Vai al contenuto

KATATONIA – City Burials

2 maggio 2020

Edoardo Giardina: Dopo The Fall of Hearts non mi aspettavo più niente dai Katatonia: negli ultimi anni mi hanno dato sempre di più l’impressione di essere un gruppo totalmente bollito. Solo che qua non funziona come col ragù napoletano che più cuoce e meglio è. In questo caso i Katatonia sono più l’equivalente di una bistecca alla fiorentina, che più cuoce e più diventa immangiabile – e tutti quelli che la rimandano indietro chiedendo che venga cotta un altro po’ meritano la gogna. L’ultimo decennio è stato anche caratterizzato da rimasterizzazioni, raccolte, live celebrativi, riedizioni, riarrangiamenti, versioni acustiche e tanti altri espedienti che mi avevano portato a pensare che gli svedesi non avessero proprio più nulla da dire. Quindi mi sono approcciato a quest’album assolutamente senza nessuna aspettativa, che forse è anche il modo migliore per approcciare la vita in generale.

L’unica cosa che ormai mi posso aspettare da Renkse e Nyström credo sia qualche bel singolo e City Burials non ha neanche quelli. Sì, Heart Set to Divide e Behind the Blood (che sono anche le due tracce d’apertura) sono delle canzoncine carine, ma allo stesso tempo sono abbastanza anonime e potevano benissimo stare su uno degli ultimi due/tre album dei Katatonia senza che nessuno lo notasse. Il resto scivola via senza che neanche te ne accorgi e quasi non fai caso al fatto che stai ascoltando un album, e men che meno che quell’album è loro. City Burials è inconcludente e forse è arrivato il momento di ammettere a noi stessi che i Katatonia hanno definitivamente perso il loro quid con The Great Cold Distance, che vanno avanti per inerzia almeno da Night is the New Day e che ora hanno smesso persino di darci quelle piccole gioie che ogni tanto riuscivano ancora a darci. Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. E quattro?

Luca Bonetta: Sì e no. Diciamo che il discorso sull’ultimo lavoro dei Katatonia si potrebbe pure chiudere così. Dopo la delusione di The Fall of Hearts non avevo una gran voglia di approfondire un nuovo lavoro a nome Renkse & co., complice il ricordo di quanto il sopraccitato album mi asciugò i coglioni all’epoca. Quel disco, ripensandoci ora a distanza di anni, mi fa proprio incazzare; i Katatonia, per quanto mi riguarda, avevano trovato da The Great Cold Distance in poi la loro dimensione ideale, e a me sarebbe andata benissimo se avessero continuato così.

Ho apprezzato in una certa misura anche i lavori più recenti proprio perché consistevano in una continuazione del discorso di TGCD, seppur senza mai raggiungere le vette di quell’album. Poi arriva The Fall of Hearts e tutto finisce giù per lo sciacquone: tecnicismi infilati dentro a forza come a voler complicare inutilmente il messaggio di fondo della band, che è sempre stato quello di farti stare sostanzialmente male, esorcizzando così le rotture di coglioni della vita (almeno per me è sempre stato così). Ricordo ancora quanta fatica feci per metabolizzare quel disco al fine di scriverne qualcosa e, pur avendolo ascoltato diverse volte, ora non riesco a ricordarne una sola nota.

Ecco perché, quando venne annunciato questo City Burials, la mia reazione fu appena sopra l’indifferenza, del tipo che mi promisi di ascoltarlo solo se non avessi avuto altro di meglio per le mani in quel momento. Però sarò anche stronzo, ma ho i miei principi morali, e, in virtù di tutto quello che gli svedesi hanno significato per me negli anni, ho deciso comunque di dare a questo disco una possibilità. Ho fatto bene? Sì e no, per l’appunto.

La piega eccessivamente cervellotica che aveva portato i Nostri a complicare le composizioni su TFOH è stata lievemente stemperata, e adesso si riesce nuovamente ad intravedere il nucleo del suono dei Katatonia, caratterizzato da atmosfere plumbee e da quella malinconica dolcezza che mi fece innamorare di loro ormai molti anni fa. Pezzi come Vanishers ne sono un esempio perfetto. Le virate più propriamente metal sono a volte azzeccatissime (Fighters) mentre altre volte tendono a sconfinare in territori che ricordano quasi il rock radiofonico alla Virgin Radio (Behind The Blood). In sostanza, per quanto mi riguarda, è un disco riuscito a tre quarti, che necessita ancora di qualche limatura per poterci permettere di tirare un sospiro di sollievo e riaccogliere i Katatonia tra i nostri ascolti fissi in quei momenti in cui la vita ci prende a calci in faccia. Io li aspetto al varco.

4 commenti leave one →
  1. Bonzo79 permalink
    2 maggio 2020 09:26

    Una bellissima scatola vuota. Ecco cosa sono diventati i Katatonia.

    "Mi piace"

  2. vito permalink
    2 maggio 2020 09:34

    No problem, se nelle mie playlist ci stanno i Sentenced possono starci pure i Katatonia non mi danno nessun fastidio.

    Piace a 1 persona

  3. Fanta permalink
    2 maggio 2020 11:17

    Meglio del precedente ma con l’annoso problema dell’esclusiva di Renkse sulla composizione. Oramai è il suo progetto solista. In tal senso mi chiedo il perché dell’abdicazione di Nystrom.

    "Mi piace"

  4. Bacc0 permalink
    2 maggio 2020 17:43

    Io con i katatonia ho chiuso dopo viva emptiness, già il successivo mi lasciò indifferente e poi, per quel che mi riguarda, sono diventati una cosa incomprensibile.

    "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: