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Make war metal, not love: DEIPHAGO, IMPIETY e TEITANBLOOD

9 gennaio 2020

Quando è nata la locuzione “war metal” per indicare quel black/death sparatissimo a infima fedeltà ispirato a primi Beherit, Blasphemy e compagnia strepitante? Perché fino a non molti anni fa gli Angelcorpse erano considerati un semplice gruppo death metal e ora sono improvvisamente diventati tra i capostipiti del genere? Come è nata la faccenda degli occhiali da sole? Perché proprio Parma? Tutti quesiti che richiederebbero un’ampia e ragivnata disamina. In questa sede, poco dopo aver trattato il nuovo Diocletian, ci limitiamo a segnalarvi le ultime uscite di alcuni dei gruppi più stimati del settore. Vai cor tango.

DEIPHAGO – I, The Devil

Non è obbligatorio ma è altresì preferibile, se si suona war metal, avere una provenienza geografica improbabile. È il caso dei Deiphago, filippini con residenza in Costa Rica (magari all’inizio volevano trasferirsi in Inghilterra ma poi hanno pensato che sarebbe stato troppo mainstream), che hanno dalla loro quel coefficiente aggiunto di bizzarria che rende spesso interessanti le band estreme provenienti dal Sud Est asiatico. Interessanti più da un punto di vista antropologico che musicale in questo caso, giacché non c’è bisogno di essere vostra nonna per rubricare come “solo casino” la cacofonia fracassona e iperveloce messa su da questi squartamadonne dal lontano Oriente.

Nondimeno, i Deiphago hanno i loro estimatori, gente che riesce a trovare un filo logico in questo baccano infernale e sostiene che è solo la produzione che non consente di cogliere i preziosismi nascosti in tutto questo marasma o – a seconda della scuola di pensiero – ritiene che questo peculiare suono dove non si capisce una mazza di niente sia quello che ci vuole per esaltare al meglio cotanto assalto sensoriale. Sarà, per me fanno solo casino.

I, the Devil, per la verità, è un pochino più lineare e ragionato dei lavori precedenti. Se questa relativa normalizzazione sia positiva non saprei dirvelo. Roba come Filipino Antichrist aveva quantomeno dalla sua un certo fattore WTF (fattore MCC – machecaz – per gli anglofobi). Qua manca pure quello. E allora perché ne parlo? Non saprei, per qualche motivo mi stanno simpatici.

IMPIETY – Versus All Gods

E dalla limitrofa Singapore si fanno risentire gli ormai veterani Impiety, dei quali avevo perso le tracce dal 2011, ovvero da Worshippers of the Seventh Tyranny, album con il quale Shyaitan (all’anagrafe Muhammad Ariffeen Deen), insieme a una nuova formazione tutta italiana, si era cimentato nell’impresa, allora piuttosto in voga, dell’album composto da un’unica traccia. Poi qualche settimana fa il Messicano pubblica sul gruppo Facebook del blog il link per ascoltare il disco affermando che non è male per niente (ovviamente della possibilità che ci scrivesse sopra qualcosa lui non se ne parlava nemmeno). Lo ascolto ed è vero: non è male per niente, soprattutto se paragonato al precedente, che ho nel frattempo recuperato.

Uscito appena un anno dopo Worshippers – ma con una line-up già rivoluzionata – Ravage & Conquer era un album piuttosto inspiegabile: iperprodotto e con brani inutilmente lunghi e tecnici. Con Versus All Gods Shyaitan torna invece alle origini: pezzi basilari, parossistici e cruenti, come ai bei tempi di Kaos Kommand 696. Depurato dalle precedenti tentazioni di innovazione, il blackthrash da hangover molesto degli Impiety è adorabile come non mai. Hanno riesumato persino il vetusto marchio della Shivadarshana Records, nel nome del do it yourself, oltre che del Dimonio, cosa volete di più dalla vita. Shyaitan, fai un fischio se al prossimo giro ripristini la line-up veneta, così andiamo a farci qualche spritz con Luca Bonetta.

TEITANBLOOD – The Baneful Choir

Un altro requisito piuttosto importante per suonare war metal è poi avere suoni talmente lo-fi che manco i norvegesi quando sostenevano di registrare nella foresta. Siccome sono uno schifoso poser, mi domando se in certi casi non varrebbe la pena di optare per una produzione uno zinzino più nitida per permettere all’inclito pubblico di apprezzare meglio le proprie idee. Perché i Teitanblood ne hanno.

I cinque anni di attesa da Death (anche far passare un botto di tempo tra un disco e l’altro è un requisito piuttosto importante per suonare war metal, prendete nota) sono stati ripagati: The Baneful Choir è un album evocativo e nerissimo, che taglia ulteriormente i ponti con le dinamiche death/black standard e butta nel macello malsane suggestioni dark/ambient e un altrettanto soffocante retrogusto doom. Anche gli assoli schizzati e disarmonici – altro importante stereotipo del genere – risultano, in qualche modo, al servizio dei brani.

Poi, certo, contraddicendo immediatamente quanto ho scritto poche righe fa, non posso non ammettere che con suoni diversi gli spagnoli avrebbero meno fascino e fangosi requiem come Black Vertebrae non avrebbero lo stesso allure disturbante. Perché, per una volta, la faccenda dei numerosi ascolti necessari a cogliere le diverse sfumature è una sincera constatazione, non una frase fatta per liquidare un disco riuscito a metà del quale non si ha voglia di scriver male. E, con una registrazione più pulita, così non sarebbe.

Fate la guerra e non l’amore: è un’attività sopravvalutata. Un po’ come i Blasphemy. (Ciccio Russo)

2 commenti leave one →
  1. 9 gennaio 2020 09:30

    Goduria straripante

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  2. El Baluba permalink
    9 gennaio 2020 19:16

    quando ero studente universitario (diciamo quasi vent’anni fa), si chiamava, o meglio chi mi passo le prime cose, me lo chiamò metal of death…si vede che war metal è più trve…a parte i nomi, ci stavo in fissa anni addietro (Impiety, Morbosidad, Blasphemophagher, i primi nomi che mi vengono in mente), ma ora come ora non c’ho più la testa e la concentrazione per mettermi ad ascoltarlo.

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