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Music to light your joints to #6

11 maggio 2013

cutegothgirlwithpotsofmarijuanaplantsRipartiamo dalla sempre prolifica Svezia, nobile paese al quale Stefano Greco ha dedicato da poco un’estensiva puntata di questa graziosa rubrichetta. Tocca infatti parlare dei KONGH, che dedicano all’iconico gorillone evocato nel nome la copertina del loro terzo album Sole Creation. Non avevo mai sentito nulla in precedenza del trio di Nässjö, ma queste quattro composizioni, lunghe e torpide come il sonno che succede all’ingestione accidentale di Roipnol, mi hanno fatto decisamente venir voglia di recuperare:

In questo genere l’inserimento di rimandi al metallo nero non è più una novità da un pezzo. Loro, da bravi scandinavi, gestiscono in modo meno urlato e più naturale dei loro equivalenti americani le unghiate blackish che inaspriscono l’altrimenti genuino doom di brani come The Portals. Ed è proprio grazie a una componente sabbathiana più spiccata che non sono un semplice clone dei Cult Of Luna, riferimento tuttavia inevitabile. Non fateveli scappare. Sorvoliamo l’Atlantico e facciamo un salto in Colorado, Mecca della legalizzazione (come hanno dimostrato i Cephalic Carnage) ove allignano i PRIMITIVE MAN, di fatto una reincarnazione dei già malatissimi Clinging to the Trees of a Forest Fire, il cui retroterra, a metà strada tra post-hardcore e metal estremo, sopravvive in questa nuovo viaggio all’inferno, tra ritmi che si trascinano come un ferito che striscia nel suo stesso sangue e riff alla carta vetrata sonnambuli e minimali. Se i Kongh ti avvolgono nelle loro spire lenti e inesorabili come un boa constrictor, il trio di Denver ti vomita addosso una colata di malessere e negatività così pesante da farti avvertire un disagio vivido e concreto, palpabile sin dal sinistro artwork. In questo campo a far la differenza (ché i giri di chitarra sempre quelli sono) è la componente emotiva. Le ragioni per cui Scorn mi ha inchiodato alla sedia e altri dieci lavori pressoché analoghi mi fanno sbadigliare stanno tutte qua. I Primitive Man non stanno bene, non stanno bene per niente, e ci tengono a farcelo sapere. Restando negli States, una rapida menzione va anche ai californiani XIBALBA, nuova scommessa della Southern Lord, il cui secondo full pare essere garbato parecchio alla critica d’oltreoceano. Entusiasmi che non condivido: il quintetto di Pomona non ha nulla di particolare che gli consenta di spiccare in una scena che definire inflazionata è un timido eufemismo. Hasta La Muerte non è manco troppo monotono, sballottato com’è tra sludge classico alla Crowbar, HC moderno alla Earth Crisis e virate in territori più prettamente metal. Poco o nulla, però, riesce a lasciare il segno, anche a causa di un cantante ( per la cronaca, i testi sono in spagnolo) piuttosto inadeguato. Il tipico prodotto medio che, non appena questa roba avrà smesso di essere considerata cool, verrà stroncato senza pietà.

Orchid-The-Mouths-Of-Madness-300x300Mi ero avvicinato a The Mouths Of Madness, seconda prova sulla lunga distanza degli ORCHID, con tutti i pregiudizi di questo mondo. Il primo singolo uscito su Nuclear Blast, la meravigliosa Heretic, è una di quelle canzoni che quando sarò vecchio mi ricorderanno di questo periodo della mia vita. I due brani anticipati nelle scorse settimane (la title-track e Wizard Of War) mi avevano però spinto a temere che il contratto con l’etichetta crucca. che sta imponendo uno standard produttivo al mondo come Angela Merkel con la politica fiscale all’Europa, avrebbe comportato le solite funeste implicazioni. Il che, in parte, è avvenuto. Della produzione e del missaggio si sono occupati sempre il cantante/tatuatore Theo Mindell e Will Storkson, ma come fonico del mastering è arrivato Richard Witthaker, uno che ha lavorato per Thin Lizzy e, uhm, Black Sabbath. E si sente. Non ho capito dunque se abbiano utilizzato la stessa attrezzatura vintage che aveva reso Capricorn splendido proprio per la sua capacità inedita di rievocare in modo filologico le sonorità del Sabba Nero. Che poi, ok, non era detto si potesse costruire una carriera sul marchio di clone più fedele possibile della leggenda di Birmingham. Perciò è normale che la band di Frisco stia cercando di crearsi una personalità che vada oltre il mero citazionismo tarantiniano. I tuffi nella psichedelia sono più profondi, gli umori hard rock trasudano più densi, un paio di passaggi sono quasi kyussiani. E questi nove pezzi sono ispiratissimi, per quanto i plagi restino, come è giusto che fosse, estremamente scoperti (e, chissà perché, Silent One riprende in modo troppo esplicito per essere casuale l’attacco di South Of Heaven). Capricorn era fantastico. Non si può mettere la croce addosso agli Orchid per il solo fatto di non essere riusciti a ripeterlo. Perché The Mouths Of Madness si candida comunque alla palma di miglior disco doom del 2013.

12 commenti leave one →
  1. 11 maggio 2013 12:09

    Condivido, sottoscrivo e mi permetto pure di consigliarti il debutto degli High Priest of Saturn. Sleep e Jefferson Airplane non sono mai stati così vicini in un solo disco.

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  2. Karjha permalink
    11 maggio 2013 14:45

    Sapevo che alla fine lo recensivi bene quello dei Kongh ;)

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