VINTERSORG – Jordpuls (Napalm)

Dopo quattro anni di silenzio ecco ritornare con un nuovo full-lenght anche il buon vecchio Andreas Hedlund, da sempre mente e compositore principale del progetto Vintersorg da lui creato nel lontano 1994. Nel corso degli anni il musicista svedese ha cambiato più volte pelle, passando dal folk viking metal dei primi due immortali capolavori per poi piano impelagarsi in sonorità sempre più progressive e avantgarde, un’improvvisa svolta stilistica (anche se le avvisaglie c’erano già state col pur bellissimo “Cosmic Genesis”) che ha lasciato parecchio interdetti i fan della prima ora (compreso il sottoscritto). Probabilmente anche lo stesso Andreas si era accorto di essersi spinto troppo avanti, non a caso già col precedente “Solens Rotter” si era assistito ad un parziale ritorno alle vecchie cose, con tanto di recupero del vecchio logo, liriche in lingua madre ed un sound molto più scarno e diretto anche se privo delle suggestioni folk degli inizi. Da questo punto di vista “Jordpuls” non fa che proseguire l’operazione back to the roots cominciata in precedenza, a partire dalla copertina davvero splendida e grazie ad un sound se vogliamo ancora più aggressivo rispetto al precedente, specificando che parliamo sempre di un altro Vintersorg rispetto al periodo “nature oriented” di fine anni ’90. Diciamo che il già citato “Cosmic Genesis” può essere la giusta pietra di paragone per inquadrare questa nuova fatica, per la presenza di brani piuttosto orecchiabili ma senza tralasciare passaggi più intricati e dalla struttura complessa (la stupenda “Mork Nebulosa” sotto questo aspetto ne è un fulgido esempio). Per il resto il classico trademark vintersorghiano è sempre presente, con cori a profusione e linee vocali ultra versatili e veramente di ottima fattura, sia nello screaming più incazzato del solito ma soprattutto nelle parti pulite, dove Andreas ha fatto proprio un gran lavoro. Personalmente ho cominciato ad apprezzare “Jordpuls” dopo un po’ di ascolti, la sensazione iniziale infatti di un disco un po’ troppo autocitazionista e di mestiere si è subito dissolta col passare del tempo, facendomi venire vogli di rispingere il tasto play più volte e lasciarmi coinvolgere dalle ambientazioni e atmosfere sognanti che ancora oggi l’artista svedese riesce a riproporre con la sua musica. Non stiamo a parlare di un capolavoro per carità, ma di un platter estremamente godibile che può far ben sperare in vista delle produzioni future. (Michele Romano)

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