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DEATH SS – Rock’n’Roll Armageddon

10 settembre 2018

Circa tre anni fa ho incontrato Steve Sylvester in un supermercato, e ricordo di averci fatto una breve ma piacevole chiacchierata che andava a parare più dalle parti del cinema horror che della musica che egli suona. Le cause furono due: avevo da poco visto il goduriosissimo Eaters con Alex Lucchesi, e mi ero completamente perso per strada Resurrection.

Sebbene i Death SS siano una delle band che mi hanno avvicinato all’heavy metal a metà anni Novanta, e sebbene li reputi un nome assolutamente all’avanguardia per il metodo teatrale e figurativo con cui ci presentano la loro musica, c’è stato un breve ma significativo periodo in cui decisi di prendermi una pausa dalle loro composizioni perché ritenevo non stessero andando nel senso giusto. Il motivo era l’evoluzione del loro stile, inarrestabile fino al non del tutto riuscito Humanomalies – momento fino al quale ogni nuovo album quasi cancellava tutto ciò che era compreso nei precedenti – e rimasta un po’ impantanata nel successivo The Seventh Seal. Quello che temevo da un pezzo era esattamente davanti ai miei occhi, un gruppo che aveva trovato la summa del proprio sound e che l’aveva suddivisa equamente fra reminiscenze gothic metal, un’anima hard rock riconducibile alle cose più anthemiche degli anni Ottanta, e risvolti più moderni che indubbiamente provenivano dal più recente passato. Il disco non era per niente male, ma subiva sicuramente un calo nei punti di interesse subito dopo le prime tracce. 

Non volendo rovinare il ricordo personale di chi avevo ammirato dal vivo qualcosa come sei volte, e di chi reputo tuttora il migliore act italiano a braccetto con i Necrodeath, decisi di prendermi una pausa. Fu subito dopo l’incontro più che casuale con il loro leader che recuperai immediatamente Resurrection, più che altro per semplice curiosità, constatandone la forza di almeno metà brani che ancora mi girano nella testa. Le prime cinque erano di un valore totale, seguite a breve distanza dalla mia preferita, posta a metà del giro e intitolata Ogre’s Lullaby. Che era fatta di doom metal, voci distorte e toni ossessivi così come volevo e pretendevo gli ex-pesaresi in maniera direi insperata. Il difetto o caratteristica peculiare dei Death SS odierni è la pressoché totale eterogeneità dei brani, costantemente a cavallo fra le tipologie che ho elencato poco sopra: e la cosa va avanti anche in Rock And Roll Armageddon, che è comunque l’album più solido firmato da Steve Sylvester dopo il 2000, merito soprattutto di una line-up che non presenta falle, e che ha sicuramente superato il faticoso periodo di rodaggio iniziale. Se negli anni della costanza con Emil Bandera alla chitarra il gruppo era strumentalmente sorretto soprattutto da un fenomeno come Oleg Smirnoff, oggi troviamo ad ogni posto degli interpreti adeguati ed ai quali il cantante ha lasciato sufficiente spazio per esprimersi, in primis un bassista finalmente all’altezza come Glenn Strange. E’ una tendenza maturata a partire dagli anni novanta di mezzo, e che oggi giunge finalmente a conclusione, quella di Steve Sylvester di farsi affiancare a livello di espressione artistica senza tenere nessuno nelle retrovie. Così, non è raro in Rock ‘n’ Roll Armageddon – un album tutto sommato di semplice lettura e molto immediato – intercettare arrangiamenti dal vago retrogusto prog metal, sintesi dell’esperienza di alcuni membri della band con i Secret Sphere e del bagaglio tecnico di un artista come Freddy Delirio.

 

Lo svolgimento del nuovo album dei Death SS ha il solito andamento di Resurrection, in cui uno stile lascia il testimone a quelli che lo seguiranno fino alla conclusione della tracklist: è decisamente oscuro solo in partenza con Black Soul, forse il momento in cui rivedo maggiormente i Death SS che più vanno incontro alle mie esigenze; ed è sicuramente l’unico in cui si rispecchiano la storia e il sentore di titoli solo musicalmente opposti come Black MassDo What Thou Wilt, che sono anche i miei prediletti. Poi è anthemico ed esuberante nella title-track –  già pronta per il palcoscenico – ed in Creature Of The Night, momento che trasuda anni Ottanta nelle linee vocali sussurrate, nella linearità della batteria, ed in tutto quanto il resto. Incluso il dualismo con le voci femminili. Il tanto chiacchierato richiamare Heavy Demons, esclusa l’ottima copertina è un qualcosa che non ho sinceramente percepito, neanche in minor misura: quello del 1991 era un frammento di heavy/power che in nessun album italiano o estero ho individuato nuovamente. Suonava solo come Heavy Demons faceva, e così sarebbe stato per ogni altro album dei Death SS fino a Panic: personalità pura la loro, motivo per cui Rock And Roll Armageddon è e sarà solo se stesso, impreziosito semmai da una sezione solista a cui la presenza ripetuta di Al Priest non fa altro che aggiungere qualcosa. Ma senza farlo minimamente assomigliare al disco di Family VaultInquisitor, sia chiaro.

