Di noia e altre disgrazie: KATATONIA – The Fall Of Hearts

570160Partiamo da una convinzione che è in me assoluta: i Katatonia non tirano fuori un bel disco (dove con “bello” intendo dall’inizio alla fine) dal 2006, anno di uscita di The Great Cold Distance. Quell’album, oltre a essere uno dei migliori nel suo genere, è anche legato a un periodo particolare della mia vita, e in quanto tale lo conservo gelosamente come quei ricordi d’infanzia che a ripensarci mettono nostalgia. Il successivo Night Is The New Day aveva dalla sua una manciata di pezzi memorabili ma si perdeva in un clima di generale inconsistenza, mancava di coesione. Stesso discorso per Dead End Kings, qualche canzone notevole, il resto non ti rimaneva in testa per più di una decina di minuti. Dopo la parentesi “paraculo” del 2013 con Dethroned & Uncrowned, che altro non è se non il sopraccitato Dead End Kings riarrangiato in chiave acustica, gli svedesi tornano agli inediti con questo The Fall Of Hearts.

Ora io potrei benissimo chiudere qui la recensione con poche, concise righe, ma un implicito dovere di cronaca mi impone di spendere qualche parola in più, se non altro nella speranza che anche voi che leggete possiate provare ciò che ho provato io nell’ascoltare questo disco. Avete mai visto una mostra di oggetti del diciottesimo secolo? Nella mia città c’è un piccolo museo civico, pieno zeppo di roba risalente a quel periodo, recuperata da donazioni e lasciti di quella che, una volta, era la nobiltà. Tra tutti questi oggetti mi è capitato di vedere un piccolo contenitore, presumibilmente un portagioie. La fattura di questo contenitore era splendida: intarsi dorati, incisioni sopraffine ed una cura del dettaglio che rasentava la nevrosi. Ovviamente era aperto, per far ammirare agli avventori come anche l’interno fosse foderato in una seta pregiatissima di color cremisi, che solo a guardarla ti veniva voglia di accarezzarla, tanto pareva morbida. Cosa c’era in questo contenitore? Assolutamente nulla. Un tempo sicuramente veniva usato da qualche nobildonna per conservare i suoi gioielli, ma oggi non è nulla più di una scatola vuota; una bellissima scatola vuota.

Ecco, The Fall Of Hearts è questo: una splendida scatola curata in ogni particolare, una festa del senso estetico che non ha assolutamente niente da offrire. Un’ora e sette minuti di seghe sugli strumenti, cambi di tempo, accenti e chi più ne ha più ne metta. I Katatonia ci hanno voluto dimostrare di essere ottimi musicisti e ci sono riusciti (non che l’avessi mai messo in dubbio), peccato l’aver sacrificato “i pezzi” sull’altare della tecnica. Dov’è la malinconia? Dov’è il disagio? Dov’è la convinzione che se il presente è una merda il futuro può essere solo peggiore? La capacità della band svedese era quella di saper condensare in pochi minuti un universo di emozioni e sensazioni che a parole è praticamente impossibile esprimere. Io mi ci sono commosso con alcune loro canzoni, eccheccazzo… Cos’è ‘sta roba? Tracce da sette e passa minuti che non vanno a parare da nessuna parte, un mattone impossibile da digerire che richiede una capacità di concentrazione sovrumana per arrivare alla fine e lascia comunque la sensazione di aver sprecato tempo prezioso. Rimangono un bell’artwork, un disco suonato in modo eccellente, una registrazione ancora migliore ma niente di più. Una cazzo di scatola vuota.

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