Tetrarchia unica via: DIOCLETIAN – Amongst the Flames of a Bvrning God

Il precedente Gesundrian fu a parere di un po’ tutti, incluso il sottoscritto, il miglior disco mai inciso da questi pazzerelloni neozelandesi, dal moniker ispirato al noto imperatore romano celebre per l’istituzione della tetrarchia (non capisco cosa ci sia di war metal nella tetrarchia, forse sui due piedi mi sfugge qualcosa). Peccato che quella formazione si fosse sfasciata subito dopo, lasciando come unico superstite il chitarrista Atrociter che, per fare una cosa da vero cultista (anzi kvltista, la v in luogo della u da striscione di ultrà di estrema destra ci sta sempre), ha chiamato l’egregio Impurath dei Black Witchery alla voce, il bassista dei Dawn Of Azazel – che nella vita, per la cronaca, fa il poliziotto – più altri due tizi che non si sa bene chi diamine siano.

La copertina minimal-guerrafondaia già preannunciava il ritorno a una formula più basilare, che non coincide però del tutto con un recupero dell’antica ferocia. Ed è giusto così, il caos primordiale di Doom Cult non era più replicabile e Amongst the Flames of a Bvrning God suona come un compromesso tra passato remoto e passato prossimo. Del resto ‘sti signori hanno quarant’anni e passa, quindi non possono far finta di aver disimparato a suonare. L’intento di tornare al casino per amore del casino c’è, a partire dagli immancabili assoli cacofonici. Il risultato è discreto ma non proprio memorabile.

Il riffing e, più in generale, la scrittura non sono ispiratissimi, con quegli stacchi con le note lunghe, piazzati là per variare la minestra, davvero troppo simili tra loro. I brani migliori (Plundered by Hyenas, Repel the Attack) si muovono sui binari di un raw black metal piuttosto ordinario ma non per questo inefficace, sebbene a volte, più che Revenge e simili, possano venire in mente – absit iniuria – certe cose dei primi Watain. I pezzi più sparati, che dovrebbero essere in teoria il piatto forte, mancano invece sia dell’afflato, a suo modo, epico dell’album precedente che dell’efferatezza degli esordi, e finiscono spesso per annoiare e girare a vuoto. Il che è un problema non da poco in un disco di appena ventisette minuti (ovviamente spacciato per full).

Il passo indietro rispetto a Gesundrian è notevole ma non ha senso stilare un paragone troppo severo, considerando quanto la line-up sia mutata in modo radicale. Per quanto mi abbia deluso, Amongst the Flames of a Bvrning God ha i suoi momenti e potrebbe essere accolto con maggiore benevolenza da diversi fan. Fatto sta che, nell’ambito del genere, ultimamente si è sentito di meglio. Tipo il nuovo dei Teitanblood. Ma ne parleremo a breve. (Ciccio Russo)

 

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