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PARADISE LOST // PALLBEARER @Kwadrat, Cracovia, 9.10.2017 o “della bollitura di Nick Holmes”

15 ottobre 2017

Medusa è carino. È il disco che ci si doveva aspettare dai Paradise Lost, fortunatamente ormai ben lontani dalle pippe pseudo-depechemodiane di un tempo ben preciso e definito. Una parentesi che va dimenticata, e presto. I nostri eroi ora cercano di scrollarsi di dosso quei retaggi, cosa evidente anche dalle setlist proposte dal vivo, con pochissimi pezzi dall’inutile repertorio della fine degli anni novanta e dei primi duemila. Tragic Idol invece era un grandissimo disco, e fa specie vedere che in scaletta, oggi, c’è un solo pezzo dal loro miglior album dai tempi dell’epocale Draconian Times.

La sorpresa è che, dopo aver letto le selezioni delle serate precedenti a questa (unica in Polonia), sentirli eseguire addirituttura un pezzo da Gothic (Eternal) è inaspettato e quanto più apprezzato. Due pezzi da Icon e due da Draconian Times sono una tappa obbligata, anche se con i problemi di cui parleremo più in là.

Ma prima due parole sui Pallbearer. Heartless, probabilmente e al netto di grandi sconvolgimenti di fine anno, finirà nella mia playlist, e la band dell’Arkansas, sempre più vicina ai Katatonia per sensibilità melodica ma con un tocco tutto particolare, propone uno show veramente piacevole. Da ascoltare con calma con una bella birra in mano mentre si scapoccia lentamente. Poi arriva una seconda birra. Ed un terza. E così via. Alla fine vado a comprare il disco, che ancora non avevo, e a prendere la quarta birra.

Intanto leggo qua e là le ultime notizie riguardo al potenziale serial killer catturato in citta’ questa settimana. Sarebbe il terzo negli ultimi cento anni nella città di Cracovia di cui si è scoperto l’operato, dopo i leggendari Władek il Bello e Karol il Vampiro. Questo tizio avrebbe prima fatto conoscenza con una studentessa della prestigiosa Università Jagellonica e l’avrebbe frequentata per alcune settimane. Dopodiché, una sera, l’avrebbe legata, seviziata e infine scuoiata, con l’intento di procurarsi un orgasmo. La pelle della vittima è stata poi ritrovata sulla riva della Vistola. Tutto ciò accadde nel 1998, e il colpevole è stato ora catturato dopo quasi vent’anni. Personale considerazione: secondo voi, uno che ha questo modus operandi e queste finalità può aver fatto una sola vittima? Infatti la polizia locale si sta sforzando di capire se abbia commesso altri crimini, indagando tra le scomparse degli anni precedenti e recenti. In tutti questi anni però il tizio in questione si aggirava tranquillamente in città ed aveva avuto una profonda conversione cattolica, prestando opere di carità presso le comunità locali. 

Interessato dalle letture e gli sviluppi del caso, mi rendo conto all’improvviso, mentre sono al bar con la quinta o sesta birra, che scorrono le note di Gods of Ancient, dall’ultimo Medusa. Ci siamo. Ma la successiva Remembrance, da Icon, arriva assieme alla triste constatazione che davvero Nick Holmes non ce la fa più, e che il ritorno al growl pre-Shades of God non e’ una necessita’ stilistica quanto frutto di un limite vocale evidentissimo.

Ora dico: quanta droga e alcol ti devi essere fatto per non riuscire manco più a cantare quei pezzi? Se Phil Mogg degli UFO, sulla cui carriera da sballone penso non ci sia discussione alcuna (è uno che di sicuro ha fatto la vita rock‘n’roll senza alcun rimpianto e che si è sniffato mezzo Perù, come per sua stessa ammissione ad un giornalista del Guardian) e che ho avuto la fortuna di vedere qualche anno fa proprio su questo stesso palco, alla sua età sembra quasi lo stesso di Lights Out o Obsession, perché mai un Nick Holmes non dovrebbe riuscire a cantare Shadowkings o Embers Fire? La domanda si fa sempre più frequente nella mia testa, tanto che ogni volta che arriva un pezzo degli ultimi due dischi è quasi un sollievo. Povero Nick. Poi Eternal ci regala un brivido. Una vera sorpresa. Mentre la chiusura e’ affidata a The Longest Winter, dall’ultimo album, e The Last Time, con gli evidenti problemi di cui sopra.

Una sola nota: mi dispiace essermi perso i Sinistro, il cui ultimo full-length Semente ho ascoltato nel pomeriggio e che avrei voluto vedere dal vivo, ma non sono riuscito ad evitare il profondo coma post-lavorativo che mi ha lasciato tramortito sul divano e dal quale mi sono svegliato troppo tardi per riuscire a vedere l’esibizione della band portoghese. In studio mi son sembrati fondamentalmente validi, sebbene ogni tanto la noia attanagli l’ascoltatore, complice anche la voce un po’ troppo fadesca di Patricia Andrade, che a tratti riduce la loro proposta ad un lamento un po’ pesante. Peccato perché i riff e i rallentamenti cadenzati che a tutti noi piacciono ci sono eccome. Da rimandarsi a data futura, quindi. (Piero Tola)

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