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PARADISE LOST – Medusa

12 settembre 2017

Esattamente nell’anno 2000, i Paradise Lost sono stati colpiti dall’effetto Benjamin Button.

Band che aveva apparentemente completato ogni processo di maturazione -terminando non proprio in bellezza con Host– i cinque del West Yorkshire – a cui oggi manca all’appello solo Lee Morris – hanno messo la marcia indietro, prima facendo qualche cazzata e infine tornando al meritato splendore. Non sono una delle mie band preferite e probabilmente nella lista dei venticinque album da isola deserta non infilerei Gothic o Draconian Times, ma non c’è niente da fare: per Nick Holmes e compagnia bella ho sempre nutrito una infinita simpatia, finendo per supportarli -o sopportarli- anche nei momenti di massimo rischio, come il meraviglioso One Second di cui ho scritto proprio qualche settimana fa.

Il percorso verso la seconda giovinezza è iniziato prima includendo di nuovo le chitarre distorte in dosi significative, come nel caso del brutto Believe In Nothing e soprattutto del successivo Symbol Of Life. Poi, dopo un altro paio di dischi progressivamente sempre più metal-oriented ma non proprio da incorniciare, e che sembravano testimoniare come ad Halifax si fosse inserito definitivamente il pilota automatico, si è inaspettatamente concretizzato Faith Divides Us – Death Unites Us imponendosi come l’album della ritrovata ispirazione. Gli anni dieci -infine- sono cominciati col ritorno definitivo dei Paradise Lost alle loro sonorità più tradizionali, vedi il fantastico Tragic Idol, seguito a ruota da un album maturo e costellato da episodi validi come The Plague Within.

A quel punto, francamente non sapevo più cosa aspettarmi da loro… 

Ammettendo che, qualunque cosa abbiano affrontato nel corso degli anni, se la sono sempre cavata piuttosto bene, credo che dalla casa discografica -la temuta Nuclear Blast- i Paradise Lost abbiano avuto il via libera per fare un po’ quel che a loro pareva. E il disco di conseguenza suona che è una bellezza. Il basso di Stephen Edmondson fa un casino impressionante, e pure la batteria alza dal canto suo un discreto muro. Medusa è doom metal in tutto e per tutto, ponendosi a metà fra Gothic e Shades Of God (quest’ultimo citato specialmente in From The Gallows) con un’alternanza dei due stili vocali canonici utilizzata in maniera molto saggia e mai ruffiana. Forse i Paradise Lost fanno eccezione proprio coi singoli: Blood And Chaos è quella che rappresenta meno in assoluto il sound attuale della band, mentre The Longest Winter sposta il tiro verso il cosiddetto gothic-sound, spostando l’accento sulle atmosfere e sul ritornello, ed affermandosi, insieme alla lunga opener, come la migliore dell’intero lotto. Il difetto dei brani più doom-oriented è forse una certa ripetitività nelle strutture: lente e ossessive in avvio, cercano sempre di sfogarsi nella parte conclusiva, e l’esperimento sarebbe anche riuscito se ciò non assumesse col passare dei minuti una certa prevedibilità.

Medusa è tutto fuorché un disco perfetto, ed a quello c’erano andati davvero vicini con Tragic Idol. Ma ad una band attiva discograficamente da oltre venticinque anni è impossibile chiedere di più, non trovate?

Bravi ragazzoni. (Marco Belardi)

3 commenti leave one →
  1. Fanta permalink
    12 settembre 2017 16:49

    Trovo ci sia una più o meno implicita tendenza a incensare le ultime cose dei Paradise Lost. Non da queste parti anche se la tua recensione trasuda una certa quota di soddisfazione. Penso che questo atteggiamento nei loro confronti derivi dal vederli chiudere il cerchio sul loro passato remoto. In altri termini: fa figo che un manipolo di ultra cinquantenni suoni ancora come quando avevano vent’anni. Io però li trovo un pò forzati e manieristici, quindi molto meno emozionanti che su Gothic o Shades of God (che per me comunque resta il loro disco peggiore). Pensa che personalmente adoro Icon, il disco omonimo e In Requiem. Medusa l’ho preso a scatola chiusa, comunque su di loro ci punto sempre che regalino sorprese. Stavolta invece, pischello finnico a parte (bravo), m’hanno lasciato parecchio indifferente.

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  2. Federico permalink
    13 settembre 2017 14:20

    Il disco lo devo ancora sentire a dire il vero, spero almeno abbiano evitato brutture come Cry Out o flesh from bone che affossavano il precedente, che per quanto sia piaciuto al mondo intero ho trovato piuttosto mediocre a raffazzonato. Poi ci sarebbe da parlare della voce di Holmes ma vabbè….I gusti non si discutono ma personalmente credo che a livello di qualità delle canzoni (stile a parte) Host incenerisca la loro produzione degli ultimi 10 anni

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  3. 13 settembre 2017 17:39

    Non sono mai stato un grande fan dei Paradise Lost, adoro da anni One second, Icon mi annoia, Draconian Times, a parte le prima due canzoni, dopo un po’ mi annoia anche lui, e così via… e invece due anni fa ho ascoltato The Plague Within e me ne sono innamorato. Insieme a One second è l’unico album che riesco ad ascoltare dall’inizio alla fine senza annoiarmi, anzi, ogni pezzo mi da qualcosa di diverso e in più. Ho ascoltato Medusa tre volte e lo trovo un disco splendido, già il fatto di averlo ascoltato dall’inizio alla fine senza cambiare la dice lunga (almeno per quanto mi riguarda)… Lo ascolterò altre volte per dare un giudizio più accurato ma al momento, per me, è un gran bel disco

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