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Il mattino: SEPTICFLESH – Codex Omega

15 dicembre 2017

codex-omegaUno dei grandi problemi nel recensire questo genere di gruppi è che molte volte potresti riassumere tutto con tre parole: “Sono i *nome gruppo*”. E con questo genere di gruppi intendo, per esempio, i Meshuggah dell’ultimo decennio, ma anche i Cannibal Corpse. Infatti ero quasi tentato di prendere la recensione di Luca Bonetta, copiarla, incollarla, fare giusto qualche piccolo aggiustamento a nomi di persone e luoghi e pubblicarla. Avrebbe funzionato benissimo.

Quindi sì: sono i Septicflesh. Ma siccome non stiamo qua a fare gli Ungaretti della critica musicale, aggiungo che Codex Omega è esattamente l’album che ci si aspetterebbe dai greci del periodo post-reunion. Quelli che hanno abbandonato le influenze gotiche e death doom degli inizi, che mettono i lavori di Spiros Antoniou in copertina e fanno un death metal moderno impreziosito dagli arrangiamenti orchestrali dell’altro Antoniou, Christos. Paradossalmente, l’album migliore che hanno pubblicato da quando hanno deciso di eliminare lo spazio tra le parole Septic e Flesh è anche il primo, il più diretto e meno elaborato: Communion. Quindi, a onor del vero, la loro parabola è stata appena appena discendente, con The Great Mass e Titan che nel complesso convincevano ognuno leggermente meno del precedente. Però, voglio dire, sono partiti da talmente in alto che la seconda parte della discografia è come un acquedotto: l’inclinazione è talmente lieve che a colpo d’occhio manco te ne accorgi. E trovo che, nonostante la lunga carriera e la fama raggiunta, abbiano comunque avuto l’umiltà di correggere alcuni aspetti non indifferenti della loro musica. Per esempio, le orchestrazioni sono sempre migliori e sempre più curate (col picco di epicità raggiunto probabilmente in Titan); oppure la voce pulita di Sotiris Vayenas che non è più sgraziata come un tempo. Le migliori tracce di Codex Omega d’altronde sono proprio quelle dove canta lui: Portrait of a Headless Man, Dark Art, Our Church Below the Sea e Faceless Queen.

Una cosa bella di questi grandi gruppi fidati, poi, è che non pretendono di sperimentare – quando la verità è che, semplicemente, sono sempre meno connessi con la realtà che li circonda. Per carità, anche i Septic Flesh ebbero il loro rigurgito di industrial con Revolution DNA, ma era il 1999. Senza tenere conto che l’exploit dei Rammstein chiamato Sehnsucht era uscito da due anni e The Butterfly Effect (scimmiottato con poco successo) solo da un mese. Non era il 2011, in cui dovresti capire che se mischi death e industrial metal non sei né Too Extreme!Radikult. Io non so se col tempo cominceranno a stancarmi; ciò che importa, però, è che al momento qua non ci siano né spocchia né superbia, ma tanta professionalità, coerenza e qualità. (Edoardo Giardina)

3 commenti leave one →
  1. vito lomonaco permalink
    16 dicembre 2017 09:32

    nulla osta sulla loro bravura ma mi chiedo che si inventeranno dal vivo, i campionamenti alla prodigy?

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