album con cui li ho conosciuti, Frozen del 1998, è che oltre ad essere uscito in un’annata veramente imbarazzante per il numero di classici che mensilmente ci veniva propinato da ogni parte del globo – Europa in primis – i Sentenced non suonavano ancora raffinati e rileccati come avrebbero fatto nel successivo e meraviglioso Crimson. Gli ingredienti erano già tutti quanti presenti: ritornelli accattivanti, pattern semplici ma ottimamente architettati dall’ottimo batterista Vesa Ranta (uno di quelli che non si fanno mai notare, ma producono sempre la cosa giusta), un rutto su For The Love I Bear e due o tre singoli di livello altissimo. La prima era The Suicider, assoluta dominatrice della scaletta nonchè hit del disco, e la seguivano Drown Together e Farewell, queste ultime rivestite di un’attitudine melodica ai limiti del rock più melodico come in futuro sarebbe ricapitato nell’apripista di Crimson, Bleed In My Arms. Burn sarebbe stata l’unico concreto collegamento con il passato della band, tra rimasugli death metal e passaggi orientaleggianti in quel tempo già adoperati dagli Amorphis, ed oggi abusati da ogni cane sciolto che prende in mano, anche per sbaglio, un qualsiasi strumento a corde.

Frozen è un bellissimo album, ma nonostante la forza dei singoli gli ho sempre preferito l’ibrido Amok e soprattutto il già citato Crimson, sigillo definitivo di una breve ma monumentale carriera che ai primi cenni di fase discendente sarebbe stata arrestata con una decisione da uomini con le palle gigantesche, fra cui il compianto Miika Tenkula, che se ne sarebbe andato per arresto cardiaco circa quattro o cinque anni dopo lo scioglimento della band. Onore ai Sentenced, e onore all’edizione limitata di questo album che vantava, tra svariate cover, quella assolutamente godibilissima e trascinante di I Wanna Be Somebody degli W.A.S.P. (Marco Belardi)

4 commenti leave one →
  1. 31 luglio 2018 11:25

    L’ho riascoltato proprio poco fa al volo su Spotify. E, infatti, io lo conoscevo nella versione cosiddetta “Gold”..con le cover infilate in mezzo ad una track-list – a quanto pare – sconvolta!
    Se siete curiosi andate a vederla su wikipedia: ho sistemato la pagina ora.

    Il mio preferito, invece, è proprio “Down”..mi sa! Anche se, ad ognuno post-Amok (tranne “The Cold…”, che presi dopo perché li vedevo troppo sputtanati..) ho un periodo collegato.
    “Amok” è troppo..ma, al trittico ’96-2000 ci sono troppo affezionato!

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    • bonzo79 permalink
      31 luglio 2018 16:57

      ho la versione digi “gold” con tanto di autografi di bassista e cantante… mai capito del perché abbiano stravolto la tracklist

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  2. Fredrik DZ0 permalink
    31 luglio 2018 22:18

    a parte che vedere tre articoli di fila sui miei adorati sentenced è fin commovente, questa è l’analisi in cui mi riconosco di più.

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  3. Elfo Cattivone permalink
    1 agosto 2018 11:18

    Non c’entra col disco in questione ma io non capisco l’indifferenza generale verso North from Here, un album unico: techno death melodico, aggressivo, profondo, riflessivo, epico. Il cugino veloce di Tales from the Thousand Lakes.

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