Troviamo semmai le atmosfere di Lady Of BabylonVenus Glyph trasposte nell’inedita Madness Of Love, e il giochino funziona pure; così come Hellish KnightForever sono due brani dal flavour decisamente classico ed in cui i Death SS centrano pienamente l’obiettivo. Slaughterhouse è la mia preferita insieme all’opener, così diretta e dinamica mi ha ricordato non so perché l’atmosfera che si respirava in certi brani veloci del primo periodo, come Cursed Mama. Ottima, punto. Il rovescio della medaglia sono semmai alcuni episodi centrali, che posti nelle medesime posizioni delle portate meno ghiotte di Resurrection tolgono un po’ dal valore finale della composizione: Promised Land richiama molto da vicino Rob Zombie e Marilyn Manson ed è una voce che risulta un po’ fuori dal coro, bissata a ruota solo dall’ incidere industrial di Zombie Massacre. Inoltre, le atmosfere ai limiti del contesto western di Your Life Is Now e The Glory of The Hawk spostano il tiro da tutt’altra parte ed è lì che il gioco non sembra funzionare al meglio. Sono comunque cazzate, perché Rock ‘n’ Roll Armageddon è il secondo centro consecutivo messo a segno da un gruppo che – in seguito ad un lieve calo di ispirazione durato qualche annetto – è tornato a produrre ottime cose forte di una line-up finalmente messa a punto, e che spero non subisca grossolane variazioni a meno che non sia la musica dei Death SS a renderlo necessario. Sicuramente più coeso e di personalità rispetto ad Resurrection, il quale conteneva pezzi scritti in un lasso di tempo troppo elevato perché non si riscontrasse questa sensazione, adesso solo il tempo dirà se a livello di qualità l’esuberante Rock ‘n’ Roll Armageddon sia in grado di batterlo anche sul piano della qualità. Al momento, posso dire di preferigli – anche se di poco – il suo sorprendente predecessore. (Marco Belardi)

 

3 commenti leave one →
  1. un max diverso permalink
    11 settembre 2018 08:38

    colgo l’occasione per uscire dall’ombra visto che adoro i Death SS fino a Do What Thou Wilt e da Steve ci vado spesso per mangiare e scambiare 2 chiacchiere, inoltre essendo stato anche io bassista nei Sickening come te (ebbene si, sono un tuo successore!) mi sento in “diritto” di contestare una cosa del tuo articolo: la formazione attuale.

    escluso Freddy (e Steve ovviamente) reputo il resto del gruppo decisamente sottotono, chitarra e batteria in primis.

    non li vedo dal vivo da anni ma i videi li ho visti e sentire le versioni spompate e rallentate di vecchi classici avendo il ricordo di come le suonava Ross Lukater è terribile. inoltre trovo le parti soliste e ritmiche di Al De Noble a dir poco scolastiche, da compitino appena sufficente.
    nei Death SS ci sono passati un sacco di chitarristi e tutti sono stati in grado di lasciare un segno indelebile con il loro stile, tranne De Noble.
    se invece che fargli fare l’ospite si fosse ripreso in pianta stabile Al Priest (e pure Ross) il gruppo sarebbe di tutt’altro spessore.

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    • Marco Belardi permalink
      11 settembre 2018 10:15

      Io questa sensazione l’avevo con la formazione con Sose, avevano un tastierista e stop. Ora mi piacciono, vorrei solo ridessero importanza a quelle parti che ti fanno assaggiare in ogni album, tipo ogre’s lullaby e black soul, e poi abbandonano. Fanno troppe cose diverse insieme, per il resto non mi posso lamentare affatto degli ultimi due dischi… a mangiare da steve prima o poi voglio passarci!

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