FINNTROLL – Vredesvävd

Ascoltare il nuovo Finntroll mi dà sempre quella sensazione di essere ritornato a casa. Del tipo: torni di fretta dopo il grigiore e le fatiche quotidiane con l’intento di trovare un po’ di riposo e magari una birretta fresca, ti aspetti di trovare tutto al suo posto o quantomeno dove lo avevi lasciato (quindi normalmente tutto buttato alla cazzo), ma, dimentico di avere invitato una masnada di amici, li trovi già tutti dentro casa che ballano e bevono sui tavoli, facendo tremare le mura con girotondi e aggraziati balzelli mentre le gonfie panze ballonzolano in controtempo. Con Vredesvävd le cose restano più o meno sempre uguali, ma con una piccola differenza: sono dimagriti tutti e si sono dimenticati le trombette a casa loro.

Non mi viene in mente altra immagine per descrivere il suono di questo nuovo disco, che è anche la maggiore delle differenze che balza subito all’orecchio se si fa il raffronto con i vecchi lavori. È sempre il solito vivace tripudio di melodie e cori a festa sparati a mille, per carità, nel quale però il groove assume una nuova dimensione a discapito di quella sensazione esasperata di humppa, ora non più danzata da flatulenti pachidermi bensì da creature notturne più piccole ma ugualmente fetide. È tutto più scarno e “semplice”, per quanto si possano usare questi termini con i Finntroll, e mi verrebbe anche da dire più veloce. Hanno brutalmente zappato via tutti i suonini di palude, foglie, gracidii e puttanate varie, ma allo stesso tempo si dà molta più rilevanza ai pianoforti elettrici, come al solito senza scadere nelle becere orchestrazioni che fanno minchia-pa-pa. Di fatto l’unica orchestrazione un po’ più complessa è l’intro, dal classico piglio da colonna sonora, che mi ricorda vagamente la Sheherazade Korsakov nella parte centrale, non so perché.

Gli strumenti strani con friniti, barriti e similari erano diventati sempre più invadenti nel corso degli anni; io non l’ho mai visto come un problema perché mi ha sempre divertito, però è chiaro che forzare ulteriormente la mano avrebbe probabilmente portato a rompere il giocattolo, mentre rimanere sulle vecchie linee avrebbe semplicemente stufato. Il disco è comunque pervaso da una sottile atmosfera fiabesca, forse un po’ meno caricaturale rispetto al solito, anzi con qualche concessione a toni un po’ più seri e drammatici. Il tutto, come al solito, funziona alla grande, i trentotto minuti volano senza che ce ne si renda nemmeno conto e, volendo, vanno bene pure come sottofondo. Non penso di avere dei pezzi favoriti, attualmente potrei segnalare Ormfolk, già in giro da un po’, o Grenars Väg o ancora Vid Häxans Härd, ma sono sicuro che non sbaglierete nell’ascoltare il disco nella sua interezza.

Alla fine la sensazione è quella di esser tornati un po’ indietro negli anni, tanto che in casa mia si è aperto un lungo dibattito con ascolto comparato e retrospettiva annessa per stabilire se tutta l’operazione fosse più un ritorno a Jaktens Tid o a Nattfodd. Io mi sono schierato per quest’ultimo, anche se ad oggi non sono più tanto sicuro. Probabilmente la verità sta nel mezzo, ma soprattutto la curiosità vera è su come i nuovi pezzi renderanno dal vivo. Con Blodsvept era chiaro fin da subito che sarebbe stato un macello, qui la situazione è un po’ più complessa e delicata per via delle parti più atmosferiche e fiabesche, per cui restiamo in attesa ma con ottimismo. La vera verità è che ci mancano tantissimo i concerti, le sagre e le feste della birra in aperta campagna, cosa che questi finlandesi che cantano in svedese non mancano mai di riportarci alla mente. Attendiamo dunque di rivederci lì, dove i gracidii non sono registrati, il puzzo e l’umido sono un problema concreto e l’euforia non manca. (Maurizio Diaz)

 

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