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Avere vent’anni: GAMMA RAY – Somewhere Out In Space

4 settembre 2017

La storia dei Gamma Ray fino a Somewhere Out In Space è stata, musicalmente parlando ma non solo, piuttosto travagliata: tra cambi di formazione e stilistici, Kai Hansen, fuoriuscito in malo modo dagli Helloween all’apice del successo, quei primi anni faticò parecchio a trovare una dimensione propria, un’identità univoca che lo connotasse nel panorama power europeo. La celebrità degli Helloween all’epoca era assoluta, mondiale: incarnavano (e in parte incarnano ancora, almeno per la formazione dei due Keepers) lo stereotipo più puro del power metal tedesco a base di doppia cassa, melodie da fischiettare in coda alle poste e cantante castrone dalla voce inarrivabile, e il tutto proprio grazie al contributo del nostro folletto crucco dal parrucchino variegato all’amarena per il cinquanta per cento, se non di più (al netto di Michael Weikath e vari ed eventuali) della formula che li portò a vendere un fantastilione di copie.

I primi tre album dei Gamma Ray, in questo senso, sono emblematici: il primo, Heading For Tomorrow, è una sorta di rilettura degli Helloween più semplice composta per la gran parte da pezzi che sarebbero dovuti comparire proprio nel seguito dei due Keepers e piuttosto rimaneggiati (messa così pare brutto ma è un buonissimo lavoro con qualche pezzo notevole). Poi c’è Sigh No More, il tentativo di Kai Hansen di innestare una quota rosa rock nel DNA dei Gamma Ray perché tanto lo fanno tutti il metal è morto adesso c’è il grunge ed è già tanto se non mi metto le camicie da boscaiolo del Montana anzi dai giusto un paio che pare che se te le metti scopi sicuro, e appresso Insanity And Genius, un lavoro che, pur certamente non perfetto, adoro perché realmente unico nel suo genere, un’anomalia nella discografia dei Gamma Ray, diversa da qualsiasi cosa venuta prima e dopo, un album originale, veloce e melodico, che si perde un po’ nella seconda parte ma che, comunque, resta riuscitissimo nel suo intero. 

Fare un seguito con la medesima carica innovativa sarebbe stato ben difficile, sicché il nostro, complici pure dei dissapori con Ralph Scheepers, più o meno consciamente decise che, per tagliare la testa al toro, era meglio tornare agli inizi della carriera, quando dietro il microfono c’era lui stesso e tutto era più semplice, più facile, e meglio ancora se a decidere tutto stavolta sarebbe stato solo e solamente lui. Quindi, dato alle stampe il meraviglioso Land Of The Free e licenziati due quarti della formazione, il nostro nanetto mise insieme il suo personalissimo dream team composto dal chitarrista più mansueto dell’universo, Henjo Richter, e da uno dei batteristi più dotati in circolazione, cioè Daniel Zimmermann che poi rimarrà nel gruppo fino al 2010, oltre al già fidato Dirk Schlachter al basso. Il risultato di quest’operazione, e di un generale stato di grazia di Kai Hansen che purtroppo non si ripeterà mai più, è Somewhere Out In Space, una sorta di Land Of The Free accelerato e dopato a tutti i livelli, che rispetto al lavoro precedente cede qualcosa in termini di epicità guadagnandone in compattezza e omogeneità dei pezzi, tutti piccoli capolavori power metal con l’eccezione di Pray, ballata della merda cioccolatosa ed inascoltabile. Caratteristica, quella di avere una ballata di merda, che diverrà purtroppo una costante negli album dei Gamma Ray a venire.

Somewhere Out In Space, senza scendere nel dettaglio dei singoli pezzi che non me ne tiene, musicalmente definisce Kai Hansen più di Land Of The Free e più di qualsiasi altra cosa Kai Hansen abbia mai composto, prima o dopo. E’ l’album della maturità, della completezza, il suo momento migliore, il resto della carriera sarà più o meno un tentativo di riproporlo a vari livelli ma senza mai sfiorare, neanche lontanamente, lo spessore dell’originale. In ogni caso, vederlo oggi così rincoglionito come s’è ridotto è un po’ un colpo al cuore. Mo’ che coi suoi vecchi sodali si sono pure inventati ‘sta cacata del tour celebrativo degli Helloween, tutta gente che per decadi s’è tirata la peggio merda addosso ed oggi pur di tirare a campare vedi che gli tocca fare. Si stava meglio vent’anni fa, e se non credete a me – stolti –  chiedetelo a loro. Ciao. (Cesare Carrozzi)

7 commenti leave one →
  1. Arkady permalink
    4 settembre 2017 11:52

    Questo fu il mio primissimo album metal che comprai. Lessi una recensione ultra entusiasta su Metal Shock e lo ordinai senza pensarci due volte. Una volta arrivato andai subito a casa ad ascoltarlo, non avevo la minima idea di quello che sarebbe uscito dalle casse in quanto non avevo mai sentito i Gamma Ray: dopo 20 secondi di Beyond the Black Hole quasi mi misi a piangere. Album per me EPOCALE. Grazie per avermelo fatto conoscere

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  2. Ayrton 2112 permalink
    4 settembre 2017 14:32

    Beyond The Black Hole, title-track, Valley Of The Kings. Basterebbe questo trittico di pezzi a consegnarlo alla Storia del metallo, anche se il resto della tracklist fossero cover delle Spice Girls. E non è così.

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  3. Vanni Fucci permalink
    4 settembre 2017 16:21

    Grandissimo album, ma solo io lo trovo un po’ penalizzato dalla produzione? (ce l’ho originale, per chi pensa male)

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  4. Simone permalink
    4 settembre 2017 17:22

    Per me un mezzo gradino sotto Land Of The Free, comunque notevole per il fatto che non ha riempitivi nonostante abbia 14 tracce.

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  5. 4 settembre 2017 17:23

    “Men, Martians and machines”, “Valley of the Kings”, title track, “Beyond the black hole”. Che pezzoni. Secondo me, parlando della seconda parte della carriera, Majesty è uno di quelli che ci si avvicina.

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  6. Andrea Siddi permalink
    4 settembre 2017 21:43

    E’ il loro Imagination From The Other Side, non c’è alcun dubbio! Album definiti

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  7. rain chaos permalink
    5 settembre 2017 21:28

    Definitivo. Quoto Arkady, fa piangere di contentezza, capolavoro EPOCALE

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