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Avere vent’anni: AMORPHIS – Tuonela

28 marzo 2019

Gli Amorphis sono stati per lungo tempo un gruppo geniale. Io li avevo conosciuti con quella meraviglia di Tales From The Thousand Lakes e da lì li ho sempre seguiti con interesse in tutte le loro continue trasformazioni, fino all’entrata del gruppo di Tomi Joutsen. A partire da quel momento, purtroppo,  e non certo per colpa di Joutsen, il gruppo di Helsinki ha subito un processo di “normalizzazione” che dura fino adesso, con una serie di lavori ultramelodici, belli mainstream e perfettini, che sul sottoscritto però hanno lasciato poco o nulla, tanto che dopo l’ottimo Silent Waters li ho praticamente abbandonati.

Tuonela (il regno dei morti nel poema epico del Kalevala) da questo punto di vista rappresenta un vero e proprio punto di svolta: mi ricordo, ai tempi della sua uscita, come lasciò spiazzati i fan della prima ora per via di un suono completamente rivoluzionato (ricordo bene le foto promozionali dell’epoca con le magliette dei Pink Floyd e i pantaloni a zampa di elefante). Non so se in questo caso sia corretto anche parlare di metal, ma nonostante questo si sente comunque che è un disco degli Amorphis, un gruppo che ai tempi faceva della sperimentazione una propria ragione di vita.

Dal punto di visto musicale, come dicevo, il suono si è parecchio ammorbidito, le chitarre si sono fatte più liquide e spuntano organi Hammond dappertutto, ma quella malinconia di fondo e quell’approccio folk-orientaleggiante che caratterizzava gli Amorphis degli inizi è sempre ben presente, come è presente la magnifica voce di Pasi Koskinen, qui scevra da qualsiasi tipo di growl (se escludiamo Greed), una perdita secondo me gravissima per il gruppo.

I brani, manco a dirlo, sono uno più bello dell’altro; le capacità di songwriting del chitarrista Esa Holopainen, da sempre la mente degli Amorphis, anche questa volta non vengono minimamente messe in discussione, e danno vita e vere e proprio perle come l’opener The Way (uno dei ritornelli più belli che abbia mai ascoltato), Divinity, la cupa malinconia della titletrack, Rusty Moon (il brano più folk del lotto con tanto di flauti) e la conclusiva Summer’s End, uno di quei brani che si possono ascoltare all’infinito senza mai stancare. Un lavoro che all’inizio può lasciare interdetti per il drastico cambiamento di sonorità, ma che se ti entra dentro non ti lascia più. (Michele Romani)

5 commenti leave one →
  1. vito permalink
    28 marzo 2019 09:30

    Stessa cosa successa ai Sentenced con ottimi risultati.

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  2. Bacc0 permalink
    28 marzo 2019 10:43

    Album stratosferico che non mi sono mai stancato di ascoltare. Divinity è da urlo, ma qua non c’è una virgola fuori posto… Ma che roba usciva vent’anni fa?? Ahhh… La decadenza di questo squallido presente

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  3. El Baluba permalink
    28 marzo 2019 12:53

    io che ero pronto ad un elegy pt 2 all’epoca ne usci completamente spiazzato…poi a forza di ascolti iniziai ad amarlo…la canzone finale summer’s end è da lacrime

    Piace a 1 persona

  4. bonzo79 permalink
    28 marzo 2019 17:23

    the only thing that remains is decay.

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  5. 29 marzo 2019 07:57

    A me piacque poco, fatta eccezione per l’eccelsa “summer’s end” e per pochi altri sussulti mi lasciò abbastanza indifferente come un po’ tutta la produzione successiva, magari è ora che lo ascolti di nuovo.

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