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Avere vent’anni: LACUNA COIL – In a Reverie

28 febbraio 2019

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Non è mai facile parlare dei Lacuna Coil, perché purtroppo implica affrontare la solita questione di sempre. La sento dai giorni in cui lentamente stavano diventando famosi, ed è naturale sentirla oggi, dopo il pezzo con Franco Battiato, The Voice e l’arcinota storia tra Cristina Scabbia e Jim Root degli Slipknot. I Lacuna Coil sono un pezzo da novanta e, piaccia o no, per diventare tali hanno dovuto sacrificare tutte le caratteristiche che resero ottimo il loro album di debutto In a Reverie e il materiale immediatamente successivo. Altrimenti sarebbero stati, o meglio rimasti, un buonissimo gruppo iscritto al filone del gothic metal, che in quegli anni andava e pure parecchio. Ciò che li ha portati ad essere associati perfino agli Evanescence, il che non è né corretto né un complimento, è qualcosa che non mi interessa e che pertanto non approfondirò.

La questione che ritorna, come il nominare il mostro allo specchio nei film, però, due righe in apertura le merita eccome. Nel caso dei Lacuna Coil è opinione comune che si debba ringraziare chi ha portato il nome del metal italiano fuori dai confini, ancor più dei Rhapsody e di chiunque altro. Il concetto, per quanto il gruppo incida con l’estera Century Media da sempre, ha certamente quel suo fondo di verità ma non mi trova del tutto d’accordo. Ringrazierò certamente il gruppo che ha prodotto musica affine ai miei gusti e giudizi, e lo farò con chi ha influenzato le sonorità degli anni a venire, perciò due come Death SS e Necrodeath possono certamente aver detto la propria in merito. Ma i Lacuna Coil avevano un potenziale della madonna, e, pur essendo contento per loro se hanno raggiunto il successo e avvicinato al metal centinaia di ragazzini, quel potenziale hanno dovuto azzerarlo, perché altrimenti non sarebbero esplosi in egual misura. E quell’azzeramento non va incontro ai miei gusti e giudizi, oltre a mostrarmi la loro musica letteralmente influenzata da ciò che accadeva e usciva ai piani alti, negli anni di ComaliesKarmacode. Per quanto i Lacuna Coil non siano diventati gli Evanescence, è naturale che il successo di Fallen li abbia portati, insieme ad altri innumerevoli fattori, fino ai suoni di Karmacode e degli album successivi che ammetto di non avere mai ascoltato per intero.

I Lacuna Coil sono un nome che ad un certo punto della mia vita ho mollato, per il semplice fatto che non mi interessavano più. Sono sempre stato felice della loro esplosione, ma non li ringrazio se hanno limitato al solo In a Reverie quello che tracciò – EP precedente incluso – i principali segni distintivi del gruppo. Come vi sarà ben noto, il loro modo di suonare sarebbe stato ripulito già a partire da Unleashed Memories, per poi finire incontro alla plastificazione totale di Shallow Life e simili. Nel 1999 non c’era niente di tutto questo: le chitarre erano pazzesche, Cristiano Migliore apriva l’album con uno di quei giri di chitarra alla Gregory Mackintosh summa di quel death/doom che, abbinato a voci femminili, diede luogo a una grossa frangia del cosiddetto gothic metal. La Scabbia venne subito perculata da una significativa minoranza, e paragonata alla Anneke Van Giersbergen di Mandylion per la sua potenza vocale. A dire il vero ho sempre preferito la olandese, ma erano proprio diverse.

Altri paragoni assurdi furono con Kari Rueslatten dei The 3rd And The Mortal, presumo ad opera di ubriachi, poiché quest’ultima aveva un’impostazione decisamente da soprano. La realtà è che Cristina Scabbia era dotata di una forte personalità, nonché di buona tecnica esecutiva, il che spazzò rapidamente via Andrea Ferro al quale, in origine, avrebbe dovuto fare da controcanto. Il concetto che non passò in futuro è che, all’epoca di In a Reverie, i Lacuna Coil erano una band: Marco Coti Zelati alla scrittura, coadiuvato da un buon chitarrista e da un batterista – Cristiano Mozzati – abilissimo nell’uso dei piatti e dei filler, e di cui in futuro nessuno si sarebbe più accorto. Gradualmente e negli anni seguenti, avrebbero preso le sembianze di una sorta di duetto tra Andrea Ferro e Cristina Scabbia, con un tizio al basso che si occupava della stesura. Fu questo ad annientarli nel mio personalissimo indice di gradimento, e non l’importanza sempre maggiore dei ritornelli, e di un sound patinato e che risultasse attuale ad ogni appuntamento.

Ascoltate Stately Lover ed il basso che prende campo in Veins Of Glass, rivelando così i suoi ottimi arrangiamenti. Ascoltate la più radiofonica Cold in coppia con Honeymoon Suite, le uniche forse private dal carattere fortemente oscuro di In a Reverie. Godetevi infine il pezzo che ne fu la parziale title-track, le sue pennate ai limiti del doom metal e l’ottima interpretazione attuata da Cristina. Se siete appassionati del gothic metal di quegli anni, difficilmente non amerete un album come questo. Al contrario, se vi eravate persi la sua uscita, ed essendo a conoscenza dei Lacuna Coil di Heaven’s a Lie e delle hit più recenti, non c’è alcuna possibilità che vi possiate immaginare una perla del genere, nascosta sul fondo delle loro pubblicazioni. (Marco Belardi)

2 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    28 febbraio 2019 10:37

    Sposo in pieno le tue parole. Da parte mia posseggo solo l’EP, ma all’epoca mi passarono questo ed il successivo. Onestamente, rimango legato molto più all’EP, magari ancora acerbo, ma era più nelle mie corde ed è quello che mi ricordo di più. Poi indifferenza totale, e pieno consenso alle tue parole.

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  2. Polpo permalink
    1 marzo 2019 20:00

    A quest’ album devo tutto. Se loro li ho conosciuti grazie al video di Heaven’s a lie su MTV, il fatto che mi sia appassionato al metal lo devo a In a reverie, comprato in un Ipercoop nel lontano 2004. Reverie, Falling again, Stately lover e Circle, tanto per citare le mie preferite, continuano a commuovermi come la prima volta. Peccato solo per To myself I turned, totalmente avulsa dal contesto (e infatti non l’hanno nemmeno scritta loro). Per il resto, sono finiti con il buon Comalies.

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