Frattaglie in saldo #54: l’abbuffata di Natale

Autori di due demo nel ’93 e nel ’94, gli AFTERBIRTH sparirono nel nulla subito dopo per poi riformarsi a vent’anni di distanza con la stessa formazione dell’epoca. Sulla rinascita della band cala, poco dopo, l’ombra del suicidio del cantante Matt Duncan. I tre superstiti non demordono e reclutano dietro il microfono Will Smith degli Artificial Brain. Meglio così, perché The Time Traveler’s Dilemma, uscito nel 2017, e il recente Four Dimensional Flesh sono tra i migliori album di death tecnico usciti negli ultimi anni. In un filone troppo spesso piagato dalle seghe allo specchio, i newyorchesi danno mostra di un dono della sintesi invidiabile: trentacinque minuti per undici tracce piene di idee, tra cui quattro strumentali che sono tutt’altro che i soliti riempitivi (prendete Girls In Landscape). Ben orchestrata la tensione, tra stacchi fusion ed esplosioni di violenza con un gurgling fognario non comune nel genere ma azzeccatissimo. E lo stile dei brani, pur essendo legato, come giusto, agli anni ’90, è tutt’altro che nostalgico. Ennesimo colpaccio targato Unique Leader. Applausi e battimani.

Data la mia passione per il black greco, non potevo farmi sfuggire il secondo Lp dei KATAVASIA, progetto che vede coinvolta varia bella gente della scena dell’Egeo, tra cui Necroabyssious e Achilleas dei miei amati Varathron. Il primo pezzo, Daughters of Darkness, mi aveva tratto in inganno, con quel riff un po’ norvegese e quello stacco thrash che mi avevano fatto presagire qualche variazione sul tema. Magnus Venator rientra poi presto nei ranghi, puro metallo nero di scuola ellenica ispirato alle vecchie glorie, con un suggestivo uso, che mi piacerebbe meno parco, di parentesi folk, sullo stile degli ultimi Kawir. I toni sono abbastanza dimessi, da cazzeggio tra amici, ma va benissimo così. Restando in Grecia, una rapida menzione anche per gli ACHERONTAS, band che non è mai riuscita a prendermi, sebbene ci provi ogni volta che esce un nuovo lavoro. Non è stato amore nemmeno con questo Psychic Death – The Shattering of Perceptions, un album formalmente inattaccabile, con parecchi buoni spunti e una gradevole vena Dissection in certi fraseggi di chitarra, che, nondimeno, mi ha lasciato freddissimo. Sono sicuro il problema sia mio.

Facciamo ora la conoscenza dei CULT OF FIRE, interessante combo di Praga che, invece di parlare del Golem e del Vodnìk, sembra avere una passione smodata per le religioni orientali, rendendosi così colpevoli di una nefanda appropriazione culturale degna di essere messa all’indice da tutti i blogger sottopeso metrosessuali di Williamsburg. I cechi quest’anno se ne sono usciti con ben due full di mezz’ora abbondante ciascuno: Mokša, più canonico, ispirato all’induismo e Nirvana, più sperimentale, dedicato al buddismo, così, per par condicio. La base è un black metal di nuova generazione dai toni pacati e autunnali, imbevuto di influenze cascadiche e katatoniche nel riffing. Il ventaglio di influenze dei cechi è però molto più ampio di così. Nelle parentesi acustiche si lambisce il post rock e i momenti più sostenuti richiamano a volte il black greco o il viking più classico, con l’effetto straniante di ascoltare namiorenghenchiò su un tappeto sonoro a tratti anche piuttosto frostbitten. Nulla per cui cambiare la playlist in corsa ma i salti di registro sono gestiti abbastanza bene da tenere desta l’attenzione per 70 minuti e alcuni brani, pur derivativi, offrono momenti di grande suggestione.

Non so voi, ma dopo tanta mistica sento un gran bisogno di abbrutimento. Mi giunge in soccorso il terzo album dei trucidissimi PERDITION TEMPLE, trio dalla mitologica Tampa che vede in formazione nientemeno che Gene Palubicki, ex chitarrista dei compianti Angelcorpse, Alex Blume, il frontman degli altrettanto delicati Ares Kingdom, e il nuovo batterista dei Malevolent Creation, Ron Parmer. Con simili premesse, il risultato non può che essere una spietata carneficina death/black, con echi dei primissimi Morbid Angel, che farà la gioia di tutti coloro che si sentono orfani degli autori di Exterminate. Sacraments of Descension è il suono di un carro armato guidato da alcolizzati che spara contro un raduno di predicatori Usa di quelli che spillano dollari ai fedeli per farsi un jet privato. In tanti fanno ‘sta roba ma pochissimi la fanno così bene. Ascolto obbligato.

Se non vi basta, beccatevi pure il debutto dei BLACK CURSE, quartetto che vede coinvolti membri di Blood Incantation, Spectral Voice e Primitive Man. Endless Wound frulla due dei filoni più inflazionati del metal estremo odierno – il riffing death/doom dei tanti giovani emuli degli Incantation e le ritmiche forsennate del cosiddetto war metal – riuscendo comunque a convincere e ad avvincere. Putridi al punto giusto: se vi sono piaciuti i Grave Miasma, recuperateli senza indugi. E, se di questo tipo di death metal non siete mai sazi, aggiungete alla lista della spesa queste altre succulente novità targate Usa: Entropic Reflections Continuum: Dimensional Unravel, esordio dei VoidCeremony, che la buttano sul tecnico, Death Meditation dei più grezzi Funeral Leech, anch’essi al primo Lp, e Providence, secondo album degli Ulthar, che confermano l’ottimo fiuto della 20 Buck Spin e andrebbero ascoltati a scatola chiusa per due motivi, ovvero i riferimenti lovecraftiani e la presenza (sia pure solo tra le menzioni onorevoli) nella playlist del nostro archeologo Griffar.

Il meglio me lo sono lasciato per ultimo: 666 Goats Carry My Chariot dei BÜTCHER, il ritorno della Osmose dei tempi d’oro. La gloriosa etichetta francese si occupa soprattutto di ristampe ormai da tempo ma ogni tanto molla ancora la zampata. Il secondo album del quartetto di Anversa è il grado zero del metallo, un esagitato cocktail di thrash, speed e black con un frontman sguaiato che più che cantare strilla e un’estetica a base di borchie, caproni, etilismo e zoccole. Parte Iron Bitch e mi sento subito a casa. Non tutti i pezzi picchiano a dovere e in un paio di frangenti l’elettroencefalogramma non è piatto come sarebbe auspicabile ma proprio se si vuole spaccare il capello in quattro perché l’attitudine è quella giusta, lontana dal revivalismo un po’ artefatto alla Midnight. Se rimpiangete i tempi di Gehennah e Bewitched, amerete anche voi questo disco, da ascoltare mentre con una mano si fanno le corna e con l’altra si regge una Peroni da 666 il cui contenuto vi finirà per metà addosso a furia di scapocciare. Finalmente.

A presto rileggerci in un 2021 nel quale partirò pieno di buoni propositi e deciso a recensire in modo tempestivo tutto quello che passerà sotto il mio radar per poi ritrovarmi, come sempre, con l’acqua alla gola a ridosso di Natale. Vi lascio con lo streaming di quello che è sicuramente l’album migliore per dire addio a questo disgraziatissimo anno. Baci ai pupi. (Ciccio Russo)

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