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Avere vent’anni: IRON SAVIOR – Unification

29 gennaio 2019

Se avete presente gli Iron Savior degli ultimi anni, e se certi dischi che hanno inciso vi sono piaciuti almeno in parte, è tutto merito di Unification, vero ed unico originale dal quale Piet Sielck ha tratto ispirazione, più o meno consapevolmente, per tutti i lavori successivi. Che poi uno stronzo qualsiasi che legge potrebbe pensare “Beh, ma alla fine è con Unification che hanno trovato il loro suono (lo stronzo dirà sicuramente “sound”), la loro dimensione, è naturale che gli Iron Savior dopotutto suonino come gli Iron Savior, come accidenti dovrebbero suonare altrimenti?!” e non sarebbe certo una considerazione peregrina, caro stronzo qualsiasi, se non fosse che non è così banale come potrebbe apparire.

Prendete per esempio i Gamma Ray di Kai Hansen (che peraltro suona e canta anche in Unification, come successe per il precedente Iron Savior): nel corso della carriera hanno cambiato rotta innumerevoli volte, pur rimanendo sempre riconoscibili, a prescindere dalla bontà della direzione musicale intrapresa o dalla riuscita del disco. Voglio dire, se ascoltate Land Of The Free e poi, boh?, Majestic, si sente che sono sempre loro e si sente che la testa del gruppo è sempre la stessa, ma si sente anche che i due album sono molto diversi, già da un primo ascolto superficiale. Questo perché va dato atto a Kai Hansen di aver avuto la volontà, almeno fino ad un certo punto, di non ripetersi o comunque di non farlo troppo o troppo smaccatamente. Ci sono altri, invece, che non si pongono proprio il problema, e che continuano imperterriti a proporre la stessa formula incuranti del passare del tempo, anche della creatività se vogliamo, gente che fa album a scadenza come se timbrasse il cartellino in fabbrica. Per rimanere in ambito power metal crucco potrei citare tranquillamente i Primal Fear, ma si potrebbero fare esempi un po’ ovunque, in qualsiasi ambito metal e non solo. 

Ecco, Piet Sielck e gli Iron Savior rientrano a pieno titolo nella categoria dei timbra-cartellino, quelli che tirano fuori un disco ogni due anni riciclando sempre le stesse idee, seguendo immancabilmente lo stesso canovaccio. Intendiamoci, io ‘sta gente per molti versi l’apprezzo pure, a modo loro sono persone artisticamente oneste e non si vendono per qualcosa che evidentemente non sono, però c’è un grave problema che inficia tutto: il fattore degradazione che, inevitabilmente, nella lunga distanza finisce per sputtanare anche il miglior gruppo di onestissimi timbra-cartellino. Vedete, amici stronzi, funziona esattamente come con la carta carbone, che magari molti di voi non avranno mai non dico usato, ma manco visto: hai un bellissimo originale ed usi la carta carbone per farne una copia che appendi in soggiorno, poi da quella copia ne fai un’altra che viene un poco più sbiadita che metti in camera, poi un’altra ancora più sbiadita che ficchi in uno sgabuzzino e poi alla fine finisce che non si legge più un cazzo dell’ultima e puoi giusto usarla come carta da culo. E quindi, per tornare agli Iron Savior, se l’ultimo Titancraft è da sgabuzzino, Unification di vent’anni fa è il bellissimo originale che ha dato vita alle copie-carbone che si sono poi susseguite nel corso degli ultimi vent’anni.

Perché questo è effettivamente il capolavoro degli Iron Savior, il disco nel quale si tolgono di dosso un po’ dell’eredità priestiana del primo album (evidente soprattutto nei pezzi più cadenzati) per abbracciare un po’ di più le sonorità di power metal tedesco veloce e melodico portate in dote da Kai Hansen, col risultato di aver dato alle stampe canzoni memorabili tipo Brothers, oppure Mind Over Matter, o Deadly Sleep (cantata da Kai Hansen e vagamente ispirata nelle strofe ad Aces High di sapetecertochi) o Starborn, ma sono solo i primi che mi vengono in mente: tutto il disco è una cannonata di pezzi uno migliore dell’altro, dall’iniziale Coming Home fino alla ballata conclusiva Forevermore, altro capolavoro cantato da un Kai Hansen in formissima. L’unico difetto di ‘sto disco è la copertina, disegnata probabilmente da Piet Sielck su un quaderno in terza superiore mentre fantasticava di navi stellari e atlantidei invece di seguire la lezione di chimica del crauto, ma dopotutto chisseneincula della copertina, no? Ecco. Se non lo avete già, recuperatelo prima di subito. (Cesare Carrozzi)

2 commenti leave one →
  1. weareblind permalink
    29 gennaio 2019 13:56

    Carrozzi uber alles. Concordo con ogni parola, il gorgo dei 20 anni è incredibile. Oh, ero nel salotto dei miei con la cuffia e mi godevo sto CD, e ora scrivo un commento 20 anni dopo al pc.

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  2. 29 gennaio 2019 22:25

    Tutto giustissimo, Carrozzi, sono anche pienamente d’accordo con “Mind over matter” come pezzo celebrativo. Io all’epoca interpretai questo disco come la definitiva ripresa di un certo modo di intendere il Metal. Gli anni Novanta erano finiti e ci stavamo proiettando nel Duemila, più energici e più veloci di prima.
    “In lakes of doubts and oceans of my questions I have to dive”.
    PS: ricordiamoci che l’ultima traccia era “Dragonslayer” degli Excelsis, altra scoperta epocale.

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