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“Tuonela”, la fine dei giochi per gli AMORPHIS

28 marzo 2019

Come dico sempre ai miei amici e a tutti coloro che subiscono periodicamente le mie filippiche sull’argomento: c’è stato un preciso periodo storico in cui gli Amorphis sono stati un gruppo enorme, gigantesco, uno dei migliori in circolazione in assoluto. Mi riferisco precisamente a quel lustro che va dal 1994 al 1999, anno, quest’ultimo, della fine del metal per come eravamo abituati a considerarlo e ad esperirlo fino a quel momento. La devastante (non mi viene a mente una parola più azzeccata di questa) parabola dei finlandesi che inizia con Tales from the Thousand Lakes e finisce qui, con Tuonela, ha dell’incredibile.

Fatemi un favore personale e andatevi a recuperare lo specialone in due parti (1 & 2) che scrissi anni fa, nonché il pezzo per i vent’anni di Elegy in cui magnificavo quel disco come il migliore mai prodotto dalla band di Helsinki. Fatto? Bene. Partendo da queste considerazioni è anche inevitabile considerare la fase di Tuonela e quella successiva come una fase calante, decadente o come vi pare, comunque una fase “meno”. I picchi di creatività (Elegy) e di pura poesia (Tales), raggiunti dai due dischi precedenti il qui presente, erano talmente inarrivabili da non potermi far dire diversamente, oggettivamente. Il mio punto di vista è, sia ben chiaro, quello di uno che si è formato precisamente in quel lustro, breve lasso di tempo in cui è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto nel metal, in cui tutte le terre musicali sconosciute sono state esplorate e in cui il genio di molti (moltissimi, ripercorrete le puntate di Avere vent’anni per una eventuale conferma di quello che dico) si è espresso come non riuscirà più ad esprimersi in seguito (e qui siamo, per inciso, verso la fine dei giochi, cioè stiamo rapidamente arrivando al momento in cui scrivere questa rubrica non sarà più né divertente, né utile).

Penso anche sia normale che per chi ha scoperto e si è approcciato al metal nei mefitici anni zero e che, magari, ha ricevuto il proprio battesimo del fuoco con gli Holopainen e i Koivusaari di, che so, Silent Waters e Skyforger e che, magari, ancora, considera questi due come dischi fondamentali per la propria crescita cultural-musicale, e che, per meri motivi anagrafici, non sa manco chi siano Mårtenson e Koskinen, dicevo, è anche normale che per queste persone un album come Tuonela possa suonare come un disco pressoché incomprensibile o, ancora peggio, come una parentesi poco a fuoco, un divertissment orientaleggiante e progressive di una band che stava attraversando una fase di stordimento compositivo, prima di tornare su ben più facili, familiari, rassicuranti e piatte sonorità, quelle odierne. E invece, cari amici, fidatevi di me, non è così. Tuonela sarà anche meno bello dei precedenti ma deve essere chiaro che qui (senza che i professori dell’arte si offendano) è più o meno come se stessimo dicendo che Le Tre Grazie di Canova è meno bello di Amore e Psiche che si abbracciano.

Tuonela è fondamentalmente un disco rock e non metal, come lo sarà pure Am Universum, ma è soprattutto il punto di arrivo di una lunga sperimentazione e di una costante maturazione, che però conserva ancora uno spirito puro e intatto (i riferimenti al folklore finnico), una sensibilità che si manifesta non solo nelle note ma anche nei testi (Il dolore è il mio pane e lacrime bevo come vino, oblio la mia felicità, terra sotto i denti del tempo, inizia così la traccia dedicata al Regno dei Morti, oppure, Bagnato nella ruggine della luna è la ninna nanna dei letti di morte, cantata così dolcemente con le stelle riflesse nei suoi occhi, quello di Rusty Moon), ed una generale malinconia di fondo che dà al disco un respiro ampio e profondo e che lo pone solidamente in terra come ultima grande pietra miliare dei finlandesi. (Charles)

6 commenti leave one →
  1. Bacc0 permalink
    28 marzo 2019 16:12

    Concordo sul fatto che il 1999 sia l’ultimo anno davvero memorabile in campo metal, passato il millennio una rubrica come questa non ha più senso. Per quanto mi riguarda il confine ultimo fu Host dei Paradise Lost, di cui leggeremo a giugno se non sbaglio.. Gli anni a venire saranno solo manierismo e masturbazione, salvo rari casi.

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  2. Elfo Cattivone permalink
    28 marzo 2019 16:46

    Qui si è chiuso il cerchio.

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  3. saturnalialuna permalink
    29 marzo 2019 00:04

    Che album!
    Ma vi ricordate tutta quella serie di album dal tono decadente che uscirono nel 1998 e 1999? C’è stata una serie di uscite imprevedibili come questa o come Endorama dei Kreator, puramente ispirate dall’imminente fine del Millennio. Ogni intervista e ogni album erano conditi da una sorta di irrazionale ( allora lo percepivo così, ma forse ero solo troppo giovane) senso di cambiamento, sfumature sottili di sound che miravano ad un punto di svolta. Forse, oggi, non è percepibile quel clima, ma l’ondata data dal terrore archetipico della fine di un’era era tangibile in ogni uscita discografica di un certo spessore.

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  4. Fredrik DZ0 permalink
    29 marzo 2019 00:10

    concordo con il 1999 come anno chiave, almeno per alcuni di noi. Di questa tornata della rubrica ho commentato ben poco, proprio per lo scarso interesse. qualche esempio:
    gamma ray: ha detto tutto carrozzi.
    dimmu borgir: l’inizio della merda
    thyrfing: caruccio ma niente di più.
    salvo solo i the crown.
    stessa cosa anche qui, poco entusiasmo ora come all’epoca. per fortuna ci si può fomentare con le nuove leve, ho in cuffia gli Haunt, ed è subito 1981.

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  5. gigio permalink
    29 marzo 2019 08:57

    Ma cosa è successo alla home page?
    Ha perso tutta la formattazione.

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