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Avere vent’anni: DREAM THEATER – Scenes from a Memory

23 ottobre 2019

Dream Theater Metropolis part 2 Scenes from a memory

Ovvero Metropolis Pt. 2, se vogliamo metterlo per esteso. All’epoca uscivo con una compagnia strapiena di fulminati terminali per i Dream Theater, quel tipo di persone che fino a Train of Thought non ammettevano critica alcuna nei riguardi del gruppo di New York, e che in seguito si sarebbero ritirate a vivere in qualche caverna o grotta ad almeno cento miglia dal più vicino centro abitato. I Dream Theater non godevano affatto di reputazione crescente quando incisero quest’album, ma non dipendeva ancora dalla reiterazione che li avrebbe portati, più avanti, all’appesantire gradualmente il suono o ad altre trovate tipiche di chi non sa più quali pesci prendere. C’era da risolvere a piccoli passi la questione James LaBrie, il quale si era triturato la voce in vacanza qualche anno prima, infilandoci di seguito una tournèe suicida sconsigliatagli da una settantina di medici; inoltre si avvertiva il peso degli strascichi legati alle vicissitudini discografiche riguardanti Falling into Infinity. E poi l’inserimento di Derek Sherinian era durato quanto durerebbe Andrea Diprè da sobrio, insomma, non esattamente un bel quadretto. A quel punto potevamo soltanto sperare in un qualcosa che riprendesse il discorso da dove lo aveva lasciato l’EP A Change Of Seasons, nel periodo in cui i sostenitori dei Dream Theater ancora presidiavano i ponti più trafficati delle metropoli europee e statunitensi, facendo l’elicottero con l’uccello a chiunque passasse da lì.

Funzionò. E nel funzionare si accennò a quella che sarebbe stata la loro futura gabbia, altro che The Glass Prison, la solita che li avrebbe spediti dritti al manicomio: Myung, LaBrie con la voce completamente recuperata ma non più esuberante come un tempo, Petrucci, Portnoy, e il quinto elemento. Proprio lui, Jordan Rudess, un elemento davvero assurdo ma che all’epoca comunque apprezzai.

“Chi fa la faccia più da pornoattore paga la cena!” “Mike?”

I Dream Theater individuarono due cose: la prima fu un marchio di fabbrica del suono di batteria che sarebbe rimasto più o meno immutato negli anni seguenti (in linea di massima il modo di produrre gli album spostò piccole caratteristiche per circa un lustro, pur senza andare a rivoluzionare niente di niente). Riguardo al comparto sonoro avevano finalmente messo a posto ogni cosa, e poterono andarne fieri. La seconda era una questione tutta di stile. Scenes from a Memory conteneva idee già elaborate durante la precedente sessione, che però vennero tenute in disparte perché, guarda caso, la casa discografica gli aveva rotto il cazzo riguardo la pubblicazione di un album troppo lungo. Io li capisco. Spesso scrivo recensioni di cinquantamila caratteri che partono dalla realizzazione di un francobollo celebrativo del 1952, e poi arriva il Bargone e me lo fa notare: Strange Deja Vu. Sebbene l’esaltazione del radiofonico come Credo assoluto non avrebbe trovato spazio in Scenes from a Memory come accadde due anni prima, Scenes from a Memory fu come il punto di partenza per i nuovi Dream Theater. L’album suonava relativamente delicato e lontano dalla spigolosità di una già storica The Mirror, e ogni suo successore fino a Systematic Chaos avrebbe aggiunto pesantezza e abbassato ulteriormente l’asticella della creatività fino a un punto di non ritorno ben noto, quello che probabilmente compromise la permanenza di Mike Portnoy all’interno della formazione.

Scenes From A Memory è un album bellissimo, da ascoltare d’un fiato come suggeriscono i collegamenti diretti tra un pezzo e gli altri del concept, comprese la conclusiva Finally Free e l’inizio della stessa The Glass Prison di tre anni meno anziana. È indubbiamente il mio preferito della band americana insieme a Images and Words ed Awake, ed esprimere una preferenza fra questi titoli mi risulta sinceramente molto difficile. Jordan Rudess, oltretutto, se la cavò benissimo e servì le canzoni come ritengo non abbia più fatto in seguito. È un tastierista molto adattabile, ma che soltanto nei primi anni ebbe la creatività e la fantasia necessarie a comporre quei passaggi di tastiera che rimarranno indelebili nella mente dell’ascoltatore. Caratteristica tipica di Kevin Moore, un po’ meno dell’estroverso e coraggioso Derek Sherinian, e molto poco appartenente a quest’ultimo. Che avrebbe svolto ogni compito benissimo, ma che appunto avrebbe più che altro svolto compiti. Proprio adesso sto riascoltando Beyond this Life, bella potente e diretta, che quando rallenta gioca con le solite quattro note con cui si apriva in velocità passando dalle parti del blues. In semplicità, così come con la suite Home, quell’anno i Dream Theater non sbagliarono assolutamente niente, qualunque cosa intendessero fare, perché agirono in piena libertà. (Marco Belardi)

6 commenti leave one →
  1. El Baluba permalink
    23 ottobre 2019 09:37

    potrei sbagliarmi…ma se non ricordo male, comprai questo cd in coppia con quello dei Control Denied da Disfunzioni Musicali. Non sono mai stato un grande fan dei DT, sebbene I&W e Awake li ho consumati alla morte, e non ricordo nemmeno bene del perchè di questo acquisto. Probabilmente fu il frutto delle pressioni che faceva un mio compare d’università dell’epoca che anch’egli un malato terminale dei DT e che aveva Petrucci come angelo custode. Comunque sia, il disco mi piacque un botto ed ancora adesso ogni tanto mi capita di rimetterlo. Brano preferito senza alcun dubbio Home.

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  2. blackinmind permalink
    23 ottobre 2019 16:39

    Per me, dopo “Scenes” il nulla. E fino a quel punto sono stato uno dei fanatici terminali. Iscritto al fans club, concerti su concerti (ok,”Falling” non è granchè, ma almeno ci hanno deliziato in quel tour con l’anteprima di “A change of seasons” a Varese), ho pure il loro simbolo tatuato dopo l’uscita di “Images and words”.
    Ma da quando hanno cominciato ad appesantire il suono, per me sono finiti. Fanculo a Petrucci.

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  3. Lucio Santinelli permalink
    23 ottobre 2019 17:37

    “comprese la conclusiva Finally Free e l’inizio della stessa The Glass Prison di tre anni più anziana” Cosa intendi con di tre anni più anziana?

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    • Marco Belardi permalink
      23 ottobre 2019 17:54

      Errore mio, intendevo scrivere meno anziana, cioè che è su Six degrees e comincia dove finiva l’altro. Correggo ;)

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  4. 23 ottobre 2019 22:33

    Bene, vedo che con voialtri 4 gatti siamo tutti d’accordo che questo sia l’ultimo grande disco dei Dream Theater. Era il disco che ci voleva: in molti si erano ricreduti del gruppo dopo Falling, ma Scenes ritornò con i suoni del periodo aureo e diventò subito un capolavoro di metal e di prog, che si ascoltò e riascoltò tantissimo, per anni. Quello che è venuto dopo non è cattiva musica, ci mancherebbe, ma mai più così intensa e ispirata. Del resto, di dischi come questo ne escono pochi.

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  5. Vanni Fucci permalink
    26 ottobre 2019 10:33

    Comunque a me Rudess piace tanto anche su Six Degrees (Blind Faith su tutte), dopo è diventato spesso insopportabile, tranne quando si ricorda di suonare con gusto come nella nuova Barstool Warrior.

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