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Post-poser: JUNIUS – Eternal Rituals for the Accretion of Light

4 maggio 2017

a1160145689_10Ascoltai i Junius per la prima volta a Milano, a una delle date che li vedeva in tour con Katatonia e Alcest e che li aveva portati anche a Ciampino. Personalmente trovo molto più smielati i francesi degli americani, soprattutto visti i recenti sviluppi discografici e le tematiche delle canzoni. Ma per il resto mi ricordo di avere avuto le stesse impressioni di trainspotting: resa live scadente e atteggiamento che mi fa tornare in mente il vecchio buon termine “poser”.

Ai tempi erano in giro per pubblicizzare il loro Reports from the Threshold of Death, che comprai a scatola mezza chiusa più che altro per la simpatia ispiratami dai componenti fuori dai Magayzzini generali – persino il timido Neige si fermò a fare foto, mentre i Katatonia snobbarono chiunque. Poi scoprii che quell’album era meglio dei precedenti, i quali tendevano ad un post-rock abbastanza standardizzato. In realtà non è che avesse nulla di particolare se non quattro o cinque canzoni che ascoltavo in loop quando lo mettevo in macchina. Di mezzo c’è stato un EP, Days of the Fallen Sun, più o meno sempre sullo stesso genere ma molto buono e ora, per fortuna, con Eternal Rituals for the Accretion of Light la solfa è cambiata.

La voce del cantante è meno monotona e talvolta è accompagnata da cori in uno scream/growl non troppo definito. Le partiture sono più tendenti al metal e in generale la proposta è meno rockeggiante. Ogni tanto gli partono comunque le tastierine “zuccherose” e cariotiche, ma il missaggio in generale dà un peso maggiore alla parte ritmica. Nonostante la prima parte dell’album sia anche quella più pesante, in Beyond the Pale Society trova spazio un ritornello più radiofonico ed epico allo stesso tempo. La seconda parte ritorna invece su lidi più cari ai vecchi dischi (che sono anche un po’ noiosi), fino all’ultima traccia. E qui non c’è niente da fare: io adoro quelle canzoni che, in chiusura, perpetuano all’infinito lo stesso riff in crescendo. Chiamatelo sadomasochismo ma – per quanto Cosmogenesis fosse un rimaneggiamento di stili arcinoti – anche Centric Flow degli Obscura mi aveva stregato, per esempio. E, ugualmente, la chiusura di Black Sarcophagus mi ha fatto dimenticare tutte quelle specie di semi-ballad indolenti che bisogna superare per arrivarci, manco fossero le fatiche di Ercole.

Non appena lessi la definizione di Angry Metal Guy (Junius = Neurosis + Tears for Fears) pensai che quella redazione si fosse fumata un po’ di skunk prima di scrivere la recensione. Ma ripensandoci può anche essere azzeccata. Non è poi così assurda. Se questa unione fosse stata portata avanti in maniera eguale lungo tutta la durata di Eternual Rituals for the Accretion of Light sarebbe stato meglio, ma, nel complesso, io mi ritengo soddisfatto.

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